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Massimo Recalcati
Per Berlusconi il (suo) desiderio è legge
Il recente rapporto annuale del Censis che descrive lo scenario sociale del nostro paese, come è stato notato da diversi commentatori, si nutre abbondantemente di concetti, figure e metafore tratte dalla psicoanalisi. Ida Dominijanni, sulle pagine del manifesto di sabato scorso, riconosceva nel mio ultimo libro, pubblicato a gennaio del 2010 da Cortina con il titolo "L'uomo senza inconscio", la fonte di ispirazione maggiore del ritratto che Giuseppe De Rita e il suo Centro Studi propongono per il nostro tempo. La sregolazione pulsionale e l'eclissi del desiderio, il dominio del godimento immediato, l'apologia del cinismo e del narcisismo, l'evaporazione del padre, sono tutti concetti che il lettore dell'"Uomo senza inconscio" può facilmente ritrovare, alla lettera, nel rapporto del Censis. Lo stesso vale per la coincidenza tra la mia tesi di fondo e quella proposta da De Rita: la cifra nichilistica del nostro tempo si può sintetizzare parlando di una estinzione del soggetto del desiderio e di una apologia del godimento sregolato e immediato.
Se un sociologo come De Rita utilizza un sistema concettuale direttamente derivato dalla clinica psicoanalitica, dobbiamo chiederci il perché di questa centralità assunta dalla psicoanalisi come modello interpretativo del presente.
Provo a dare una risposta: forse perché è sempre più evidente che la dimensione del confronto argomentativo, o, se si preferisce, del conflitto delle interpretazioni, lascia il posto a moti pulsionali acefali, refrattari alla dialettica politica e vincolati a quella fascinazione macabra della pulsione di morte che nel nostro tempo sembra non trovare più argini simbolici sufficienti? Chiusura narcisistica, autoconservazione cinica, particolarismi etnici, atomizzazione dei legami sociali, disfacimento della legge simbolica, non sono, almeno nella prospettiva della psicoanalisi, classici esempi di dominio della pulsione di morte?
Proprio questa spinta alla morte è, a mio parere, il fondo oscuro di quella figura teorica che Lacan chiamava «il discorso del capitalista» e che non era l'esito di una avventura nell'economia politica, ma riguardava la fede nell'avere, la fede nell'oggetto del godimeno. Se il desiderio è senza oggetto perché è slancio, apertura verso il nuovo, verso l'alterità, verso l'imprevisto, se - appunto - il desiderio non ha mai un oggetto, «il discorso del capitalista» sostiene l'illusione che solo nella fede dell'oggetto vi sia salvezza. Di qui il carattere feticistico delle merci di cui Marx ha offerto la teoria insuperata, e di qui il carattere illusorio della sua offerta. C'è un collegamento tra questa dimensione del «discorso del capitalista», che Lacan definiva come «infernale», e la crisi etica segnalata dal rapporto del Censis, la quale a sua volta è direttamente legata all'epoca del berlusconismo e va ben al di là degli allarmi scandalizzati di eventuali moralisti, perché tocca al cuore le ragioni del nostro stare insieme, dell'abitare uno spazio comune.
Leggendo "L'uomo senza inconscio" De Rita non ha pensato di utilizzare una nota che giudico cruciale sull'importanza inedita di un personaggio come Silvio Berlusconi, una nota in cui ponevo il problema della necessità di pensare a una nuova declinazione del potere.
Al filtro della psicoanalisi si possono distinguere, in Italia, tre grandi stagioni del potere politico. La prima è quella predipica, che caratterizza l'affermazione dei totalitarismi storici: qui la figurazione del potere si impernia sulla figura ipnotica e carismatica del duce, del leader che soggioga la folla dall'alto del suo pulpito. La voce, lo sguardo e il corpo tout court del capo diventano oggetti d'idolatria. La folla, come ha spiegato bene Freud, si rispecchia in un ideale incarnato nello sguardo invasato e ipnotico del suo capo. Nel nome di questo ideale (la natura, la razza, la storia) si poteva giustificare ogni male. L'ideale elevato a Causa assoluta è in effetti, come ha mostrato lucidamente Hannah Arendt, il cuore pulsante di ogni totalitarismo. La paranoia è la figura clinica che meglio illustra questa adesione fanatica alla Causa eletta come principio etico assoluto.
