domenica 17 febbraio 2013
Abbonamenti 2012

 
Forum
 
LA ROTTA D'EUROPA
Le crisi senza Unione
di Rossana Rossanda
OGGI IN EDICOLA
giornale domenica 17 febbraio 2013
ACQUISTA IL PDF
Ottobre 2011
 
 
 
In edicola
dal 18 Ottobre

a 3€ con il manifesto, a 1,70€ più il prezzo del giornale negli altri giorni
 
Tunisia, la vertigine di poter scegliere
di SERGE HALIMI
Fissione nel cuore del nucleare francese
di TRISTAN COLOMA
 
 
Condividi su facebooktwitteraddthis.com
COMMENTO
30/11/2010
  •   |   Immanuel Wallerstein
    Lula e Obama, elezioni a confronto

    Il 31 ottobre, il presidente Luis Inacio "Lula" da Silva ha stravinto le elezioni brasiliane. Il 2 novembre, il presidente Barack Obama è uscito profondamente sconfitto da quelle statunitensi. La cosa curiosa è che nessuno dei due si presentava alle elezioni. In Brasile, Lula già rieletto per la seconda volta, il massimo permesso, sosteneva Dilma Rousseff come sua erede. Negli Usa si è trattato non di elezioni presidenziali, ma di elezioni legislative di metà mandato.
    I due uomini e le due situazioni politiche presentano alcune analogie impressionanti. Lula fu eletto presidente nel 2002 come candidato del cambiamento e della speranza. Obama fu eletto presidente degli Usa nel 2008 come candidato del cambiamento e della speranza.


    Erano entrambi outsider dal punto di vista dei processi politici tradizionali dei loro paesi. Lula era il primo presidente con un background operaio e con pochi studi alle spalle. Obama era il primo presidente afro-americano del suo paese.
    Durante le rispettive campagne entrambi hanno raccolto il sostegno popolare su larga scala. Nel caso di Lula non si trattava del primo ma del terzo quarto tentativo di andare alla presidenza. Leader sindacale e del partito operaio, il Partido dos Trabalhadores (PT).
    Obama era stato organizzatore sociale e senatore fortemente schierato con la sinistra («liberal»). Entrambi hanno raccolto il sostegno dei militanti di movimenti sociali facendo appello in particolare ai giovani elettori. Entrambi hanno sottolineato le malefatte del presidente che li aveva preceduti - Fernando Henrique Cardoso in Brasile e George W. Bush negli Usa - e in entrambi i casi la loro elezione è stata vista come il ripudio delle politiche del presidente uscente.


    In nessuno dei due casi il presidente aveva un sostegno certo in parlamento. In Brasile il sistema elettorale ha portato a un governo con una molteplicità di partiti in cui il PT non aveva più di un quarto dei seggi. Nel caso degli Usa le regole del Senato statunitense permettevano al partito di opposizione di bloccare o imporre concessioni importanti in qualsiasi legislazione il presidente volesse mettere in atto. Entrambi si rendevano conto di dover fare compromessi politici.
    In entrambi i casi il timore principale del neo-eletto presidente era che la già difficile situazione economica dei rispettivi paesi si trasformasse in un disastro. Lula temeva un'inflazione incontrollata e la fuga degli investitori. Obama temeva il crollo delle banche e un incremento sfrenato della disoccupazione. Entrambi hanno risposto a quelle paure adottando un approccio economico relativamente conservatore («neoliberal») e di affidare la gestione del settore economico delle loro amministrazioni a personaggi relativamente conservatori.


    Quell'approccio «neoliberal» quasi immediato deluse una larga fetta della loro base elettorale. In entrambi i casi, i due uomini cercarono di rassicurare i loro sostenitori più a sinistra che l'approccio «neoliberal» era essenziale in un primo momento di transizione, e che col tempo avrebbero cercato di realizzare le loro speranze di cambiamento più radicale.
    Tali assicurazioni sono state accolte con crescente scetticismo e dissenso pubblico dai sostenitori e in particolare dagli intellettuali di punta della sinistra e dai leader dei movimenti sociali.
    Nel caso brasiliano alcuni di costoro sono usciti pubblicamente dal PT passando a sostenere piccoli partiti di sinistra. La reazione di Lula come di Obama è stata quella di indicare gli svariati programmi da loro realizzati per migliorare la sorte degli strati più poveri della popolazione, come la campagna contro la fame nel caso del Brasile e la nuova legislazione sulla salute in quello degli Usa.
    Gli scettici in ciascun caso hanno sottolineato i benefici accumulati dai segmenti più ricchi della popolazione dei loro paesi.


