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COMMENTO
13/12/2010
  •   |   Marco Bascetta, Benedetto Vecchi
    È cambiata l'aria

    Ripubblichiamo questo articolo, apparso sabato e vittima di una serie di disavventure tecniche, in vista della manifestazione del 14 dicembre.

     

     

    Le mobilitazioni degli studenti e dei ricercatori hanno raggiunto in questi giorni una intensità e una estensione che non trovano riscontro  in nessuno dei picchi di conflitto toccati nell’ultimo ventennio. Una lunga sedimentazione di analisi, di pratiche, di esperienze sembrano addensarsi oggi in un passaggio manifestamente e direttamente politico che, per la prima volta da molto tempo, si rivela in grado di parlare all’intera società e di farsi pienamente comprendere, di incalzare istituzioni e forze politiche, di incidere sul clima sociale e di far traballare i luoghi comuni e i tabù ideologici che da anni impongono, a destra come a sinistra, l’ordine del discorso e l’orizzonte del possibile.

    L’aria, insomma, è decisamente cambiata. Perché in questo cambiamento di fase, la questione dell’Università e della formazione riveste un’importanza tanto cruciale? In primo luogo perché proprio su questo terreno l’ideologia e la pratica del neoliberismo e i relativi dispositivi disciplinari hanno allestito il laboratorio in cui si progettava il futuro, approntato le tecniche e le procedure per il controllo delle nuove forme del lavoro, teorizzato e messo diffusamente in pratica il precariato come strumento di ricatto, mascherato dalle retoriche dell’efficienza, della meritocrazia e della competizione internazionale. Il lavoro precario e le forme di dipendenza che lo caratterizzano, e che oggi insidiano, attraversano e costringono sulla difensiva l’intero mondo del lavoro, si sono imposte come modello proprio a partire dal sistema della formazione e dal lavoro cognitivo. Mettere in scacco l’ideologia liberista e i suoi meccanismi di selezione nell’Università, significa, né più né meno, che metterla in scacco tout court. Senza la scuola e l’università della “disponibilità incondizionata” non si potrebbe pretenderla neanche dagli operai di Pomigliano d’Arco, sociologicamente e culturalmente tanto diversi dalle avanguardie operaie degli anni ’60 e ’70 quanto simili per aspirazioni e forme di vita agli studenti in movimento e al precariato giovanile.