La seconda stagione è quella che si apre con la caduta dei regimi totalitari e che giunge in Italia sino allo scandalo di Mani pulite: qui abbiamo conosciuto una versione edipica del potere, dove la legge si poneva il compito, come avviene in ogni democrazia, di limitare e circoscrive il godimento individuale. È questo il motivo centrale della funzione edipica del padre: il sacrificio individuale, la rinuncia pulsionale direbbe Freud, rende possibile il patto e la convivenza sociale. L'interesse generale tende a prevalere su quello particolare. Possiamo pensare alle figure di Alcide De Gasperi e a quella di Enrico Berlinguer come figure che testimoniano in modo esemplare la subordinazione degli interessi individuali a quelli collettivi. In gioco non è più l'adesione cieca alla Causa posta come Ideale assoluto e inumano, ma la vita della polis, il politico come ragione che rende possibile l'integrazione delle differenze e la composizione dialettica dei conflitti.Si può discutere delle realizzazioni più o meno riuscite di questa opzione ma la natura edipica di una simile versione del potere è certa. Se in questo caso dovessimo evocare una figura della clinica per raffigurare questa declinazione del potere dovremmo evocare quella della nevrosi come posizione soggettiva caratterizzata dalla oscillazione tra la legge e il desiderio, tra la necessità del sacrificio individuale imposta dalla legge e la tendenza alla sua trasgressione.
La terza stagione, quella ipermoderna del potere incarnato da Silvio Berlusconi, realizza il godimento illimitato come l'unica possibile forma di legge. È qui che il berlusconismo si radica al centro della evaporazione della funzione paterna di cui parlava Lacan con riferimento all'affermazione incontrastata e mortifera del «discorso del capitalista». La psicoanalisi ha un nome preciso per definire questa aberrazione della legge, che serve solo il proprio godimento: perversione. Con questo termine non ci si riferisce a quanto avviene sotto le lenzuola, ma all'attitudine a subordinare ogni cosa (la verità, i legami sociali, gli affetti più intimi, gli interessi generali di una comunità) al proprio godimento personale, vissuto come un imperativo incoercibile.
La legge si sgancia dal desiderio perché il desiderio esige di incontrare dei limiti, per funzionare e farsi progettuale. Qui, invece, ciò che conta - ed è veramente ciò che davvero più conterebbe in una eventuale psicopatologia di Berlusconi - è l'angoscia provocata dal limite, dalla legge, è cioè l'angoscia della morte. Non si intende, infatti, nulla di questa nuova versione del potere se non si parte da questo presupposto clinico.L'individualismo sfrenato di cui parla il rapporto del Censis è, in realtà, l'effetto di un rigetto profondo della dimensione finita e lesa dell'umano. Rigetto perverso di cui Berlusconi è l'incarnazione farsesca e drammatica insieme. Per questo il suo corpo è di plastica, ritoccato dal bisturi, protesico, corpo-scongiuro, corpo bionico che deve rendere invisibile la presenza inquietante della malattia e l'insidia della morte. Il predellino prende così il posto del pulpito. La leadership di Berlusconi non deriva affatto, come pensano Di Pietro e molti altri, dalla manipolazione mediatica della verità. Egli ottiene consenso non grazie all'oscuramento di quel che fa, non nonostante ciò che fa, ma proprio perché è ciò che fa. In questo senso Berlusconi fa epoca: perché solleva il problema di cosa può diventare il padre nel tempo della sua evaporazione, nel tempo del tramonto della sua funzione ideale-orientativa.
La risposta che il berlusconismo offre è in piena sintonia con il discorso capitalista: il padre, il luogo della legge, diviene colui che può godere senza limiti. Perché il suo capriccio non ha davvero più nulla di privato in quanto assume corpo di legge, diventa, letteralmente, legge ad personam.