    Comunque in occasione delle vere e proprie elezioni, tanti di quegli scettici di sinistra sono tornati all'ovile. In Brasile, un gruppo di importanti intellettuali di sinistra ha firmato un pubblico appello per dare il voto a Dilma Rousseff sostenendo che la vittoria del suo rivale avrebbe significato il disastro per il Brasile. Una posizione simile è stata assunta anche dalla principale organizzazione sociale del paese, quel Movimento dos Trabalhadores Sem Terra (MST) fortemente trascurato da Lula ma nondimeno convinto che le cose sarebbero andate molto peggio se la Rousseff non fosse stata eletta.
    Nel caso degli Usa alcuni intellettuali che avevano sostenuto la candidatura del terzo partito di Ralph Nader nel 2000 perché convinti che non ci fosse differenza significativa tra Al Gore e George W. Bush hanno fatto pubblica ammenda per quell'approccio schierandosi per il sostegno ai democratici alle elezioni legislative, imitati in questo dai leader dei movimenti sociali - afro-americani, immigrati sudamericani e gay - malgrado la delusione pubblicamente espressa per le promesse mancate di Obama.


    Quanto detto presenta notevoli analogie, e però i risultati non potevano essere più diversi. Rousseff ha vinto facilmente in Brasile mentre per Obama, come ha detto egli stesso, è stata una brutta «batosta». Perché? Non potrebbe essere più chiaro. Le due situazioni presentavano un'enorme differenza. La situazione economica del Brasile è migliorata nettamente negli ultimi anni mentre quella degli Usa è andata vieppiù peggiorando. Non ci potrebbe essere dimostrazione migliore della tesi di Carville: «È l'economia, stupido».
    Non è il «centrismo» di Obama a spiegare come mai gli elettori lo abbiano abbandonato. Lula è stato altrettanto «centrista» nella sua politica. Non è che sia venuto meno il carisma di Obama. Nel 2008 era apparso molto «carismatico». Lula era popolare perché sembrava che le cose andassero bene.
    E Obama era impopolare perché sembrava che andassero male. Non è che uno registrasse il tutto esaurito e l'altro no. Non c'entravano le loro convinzioni politiche profonde. A volte la situazione strutturale complessiva sconfigge le capacità dei bravi politici di fare qualcosa.


    (trad. Maria Baiocchi)
     