    Uno sguardo ravvicinato sulle grandi e medie fabbriche renderebbe visibile il fatto che la precarietà non è appannaggio dei soli giovani che entrano nel mercato del lavoro, bensì  il principio cardine dei rapporti tra capitale e lavoro, anche quando si è in presenza di relazioni fondate sul contratto a tempo indeterminato. Sarebbe però errato interpretare l’ “unità contro la crisi” che ha innervato la grande manifestazione della Fiom lo scorso 16 ottobre e si proietta ora verso la manifestazione del 14 dicembre, nei termini classici di un’ “alleanza operai-studenti”,  tra stabili e precari, o di patti generazionali, aggiungendovi magari  il canonico quesito su a chi spetti l’egemonia e a quale soggetto debba attribuirsi il ruolo salvifico di “motore della storia”. Le cose non stanno più così. Né gli studenti, né gli operai, né il vasto mondo degli sfruttati con i suoi contorni sempre più indefiniti, sono più quelli di 40 anni fa. La staticità delle posizioni sociali, con relative forme di coscienza identitaria e “politica delle alleanze”, non appartengono più né alla percezione dei soggetti, né alla natura dei processi di produzione. Ma quello che più rileva è che questa mobilità/precarietà, anche quando assume le sembianze di una contrattazione individuale, del destino separato di ogni singolo, costituisce un fenomeno collettivo, un tessuto nel quale tutti sono implicati. Lo scambio sul mercato del lavoro si fonda su regole e rapporti di forza che non lasciano spazio alle aspirazioni dei singoli ma, tuttavia, le brandiscono contro le idee e le pratiche dell’agire collettivo. Ciò che accade, ora, è che di questo elemento collettivo, dei nessi che collegano le posizioni degli uni a quelle degli altri, si comincia a prendere coscienza, sbaragliando le insistenti corbellerie sul “capitale umano” e gli “imprenditori di sé stessi” che per tanti anni hanno ammorbato il clima sociale e ingannato le prospettive individuali. Il tema classico della “ricomposizione di classe” o, se vogliamo,della classe a venire, deve essere ripensato allora nei termini di un riconoscimento. Non del simile, ma del diverso. Non dell’ identità di gruppo sociale, ma dell’identità di interessi (intesi in termini, al tempo stesso, economici, politici e culturali). Non su base etico-solidaristica, ma riconoscendo quanto e come la negatività della nostra posizione sia legata alla negatività di quella dell’altro e quanto legato ne sia dunque anche  il rovesciamento. Di tutto ciò, il riconoscimento del lavoro migrante costituisce un decisivo banco di prova, come il movimento che ha preso corpo intorno ai migranti arrampicati sulla gru di Brescia ha messo pienamente in luce.
    La ministra Gelmini inorridisce nel vedere gli studenti manifestare con i pensionati. Ma non v’è precario che non sappia quanto la pensione dell’anziano genitore compensi il suo reddito misero e intermittente, così come non c’è pensionato che non vorrebbe il suo reddito alleggerito da questo gravame. Per non dire dell’autonomia compromessa di entrambi. Parliamo di una ricomposizione tra personalità complesse, irriducibili ai tratti più scarni e stereotipi della loro (provvisoria) posizione sociale. Una ricomposizione che si dà immediatamente nelle forme del ragionamento politico, come lo fu, per fare un esempio fin troppo illustre, il “manifesto” del 1848.
    Il ddl Gelmini è segnato, infine, da una maledizione: quella di giungere al termine di un ciclo, la stagione dell’ubriacatura liberista. Non ha avuto la fortuna dei riformatori di sinistra, che ne hanno gettato le basi e sdoganato l’ideologia, di poter parlare a vanvera in attesa di smentite a venire. Ha, per così dire, alle spalle le macerie dell’edificio che si ripromette di costruire. Le macerie di quel rapporto tra Università e sistema delle imprese, tra formazione e interessi privati, che ne costituisce il presupposto e la ragion d’essere. Rispetto alla ricerca e alla formazione il capitale privato italiano, dal dopoguerra ad oggi , non ha davvero nessuna credenziale da esibire, nessun “merito”, nessuna credibilità. Questa miseria è sotto gli occhi di tutti. Gli “imprenditori di sé stessi” sono alla bancarotta, i “meritevoli” vanno per stracci, la crisi scatena una guerra per le risorse disponibili che, mascherata da ricette per il rilancio