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Andrea Bagni
Come si misura una buona scuola
Una sera, a cena con amici non insegnanti, il tema della discussione diventa questo: com'è che voi della "sinistra radicale" non capite che oggi l'egualitarismo degli stipendi, il rifiuto della meritocrazia, sono roba di destra. La sinistra è per le liberalizzazioni e la valutazione del merito. Non è vero che non si possono valutare gli insegnanti: ci sono parametri e indicatori di qualità, usati in tutto il mondo - basta non pretendere la perfezione. Non capite che oggi chi domina la scena è l'individuo con tutte le sue differenze, non le masse o gli apparati. Dobbiamo lavorare perché ci siano parti opportunità di partenza nella gara, ma la competizione è il dinamismo moderno di cui abbiamo bisogno, soprattutto per i giovani. Insomma basta difendere i carrozzoni dove chi non lavora o fa schifo guadagna quanto chi si impegna e vale. Un giovane precario mi aveva già detto durante un cambio di ora che la salvezza della scuola sarà quando i dirigenti potranno scegliersi gli insegnanti e le scuole con gli insegnanti migliori avranno più iscrizioni e denaro. Allora i prof bravi saranno ricercati, quelli pessimi i saranno soprannumerari, altro che garantiti dall'anzianità.
Adesso, se arriverà la sperimentazione della Gelmini: un mese in più di stipendio ai bravi, scelti da due prof del collegio insieme al dirigente e a un genitore "osservatore". Come faranno a scegliere, chi sono i bravi?
Quella sera a cena sono rimasto un po' così così, ma il tema esiste ed è importante.
Peraltro sono convinto da tempo che una certa sinistra novecentesca, masse-partito-stato bisogni materiali e uguaglianza come uguagliamento, sia superata. Ma la Thatcher diceva, non esiste una cosa come la società, esistono gli individui, e questo mi sembra ancora il pensiero della destra. Io penso che esistono le persone nella loro singolarità, ma esistono come tali nelle loro relazioni interpersonali, politiche e culturali. All'interno di un tessuto bene o male comunitario - con tutti i rischi che il termine comporta: di comunità chiuse, di appartenenze assolute, di guide gerarchiche, di religioni sacralizzate, separate dall'umano. E tuttavia non si è liberi fuori da relazioni, vincoli etici e affettivi, un tessuto civile e politico. Si è soli, impauriti e incazzati, in guerra col mondo. Magari è dinamismo, ma da giungla.
Qui, detto per inciso, forse è anche la nuova frontiera della dimensione politica. Per Obama come per Vendola. Rappresentare un orizzonte ancora di liberazione collettiva, inventare un linguaggio che tocchi i corpi e la vita delle donne e degli uomini, ma misurarsi con un deserto di corpi intermedi, con una polis spoliticizzata, con il rischio di lasciare sulla scena solo il leader e poi tutte le anime al seguito del carisma. Nel mezzo allora resterebbero i vecchi apparati di (ex) partito, adesso comitato elettorale. E la sfera della rappresentanza sarebbe nelle loro mani. Non una bella cosa.
A me sembra che nodi del genere riguardino, in un certo senso, anche la scuola. Come politicità delle relazioni orizzontali.
Se penso a me stesso, lo sento il bisogno di un riconoscimento da parte degli altri. L'idea di essere ingranaggio di una megamacchina burocratica e protetta dalla corporazione mi fa semplicemente orrore. Penso che la "contraddizione rivoluzionaria" oggi sia il lavoro creativo di donne e uomini, il loro desiderio di esistere in modo singolare, libero, capace di inventare la propria vita nel mare aperto della società esplosa. Però il mio desiderio di valutazione del merito è molto relazionale, diciamo così: i miei studenti (soprattutto ex studenti, con i propri è troppo facile o troppo difficile), i colleghi, i genitori con cui parlo e che mi raccontano. La società fluida e informale, ma non informe. Il dirigente scolastico tutto sommato mi interessa se è persona che stimo, cioè solo dentro una relazione che gli dà autorità. L'amministrazione, il ministero, c'entrano molto poco. Chi sa cosa ritengono che sia un buon insegnante e una buona scuola.
È vero tuttavia che l'istituzione può monitorare il sistema sulla base di dati oggettivi, indicatori statistici. Ed è vero che sarebbe utile. Che destino hanno lontano da noi, nel tempo, i nostri studenti. Qual è il loro percorso nella società e nel lavoro. Quali conoscenze hanno acquisito e applicano. Certo, la scuola è solo un segmento iniziale che fa parte di una storia molto più lunga. E ci sarebbero un mare di altre variabili non scolastiche da considerare, che fanno formazione e incidono sui destini. La misurazione del percorso professionale dei giovani, poi, non direbbe gran che sulla qualità del loro essere cittadini - vai a misurarla la cittadinanza. E nella valutazione dei singoli apprendimenti quante variabili da tenere presenti: condizioni sociali di partenza, famiglie, esperienze personali ed elementi biografici, conoscenze non prestazionali, capacità e competenze da misurare non si sa come. Insomma le solite obiezioni. Però gli amici mi direbbero, non c'è la perfezione dunque non si fa nulla? Peraltro è vero che quei dati sarebbero utili informazioni su cui ragionare, e sono raccolti ed elaborati in tutta Europa - anche se non è chiarissimo quanto servano a produrre una formazione migliore. Ha scritto Bottani anni fa che negli Stati Uniti i test sulle conoscenze hanno sviluppato la capacità di superare i test, non le conoscenze.