I COMMENTI:
  • Lula e signora,hanno iniziato una battaglia di normalizzazione del Brasile,che sta dando qualche cosa al popolo brasiliano.Qualcuno è entusiasta e batte le mani fino a spellarle e altri invece stanno sparando e mobilitano la delinguenza e il dissenso contro lo stato.
    Sicuramente il Brasile avrà un periodo identico a quello italiano degli anni 60/70.
    Bombe e omicidi, saranno finanziati dal Brasile filo amerikano e altri invece dal Brasile Americano.
    Ci sono fatti che stanno cambiando veramente questa Amerika.
    Obama invece,ha disertato l'appuntamento.Ha avuto paura di cambiare veramente l'Amerika.
    Ci diceva che era per l'America e tutti siamo accorsi a sostenerlo,ma invece si è dimostrato il solito presidente Amerikano.
    Ora la differenza è tutta qui.
    Ciocciolato o merda?
    Il popolo è meno deficiente di quanto credono i potenti.Ora abbiamo imparato a riconoscere il cioccolato dalla merda! 01-12-2010 12:21 - maurizio mariani
  • Cari amici del manifesto non commento questo articolo su Lula perche sono sicuro che poi si scateneranno vostri assidui frequentatori che ci odiano e creano solo un clima costante da ring... da pugilato ...vedi alcuni ributtanti commenti che addirittura esaltano Pinochet o i terroristi e fascisti O MAFIOSI sud americani!!! A MOLTI COMPAGNI NON GLI VA PIU ASSOLUTAMENTE DI CONTINUARE UN PING-PONG DI INSULTI E BATTIBECCHI CON GENTE CHE HA UN DNA FISSO FASCISTA ED INAMOVIBILE....
    A CHI GIOVA..NON VALE LA PENA DI PERDERE TEMPO E FATICA...NON SIAMO NE PUGILATORI NE RIEDUCATORI E I GIUDIZI DEI FASCISTI NON LI PRENDIAMO IN CONSIDERAZIONE.. NON CI INTERESSA DISCUTERE CON LORO NE ORA NE MAI...SONO COME MALATI INGUARIBILI ED IRRECUPERABILI.....forse diventa un po monotono per i lettori...assistere a queste sfide verbali non con posizioni di sinistra liberali, ma APERTAMENTE FASCISTE, GOLPISTE .....da un punto di vista giornalistico appare il vs,amici del manifesto un po quello che fece tanti anni fa RADIO RADICALE A SPERIMENTARE UN TELEFONO DAL VIVO IN CUI SI POTEVA DIRE TUTTO CON LA TOTALE LIBERTA!!!!.e che la magistratura interruppe di forza per fermare le VALANGHE di odio minacce insulti ed altro che uscirono dalle bocche degli italiani.....
    Se parlassi di LULA ed esaltassi la sua politica..immediatamente si scatenerebbero i trolls dei professionisti dello sfascio...I VOSTRI ARTICOLI APERTI AI COMMENTO MI SEMBRANO PIU DISTRUTTIVI E CASINARI CHE COSTRUTTIVI PER UNA NUOVA SINISTRA!
    sentiamo troppa monnezza giornalistica tutti i giorni...abbiamo bisogno di aria sana e pura e di progetti e dibattiti sul futuro..E NON RISSE CONTINUE...di urla fasciste ne sentiamo abbastanza
    ciao COSTRUIRE.... DISCUTERE PER COSTRUIRE UNA SOCIETA NUOVA 30-11-2010 23:17 - C.
  • Direi che i due paesi sono diversi anche come mentalità. Gli statunitensi sono culturalmente capitalisti, amano l'egoismo, la competizione,la ricchezza ecc.Le lobby economiche dettano legge negli USA, hanno il controllo dei media e dell'istruzione. L'America latina è più sociale sotto questo punto di vista, ma ci sono molte disuguaglianze anche li. In particolare, la destra sudamericana è una delle peggiori in assoluto, se si considera dal dopoguerra ad oggi. Obama ha deluso coloro che speravano in un cambiamento culturale degli USA. Oggi egli è già all'opposizione, dopo neanche 2 anni di governo. Soltanto F.D.Roosevelt riusci a dare un cambiamento economico-sociale di rilievo, mentre dopo di lui c'è stata solo la nebbia. 30-11-2010 20:05 - Marx
I COMMENTI:
INVIA UN COMMENTO
* richiesto
Nome   *
E-mail  
Immagine CAPTCHA per prevenire lo SPAM
Se non riesci a leggere la parola, clicca qui.
Codice   *
Commento   *
 
INDICE
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
marzo 2011 [ 26 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
marzo 2010 [ 30 ]
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
freccia
TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
MANIFESTO BLOG
LOSANGELISTA Luca Celada
freccia
ANTIVIOLENZA Luisa Betti
freccia
LO SCIENZIATO BORDERLINE Massimo Zucchetti
freccia
QUINTOSTATO Roberto Ciccarelli
freccia
FRANCIAEUROPA Anna Maria Merlo
freccia
ROVESCI D'ARTE Arianna Di Genova
freccia
POLTERGEIST Nefeli Misuraca
freccia
HORROR VACUO Filippo Brunamonti
freccia
NUVOLETTA ROSSA Andrea Voglino
freccia
ESTESTEST Astrit Dakli
freccia
NAPOLI CENTRALE Francesca Pilla
freccia
POPOCATÉPETL Gianni Proiettis
freccia
AUTOCRITICA Francesco Paternò
freccia
SERVIZI