domenica 17 febbraio 2013
COMMENTO
30/11/2010
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Immanuel Wallerstein
Lula e Obama, elezioni a confronto
Il 31 ottobre, il presidente Luis Inacio "Lula" da Silva ha stravinto le elezioni brasiliane. Il 2 novembre, il presidente Barack Obama è uscito profondamente sconfitto da quelle statunitensi. La cosa curiosa è che nessuno dei due si presentava alle elezioni. In Brasile, Lula già rieletto per la seconda volta, il massimo permesso, sosteneva Dilma Rousseff come sua erede. Negli Usa si è trattato non di elezioni presidenziali, ma di elezioni legislative di metà mandato.
I due uomini e le due situazioni politiche presentano alcune analogie impressionanti. Lula fu eletto presidente nel 2002 come candidato del cambiamento e della speranza. Obama fu eletto presidente degli Usa nel 2008 come candidato del cambiamento e della speranza.
Erano entrambi outsider dal punto di vista dei processi politici tradizionali dei loro paesi. Lula era il primo presidente con un background operaio e con pochi studi alle spalle. Obama era il primo presidente afro-americano del suo paese.
Durante le rispettive campagne entrambi hanno raccolto il sostegno popolare su larga scala. Nel caso di Lula non si trattava del primo ma del terzo quarto tentativo di andare alla presidenza. Leader sindacale e del partito operaio, il Partido dos Trabalhadores (PT).
Obama era stato organizzatore sociale e senatore fortemente schierato con la sinistra («liberal»). Entrambi hanno raccolto il sostegno dei militanti di movimenti sociali facendo appello in particolare ai giovani elettori. Entrambi hanno sottolineato le malefatte del presidente che li aveva preceduti - Fernando Henrique Cardoso in Brasile e George W. Bush negli Usa - e in entrambi i casi la loro elezione è stata vista come il ripudio delle politiche del presidente uscente.
In nessuno dei due casi il presidente aveva un sostegno certo in parlamento. In Brasile il sistema elettorale ha portato a un governo con una molteplicità di partiti in cui il PT non aveva più di un quarto dei seggi. Nel caso degli Usa le regole del Senato statunitense permettevano al partito di opposizione di bloccare o imporre concessioni importanti in qualsiasi legislazione il presidente volesse mettere in atto. Entrambi si rendevano conto di dover fare compromessi politici.
In entrambi i casi il timore principale del neo-eletto presidente era che la già difficile situazione economica dei rispettivi paesi si trasformasse in un disastro. Lula temeva un'inflazione incontrollata e la fuga degli investitori. Obama temeva il crollo delle banche e un incremento sfrenato della disoccupazione. Entrambi hanno risposto a quelle paure adottando un approccio economico relativamente conservatore («neoliberal») e di affidare la gestione del settore economico delle loro amministrazioni a personaggi relativamente conservatori.
Quell'approccio «neoliberal» quasi immediato deluse una larga fetta della loro base elettorale. In entrambi i casi, i due uomini cercarono di rassicurare i loro sostenitori più a sinistra che l'approccio «neoliberal» era essenziale in un primo momento di transizione, e che col tempo avrebbero cercato di realizzare le loro speranze di cambiamento più radicale.
Tali assicurazioni sono state accolte con crescente scetticismo e dissenso pubblico dai sostenitori e in particolare dagli intellettuali di punta della sinistra e dai leader dei movimenti sociali.
Nel caso brasiliano alcuni di costoro sono usciti pubblicamente dal PT passando a sostenere piccoli partiti di sinistra. La reazione di Lula come di Obama è stata quella di indicare gli svariati programmi da loro realizzati per migliorare la sorte degli strati più poveri della popolazione, come la campagna contro la fame nel caso del Brasile e la nuova legislazione sulla salute in quello degli Usa.
Gli scettici in ciascun caso hanno sottolineato i benefici accumulati dai segmenti più ricchi della popolazione dei loro paesi.
Comunque in occasione delle vere e proprie elezioni, tanti di quegli scettici di sinistra sono tornati all'ovile. In Brasile, un gruppo di importanti intellettuali di sinistra ha firmato un pubblico appello per dare il voto a Dilma Rousseff sostenendo che la vittoria del suo rivale avrebbe significato il disastro per il Brasile. Una posizione simile è stata assunta anche dalla principale organizzazione sociale del paese, quel Movimento dos Trabalhadores Sem Terra (MST) fortemente trascurato da Lula ma nondimeno convinto che le cose sarebbero andate molto peggio se la Rousseff non fosse stata eletta.
Nel caso degli Usa alcuni intellettuali che avevano sostenuto la candidatura del terzo partito di Ralph Nader nel 2000 perché convinti che non ci fosse differenza significativa tra Al Gore e George W. Bush hanno fatto pubblica ammenda per quell'approccio schierandosi per il sostegno ai democratici alle elezioni legislative, imitati in questo dai leader dei movimenti sociali - afro-americani, immigrati sudamericani e gay - malgrado la delusione pubblicamente espressa per le promesse mancate di Obama.
Quanto detto presenta notevoli analogie, e però i risultati non potevano essere più diversi. Rousseff ha vinto facilmente in Brasile mentre per Obama, come ha detto egli stesso, è stata una brutta «batosta». Perché? Non potrebbe essere più chiaro. Le due situazioni presentavano un'enorme differenza. La situazione economica del Brasile è migliorata nettamente negli ultimi anni mentre quella degli Usa è andata vieppiù peggiorando. Non ci potrebbe essere dimostrazione migliore della tesi di Carville: «È l'economia, stupido».
Non è il «centrismo» di Obama a spiegare come mai gli elettori lo abbiano abbandonato. Lula è stato altrettanto «centrista» nella sua politica. Non è che sia venuto meno il carisma di Obama. Nel 2008 era apparso molto «carismatico». Lula era popolare perché sembrava che le cose andassero bene.
E Obama era impopolare perché sembrava che andassero male. Non è che uno registrasse il tutto esaurito e l'altro no. Non c'entravano le loro convinzioni politiche profonde. A volte la situazione strutturale complessiva sconfigge le capacità dei bravi politici di fare qualcosa.
(trad. Maria Baiocchi)
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