Il guaio è che su queste costruzioni statistiche necessariamente imperfette e incerte, si vogliono costruire non solo interventi di sistema, ma gerarchie, carriere, differenziazioni stipendiali. Quelle sì solide e certe. Sarebbe un disastro perfetto. Perduta la coscienza del limite di quelle valutazioni la scuola distruggerebbe la sua dimensione di professionalità collettiva. E il valore dell'individuo finirebbe per essere declinato tutto nella forma dell'individualismo, della competizione di mercato.
Possibile che non si riesca a pensare una valorizzazione di sé, del proprio lavoro, attraverso la collaborazione e non la competizione. Possibile che l'unico riconoscimento sociale che si immagina sia un qualche premio personale in busta paga - o fuori busta, come fa il privato che ama soprattutto la fedeltà, altro che il merito: domandatelo a Marchionne. Quando penso a me stesso, sarò un po' scemo ma mi sembra non mi interessi gran che una gerarchia o un privilegio di stipendio. Anzi, quella roba lì (se non condivisa) mi allontanerebbe da quelle/i da cui vorrei essere riconosciuto. Magari è un po' infantile ma mi piacerebbe qualcosa come una comunità scientifica, di pari, modello quella che si manifesta nelle penne stilografiche che in fila i colleghi di Nash in A beautiful mind gli appoggiano sulla scrivania. E lui è uno sconfitto della competizione. Sognare per sognare, quello almeno è un bel sogno.
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Inoltre la valutazione degli insegnanti viene effettuata, dopo un certo numero di anni, dai risultati che i loro allievi raggiungono nelle verifiche nazionali, che sono l'equivalente dei nostri esami di terza media e di maturità, ma solo scritti, standardizzati a livello nazionale e corretti in forma anonima da commissioni praticamente prive di potere discrezionale...è giusto, e funziona! Valutare gli insegnanti è giustissimo! Aiutarli a migliorarsi è n dovere! Ma le modalità non devono certo essere stabilite dall'alto da una che non è neanche capace di votare la propria stessa legge! 08-12-2010 04:53 - luigi
Fiumicino 04 dicembre 2010 h. 6.27 a.m. Mario R. Zampella 04-12-2010 06:27 - mario r. zampella
questa non la sapevo. ogni tanto mi rendo conto che i giornali dicono tante cose, ma talvolta le più gravi le omettono. tutti al rimorchio del tam tam. cioè la gelmini vorrebbe obbligare per legge o decreto che sia a stare in delle fasce forzatamente. e magari ipotizzando che la bontà di un insegnante segua la cosiddetta curva di gauss?!! e chi lo dice che nella popolazione sia questa la distribuzione? è un pensiero statisticamente infondato. anche questo deve farci pensare che sia: o una persona intellettualmente disonesta o una persona profondamente ignorante, che in ogni caso usa il suo ruolo solo per detenere un potere, non per far del bene al proprio paese. 04-12-2010 00:11 - nadia
ps.: il nostro franco carlini ha a suo
tempo più volte ricordato le virtù della cooperazione e della solidarietà, a fronte della concorrenza e della rivalità, fondandosi su esperienze concrete. 03-12-2010 23:34 - Spartacus
"La paura di perdere il poco che si ha e di doverselo continuamente guadagnare è il presupposto fondamentale per annullare la conflittualità capitale lavoro nella società contemporanea".
Aggiungo che questa logica e' propria del sistema capitalistico in generale. Infatti, tanto per fare un esempio, durante la grande depressione del 29-30, dovuta agli eccessi del sistema finanziario e speculativo, i milioni di diseredati e senza lavoro venivano "incolpati" del proprio stato e bollati come falliti ed incapaci. Insomma, se erano stati licenziati e si trovavano senza lavoro e alla fame, la colpa era loro, e non del miserabile sistema che era andato in frantumi.
La religione, con la sua continua spinta alla rassegnazione e alla accettazione dello status, quo ha da sempre contribuito al mantenimento di questa situazione di subordinazione delle classi subalterne.
in altri termini, con la scusa dell'individualismo' si riducono gli uomini a masse di uomini subordinati. 03-12-2010 15:47 - Murmillus
Nell'articolo ci sono un sacco di spunti interessanti: l'idea di comunità scientifica, il bisogno di riconoscimento del proprio lavoro. Aggiungerei l'Orgoglio intellettuale. E spero in una nuova Filosofia del lavoro da parte della sinistra. Va rifatto un vocabolario, è già stato detto, ma è ora di cominciare a riempirlo. La parola "narrazione" da sola non è sufficiente. 03-12-2010 14:42 - giovanni