dell’economia, non è che il tentativo spasmodico di scaricare costi, salvaguardare profitti, posizioni di privilegio e interessi corporativi. L’Università della competizione liberista, laddove non si investe altro che l’indebitamento degli studenti e il lavoro gratuito dei ricercatori, presenta il suo biglietto da visita  nel pieno di una crisi sempre più fosca, nel bel mezzo di un mondo indebitato fino al collo. Non le resta che gabellare i tagli per virtù e principio di razionalizzazione. Un argomento, a dir poco, miserabile, che non riesce  ad attutire l’attrito tra la realtà ruvida della crisi e le ricette senza soluzione di continuità con cui i suoi artefici pretendono di superarla. Ai “riformatori” dell’ Università, che si sono susseguiti negli anni, praticando ciascuno il suo esperimento fallimentare, ma tenendosi tutti rigorosamente nello stesso solco e sulla stessa strada, è giunto il momento di presentare il conto.
    C’è poi un altro elemento decisivo, del tutto nuovo rispetto al contesto in cui si sono sviluppati i movimenti degli anni passati, compreso quello, per tanti versi potente, che ha vissuto nelle giornate di Genova e nella fioritura dei social forum e delle mobilitazioni contro la guerra i suoi momenti di gloria. E cioè la totale destabilizzazione (nel quadro di una destabilizzazione globale) del quadro politico italiano. La stessa tormentata vicenda parlamentare del ddl sull’Università è il segno di quanto le forze politiche, nell’incertezza del proprio futuro, nell’assenza di strumenti culturali e politici diversi da quelli che la crisi e l’insofferenza sociale hanno profondamente logorato, siano oggi spiazzate, disorientate, intimorite dall’ onda dei movimenti in crescita. Il segno di quanto un’intera cultura (o incultura) politica  stia cominciando a franare.  Di quanto le alchimie dei compromessi e delle alleanze inciampino sui conflitti reali e la ricerca del minimo comune denominatore fra le forze parlamentari diverga da quell’idea del comune (si veda ad esempio il successo straordinario della campagna per l’acqua pubblica) che sta crescendo nel paese. Finché la crisi della rappresentanza si limita alla disaffezione e alla marginalità imbronciata dei critici e dei disillusi, si può continuare a far finta di niente. Ma quando nelle piazze si esercita il diritto di veto e nelle assemblee quello di proposta, allora il ceto politico è messo di fronte alla sua propria inconsistenza e, con questo, al timore che la sua autoriproduzione sia compromessa. Ne consegue quel grottesco Kamasutra parlamentare con cui si tenta, sotto le insegne del cambiamento, di lasciar tutto così come è. Qui si tratta, allora, di impedirla una “ricomposizione di classe”: e cioè di impedire che sotto la bandiera dell’antiberlusconismo, disarcionato il Cavaliere,  i poteri forti si ricompattino, salvaguardando la continuità delle politiche liberiste e restaurando, attraverso più eleganti dispositivi di governance, il controllo sociale e i meccanismi dello sfruttamento. Nelle università, nelle fabbriche, nelle diverse realtà territoriali, di questo si tratta. La manifestazione del 14 dicembre non è solo per sbarazzarsi di Berlusconi e dei personaggi più inquietanti della sua corte, per ripristinare un innocuo galateo della democrazia, ma anche per impedire un nuovo patto tra padroni. Per avviare un percorso di attraversamento della crisi che non lasci inalterati i rapporti di forza nella società.  Impedire che questa riforma dell’Università vada in porto, come è perfettamente chiaro al movimento di opposizione, non può che rimettere in questione anche tutto quello che le sta dietro. Ma già siamo oltre, faccia a faccia con i signori della crisi che si affannano nel convincerci che la loro destabilizzazione ci esporrà alla catastrofe, al flagello del Mercato. E’vero il contrario: è la continuità, più o meno mascherata da innovazione, che eserciterà sulle vite di tutti una violenza sempre maggiore e offrirà alla speculazione finanziaria succulente occasioni di profitto. C’è un solo vero motivo per cui la sinistra debba temere le elezioni: l’astensione.  La quale, a sua volta, è ( anche se non solo) la risposta a una politica che si sviluppa contro o a prescindere dai movimenti e, più in generale, dalla crescente esasperazione sociale che attraversa il paese.