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di giuliasiviero - 17.08.2013 22:08
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Arrivano i vostri ovvero la sindrome di Sansone
di gianni - 06.08.2013 06:08












Ma che ce freca, ma che c'emporta.se l'oste ar vino...eccetera.Daje Milè!! 08-12-2010 11:58 - Stefano
L' Antiedipo non è la soluzione, è il problema.
Piano d' immanenza, rizoma, machine desirante. Ancora li, state ?
Daje Forte, Recalcà..... 07-12-2010 23:53 - Milena Caldararo
Intervista a Calearo sul Riformista
<<«Dai 350mila al mezzo milione di euro».
Esagerato.
«E pensi che la quotazione, nei prossimi giorni, può ancora salire. Soprattutto al Senato».
Addirittura.
«I prezzi, quelli per convincere un indeciso a votare la fiducia al governo, per adesso sono questi».
L’«indeciso» Massimo Calearo, imprenditore e deputato ex pd, sente, vede, scruta. E racconta al Riformista il prezzario della crisi di governo.
«Domenica Il Sole 24 ore ha scritto che sono 345 i parlamentari che perderebbero la pensione in caso di scioglimento delle Camere.
Per non parlare di coloro che sono sicuri della non ricandidatura. La psicosi, per quello che sto vedendo, sta alimentando il mercato degli indecisi in vista del 14 dicembre.
Qualche esempio?
Un nutrito gruppo di parlamentari del Pd mi sta tempestando di messaggi del tipo: «Massimo, almeno tu che hai la possibilità di farlo, vota a favore del governo».
Sembra un appello disperato.
Lo è. Sto parlando di gente che ha il mutuo da pagare, le rate degli ultimi acquisti, i sogni e i progetti su cui aveva puntato all’inizio della legislatura.
Onorevoli sull’orlo del crack.
Nel Pd, il mio ex partito, il dramma è ancora peggiore. Alcuni colleghi, che come me erano arrivati in Parlamento grazie a Veltroni, sono sicuri che Bersani non li ricandiderà. Niente rielezione, niente pensione, niente di niente in quel partito che era nato sotto il segno di Obama ed è finito sotto il segno di Vendola.
Non pensa di essere un po’ troppo ingeneroso, Calearo?
Macché. La situazione dentro il Pd è pessima. Per non parlare del Terzo pollo.
Il Terzo polo, semmai.
No, no, il Terzo pollo. Con due elle.
Scusi, si riferisce al progetto Casini-Rutelli-Fini?
Esatto. Quello è il Terzo pollo. Anzi, per essere più precisi, è un pollaio in cui ci sono due polli e una volpe che si prenderà tutto. Non mi chieda di specificare chi è la volpe perché, naturalmente, non le risponderei.
Al tridente potrebbe aggiungersi il suo amico Montezemolo, lo sa?
Mi creda, conoscendo l’esperienza nazionale e internazionale di Luca, so benissimo che non scenderà in campo adesso. Per ora non ci sono le condizioni. C’è soltanto un sacco di gente che lo sta tirando per la giacchetta.
Torniamo al Palazzo.
Al mercato vorrà dire. Credo che nel giorno dell’Immacolata si raggiungerà il picco delle telefonate per convincere i parlamentari. Mediamente una cifra che va dai 350mila ai 500mila euro può bastare, al netto della promessa di un’eventuale rielezione. Poi, se la situazione sarà meno incerta, il prezzo ovviamente scende. La bravura sta nello scegliere i tempi giusti per saltare il fosso. D’altronde la tempistica, nei mercati, è tutto.
Non mi dica che questa cifra è sufficiente per «comprare» l’onorevole Calearo, industriale, ex presidente di Federmeccanica?
Eh no. Io sono un caso a parte. Grazie a Dio, a mio padre, a mia madre e a me medesimo, posso tranquillamente tornare da dove sono venuto. Lo sa che cosa mi ha detto Berlusconi, quando ci siamo incontrati di recente?
Ce lo dica.
Mi ha detto «Calearo, io non ho nulla da offrirle perché lei, come me, vive di del suo, di ciò che già ha». È finita che abbiamo parlato tutto il tempo di economia.
