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UNA VITA DIFFICILE Dateci Bernbach
I lettori di tutto il nostro mondo si sono uniti. A una sola voce ci chiedono una cosa, essenzialmente: di cambiare il modo di fare informazione. Di incidere e di imporre il prodotto. Ok, ipotizzate che cominciassimo cambiando direttore. Via Norma Rangeri, al suo posto uno come Bill Bernbach. Un newyorchese che nel 1949 fondò la celebre agenzia pubblicitaria DDB insieme a Ned Doyle e Maxwell Dane. Forse il creativo più famoso del Novecento, che fra i suoi trofei ha il lancio e il successo sul mercato nordamericano del Maggiolino Volkswagen. Budget risicato come quello de il manifesto, 800mila dollari nel 1959 quando le big di Detroit spendevano milioni di dollari. Livello dello sfida: come vendere ghiaccio agli esquimesi.
Bernach, entrato nella Hall of Fame dei pubblicitari di tutti i tempi, ci ha lasciato fra le tante cose questa idea, recitata in una conferenza dell’American Association of Advertising Agencies. Togliete la parola “pubblicità”, al suo posto mettete “informazione”, chiudete gli occhi e immaginate sia stata scritta per il futuro prossimo de il manifesto: “A meno di avere a disposizione un budget sterminato, bisogna renderci conto che non fare della pubblicità insolita è un vero suicidio. Che razza di vanità o di insensibilità ci spinge a credere di potere, per così dire, sederci accanto agli eventi che scuotono il mondo ed essere notati? Solo un messaggio di enorme vitalità, realizzato con un trattamento grafico drammatico, riuscirà a raggiungere il consumatore. Che senso ha dire delle cose giuste se nessuno le legge? La maniera più insana di sprecare il denaro di un’azienda sta nell’usarlo per una pubblicità che lasci il pubblico indifferente, e questo succede molto spesso”.
- 30/11/2010 [3 commenti]
- 29/11/2010 [10 commenti]
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- 01/11/2010 [17 commenti]
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La Somalia va a pesca
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La termoelettrica di Huexca
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Bob Lutz in Gm, l'eterno ritornoBob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili.7 novembre 2011
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Lezioni di dissensoDomenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.7 novembre 2011
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con affetto,
p. 18-11-2010 12:36 - pietro di paolo
Un quotidiano di lotta,che non si limiti a descrivere l'esistente con lo sguardo distaccato e snob del "noi ve l'avevamo detto" ricco di fatti e reportage, senza fronzoli radical chic (tipo 3 pagine su 16 per recensioni di spettacoli cool che nessuno vedra'mai), un giornale che smetta di flirtare con tutti gli "uomini del cambio" che passano sotto il naso o con tutte le "rivoluzioni colorate" targate CIA o con le politiche ambigue della CGIL..insomma, perche'non pensare di tornare a fare SEMPLICEMENTE un "quotidiano comunista"? Basterebbe per far tornare all'ovile molti, ma davvero molti lettori.
con affetto
edoardo 18-11-2010 10:06 - edoardo
Il problema del Manifesto e del fatto che continua a perdere lettori è dovuto, prima che a questioni economiche, a problemi culturali. Durante una crisi economica devastante, nel pieno di una dissoluzione controllata dei diritti dei cittadini, dei lavoratori, degli studenti, in poche parole, degli esseri umani, in Italia come (benché in misure diverse) negli altri paesi europei, un giornale davvero "comunista" dovrebbe cogliere l'occasione, se non lo ha fatto prima, di svegliarsi dal torpore anticulturale della politica televisiva e dei buffoni.
Da tempo il manifesto avrebbe dovuto dimostrare la propria diversità, portare una prospettiva che fosse culturalmente non assimilabile a quella dello squallido sistema aziendale e televisivo che ci assilla.
Che senso ha continuare a riportare polemiche e frasi insulse di politici che contano nulla? Che senso ha continuare ad esultare per quello squallido figuro di Obama (il cui operato non può, peraltro, essere differente da quello di qualunque altro presidente degli Stati Uniti, visto che in quel paese, come nel nostro, chi comanda non è nella cerchia dei politici)?
E' possibile che il Manifesto non sappia proporre una linea che lo porti a distinguersi nettamente dagli altri giornali? Parlo di una linea che si focalizzi sulla cultura, sugli atteggiamenti e le riflessioni che siano culturalmente di rottura con il sistema neoschiavista che si sta affermando violentemente sulle nostre esistenze. A che serve riproporre notizie la cui importanza in molti casi è legata solo all'evidenza che viene loro data da televisioni e politici che lavorano a mezzo servizio di Confindustria e Finanza?
E che cadute di stile si notano a volte quando il Manifesto si occupa di Islam, Iran etc. Possibile che non sappiate proporre un modello CULTURALMENTE (e quindi nella logica) diverso da quello colonialista della propaganda imperante?
E' in una proposta culturale nuova, non nel riproporre le solite chiacchiere in salsa rossa (da questo punto di vista ci sono bastati Bertinotti, Vendola, Diliberto etc.), che il manifesto può trovare la sua nuova strada e tornare ad essere davvero interessante e innovativo. 18-11-2010 09:44 - Alex_Genet