I COMMENTI:
  • Ulteriore precisazione, sull'onda di una seconda lettura dell'ottimo articolo. Sarebbe un grave errore interpretare quello che sta accadendo in termini di "crisi sistemica" o di "faccia a faccia con il potere". Anche queste categorie, teleologiche e soggettivistiche, non ci servono più e vanno messe da parte. Non siamo di fronte ad una crisi del neoliberismo, ma ad una sua spaventosa ristrutturazione, che apre le porte ad un modello sociale di stampo "ottocentesco". Più un regolamento di conti che un crollo, insomma, interno anche gli stessi ceti dominanti: vedi scontro Marcegaglia - Marchionne, ma non solo. D'altra parte, non c'é nessuna rottura nel sistema di rappresentanza. Semplicemente, é almeno dal governo Amato che, in Italia sull'onda della ristrutturazione globale di mercati e organismi istituzionali, rappresentanza istituzionale e conseguente sovranità non riguardano più la società in tutte le sue articolazioni, se mai lo hanno fatto (quanta retorica gramscista dobbiamo lasciarci alle spalle ancora), ma si propongono come gestione sociale da parte di gruppi dominanti (molto compositi e non limitati ai ceti più abbienti) dell'ambiente di riproduzione allargata del dominio neoliberista. La "democrazia", nel senso di diritti universali + sovranità generale + welfare, é finita: Marchionne questo ci dice, in Italia. Chi guarda le cose estere sa che questo messaggio circola da almeno dieci anni. Penso che sia quindi inutile mandare messaggi vagamente minacciosi al Pd o ai partitucoli che gli stanno a sinistra. Se andiamo a verificare le pratiche concrete, per esempio dando uno sguardo al loro comportamento nelle amministrazioni locali (braccio armato della gestione compiutamente sociale della mercificazione), é evidente come siano una semplice appendice di una politica di gestione della povertà che é, ora, l'orizzonte politico dei settori - diversi e in conflitto tra loro - protagonisti delle strategie neoliberiste. Quello cui stiamo assistendo non é una caduta del sistema di comando, ma un suo riposizionamento. La questione é chi guida, e in vista di cosa, e quindi come, la ristrutturazione italiana: l'uscita della società italiana da un sistema "nazional - popolare" di organizzazione sociale verso qualcosa di diverso, terribilmente selvaggio e spietato. Ribadisco che anche lo schema utopistico/catastrofista, insieme agli altri giustamente citati nell'articolo, é morto. Dobbiamo trovare qualcos'altro, organizzarci in un'altra maniera, per "andare altrove": e rendere la nostra modalità di organizzare le nostre differenze il veicolo per attaccare "I" poteri diffusi, per riprendere capacità di controllo sulla produzione e la società, e mettere in circolo democrazia "praticata". Quello che voglio dire, prendendo per buono quanto detto nell'articolo, é che non é tempo di patti di legislatura o di accordicchi elettorali (per far eleggere chi?, mi chiedo, magari qualcuno che finalmente pensa, interpretandosi come Mosé di fronte alla "moltitudine" - tavole della legge comprese - di elevarsi fino ad uno scranno adeguato alla sua foga profetica? O qualche galoppino, magari "docente", della simpatica combriccola?). Dobbiamo tirare una linea, molto netta, e da lì ripartire con proposte ed una strategia politica di medio - lungo periodo. La butto lì, senza starci a pensare troppo: due cose secondo me vanno messe in campo. Una seria, l'altra anche, ma più boutade: lascio la sua interpretazione
    al buon senso di chi legge.
    La prima: al di là dello scendere in piazza "contro" il governo o come forma di "rappresentazione diretta di istanze democratiche", importante, sì, ma che ormai abbiamo capito che lascia il tempo che trova, sarebbe utile organizzare un'assemblea (non "gestita", magari) TEMATICA e di PROPOSTA con - tutti quelli che ci stanno, chiaro - in primis gli operai del gruppo Fiat dei vari stabilimenti, i migranti che sono organizzati e in lotta, gli studenti in mobilitazione. Non si tratterebbe di ripetere quant'é brutto e cattivo e il neoliberismo, piuttosto di fare un discorso su pratiche concrete di gestione, di lotta, di organizzazione sociale.
    Il secondo punto - semiserio, ma sono serissimo in realtà: una struttura di potere é come un'edificio. Lo si mina non nella testa, ma negli snodi portanti che reggono la struttura. L'università é un importante bacino di potere. Ci sarebbero lunghi discorsi da fare sul suo funzionamento, ma credo che potremmo essere d'accordo che uno dei piloni del dominio professorale (non solo) e accademico, é il concorso di dottorato (da eliminare, mantenendo le borse per tutti gli iscritti). Ebbene, sarebbe una simpatica iniziativa, segno di reale adesione alle lotte di questi giorni, se i professori "anti - Gelmini", multitudinari e rifondaroli ad esempio (dico in particolare a Roma, Urbino, Bologna, Milano, e Napoli) denunciassero PUBBLICAMENTE, facendo nomi e cognomi, le magagne cui regolarmente assistono, e partecipano, relative ai concorsi di dottorato. Modo interessante per mostrare la faccia oscura della struttura, o, meglio, quella evidente e realmente pubblica di riprodurne le gerarchie ed il potere interno, per colpirne il sistema di comando e aprire un fronte - trasgredendo la regola numero uno: "cane non mangia cane" - tra i professori. Avrebbe un bell'effetto destabilizzante (primo scopo di una battaglia non é indebolire il nemico al suo interno? Machiavelli docet) e farebbe chiarezza su tanti soloni che si esaltano quando possono pontificare in assemblea o sui giornali, ma che poi, chissà perché, in facoltà te li ritrovi sempre da un'altra parte.
    Vediamo se stavolta qualcosa é cambiato. Vediamo se chi ha scritto il pezzo ha voglia di andare a ficcare il naso anche in questa melma, e a scriverci su (tipo una bella inchiesta sull'uso del potere dei professori di "sinistra" a Siena): sarebbe utile a togliere il tappo e a ramazzarla via. 14-12-2010 07:47 - Aldo Pardi
  • Ma ancora la menate co 'sti ricercatori cooptati dai baroni e futuri baroni! ma basta manifesto! basta! non se ne può più! 13-12-2010 19:27 - giorgio
  • metterse su delle imprese, delle aziende , dei commerci secondo un'etica di "sinistra", insomma fare qualcosa;
    da qui partirebbe un nuovo modello, se ci si limita a torizzare o si fa i sindacalisti, indubbiamente nobile difendere i lavoratori, ma la proprieta' rimane immutata o si arriva solo a pensare alla fin fine, o teorizzare un partito che prende il potere politico ed economico, anche se dopo il crollo dell'URSS, questo e' amantato da parole che vogliono confondere il vero obiettivo