Lei è passato dal Pd ai rutelliani, salvo poi abbandonare anche l’Api. Fini non l’ha mai cercata?
Lui mai. Ho parlato con alcuni dei suoi uomini.
Ad esempio?
Ho ottimi rapporti con Urso, che è stato un fior di sottosegretario. Anche quando stava al commercio estero, due legislature fa.
Ma lei che cosa farà il 14 dicembre?
Il bello della diretta di Calearo è che il sottoscritto ha tutte le carte in regola per godersi lo spettacolo in poltrona. Ascolterò Berlusconi e deciderò alla seconda chiama, dopo aver visto un po’ la situazione.
Chissà che cosa succederà.
Questo non lo so. Ma ascoltando l’uomo della strada ho come la sensazione che Berlusconi e Bossi, nel caso del voto anticipato, vinceranno di nuovo.
Non al Senato, però.
E che ne so. Questi sono tecnicismi da politologo. Io dico che vinceranno. Sempre se Silvio non la spunta prima, alle Camere. E poi, me lo faccia dire: chi si oppone a Berlusconi non ha mica un progetto politico. Punta solo a farlo fuori.
La giornata dell’«indeciso». Ora che sono le 16,43 di lunedì 6 dicembre, quante telefonate dal «Palazzo» ha ricevuto?
Oggi siamo a tre. Due anti-governative, per convincermi a non votare la fiducia. Una berlusconiana, per chiedermi di votarla. Ma la strada fino al 14 è ancora lunga.
IL 14 TUTTI A ROMA UNITI CONTRO LLA CRISI 07-12-2010 23:29 - Antonio (SeL
Invece di andare a pagare o difendersi con i strumenti della legge borghese,è sceso in campo.Ha tolto i suoi politici corrotti e si è messo al comando di una barca, che ha due classi soltanto.Padroni e tutto il resto nella stiva.
Berlusconi, così facendo, si è pòi montato la testa e ha cominciato a sentirsi come un Dio.
Il resto dell'Italia,chi pauroso,chi asservito e colluso, con questo tipo di sviluppo così consumista e così lontano dal concetto di stato, che avevamo fino a Moro,
si è trasfomao in un Nerone che tutto gli è permesso.Se recitasse poesie,una folla di intellettuali,starebbero a decantarle o al massino discuterci sopra.
Altro che Caligola,questo ha messo a fare i ministri alcune battone da bordello.
Altro che quel nobile cavallo.
Ora lo si chiama,uomo senza inconscio.Io direi uomo senza palle.
Marx ebbe a dire di questi personaggi che erano il prodotto della decomposizione dello sviluppo capitalista.Neruda invece che è più capibile da noi uomini semplici, diceva che era un mostro.Si, un mostro della ragione.Questa ragione! 07-12-2010 17:02 - maurizio mariani
aquilani, le mamme vulcaniche di Terzigno e i napoletani che si
organizzano per fare la raccolta differenziata, gli operai di
Melfi,Pomigliano,Termini Imerese e Mirafiori, le migliaia di studenti,
ricercatori e professori contro la controriforma Gelmini, la Fiom e la
Cgil,il popola Viola, il movimento per l'acqua pubblica, i movimenti
ambientalisti nati sul territorio, dal basso, le migliaia di precari, i
veneti incazzati,chi combatte quotidianamente contro tutte le mafie al
nord come al sud, quei tanit del PD che hanno capito che non si
può stare chiusi nel palazzo e perder di vista I BISOGNI E NON
GLI UMORI DELL'ITALIA, tutti quelli che sanno o hanno capito che il
PAESE REALE non è sui telegiornali o nelle gazzarre/salotti
politici. PER NICHI VENDOLA PREMIER.
p.s.
A Napoli per le primarie a sindaco mi sarei aspettato maggior coraggio da parte di Vendola e Gennaro Migliore, non che Mancuso sia una persona inaffidabile, però una persona come Alex Zanotelli, davvero avrebbe rapresentato una scelta diormpente e di lotta reale allle ecomafie 07-12-2010 16:51 - Antonio (SeL)