    compagni mettete isieme i vostri capitali, chi piu' chi meno e producete 13-12-2010 19:13 - marco
  • L'antineoliberismo è un'ideologia populista, piccoloborghese, socialdemocratica e, di solito, antimperialista (a là 15-18).

    Comunque: è contraddittorio addebitare il peggioramento delle condizioni di vita a un'ideologia e allo stesso tempo constatare che il mondo è indebitato fino al collo. Non è che sia così difficile comprendere che il neoliberismo è proprio l'effetto dell'indebitamento. Ossia: dai settori produttivi non si estrae più plusvalore e quindi il capitale si rifugia in borsa, come promessa di futuri riusciti investimenti produttivi (da qui la moltiplicazione del denaro da sè stesso, cioè una crescita che è pura simulazione). Non essendoci, non 'avverandosi', questi investimenti produttivi, ecco che abbiamo lo scoppio delle bolle. I tagli, la macelleria sociale, la disoccupazione, il precariato, l'erosione progressiva dei diritti ne sono l'immediata diretta conseguenza. Indirettamente abbiamo la crescita della corruzione e l'inselvatichimento sociale.

    Il problema però non è solo di analisi. Da un'analisi consegue una prospettiva. L'articolo molto giustamente accenna alla questione di una coscienza alternativa, o resistenziale, o trasformatrice, o modificante gli equilibri di potere attuali o come la si vuole chiamare. Io non la chiamerei, nè me la auspico, una "coscienza di classe". L'articolo dice che bisogna riconoscere la diversità di disagio dell'altro da sè perchè quel disagio fa parte di un disegno (o meglio sarebbe dire di una 'dinamica obiettiva', in linea col concetto marxiano di feticismo che sarebbe il caso di riprendere) di atomizzazione degli individui. i quali non riconoscendo il disagio altrui non comprendono che si autoledono: se non riconosco il disagio del lavoro degli immigrati, per es, non comprendo che il loro sfruttamento viene usato per ledere anche i miei diritti e quindi per immiserire anche me. Questo mi pare sia il discorso dell'articolo. Ma, nel caso, questo discorso non è nulla di nuovo. In realtà, puntare sui proprio interessi (riconoscendo quelli altrui che coincidono o coinciderebbero con i miei) significa presupporre tutte le categorie basiche della produzione di merci: reddito, lavoro, rapporti di proprietà, lo Stato, il mercato etc. Non c'è nulla di realmente dirompente in questo discorso, come la storia ha d'altronde ampiamente dimostrato. C'è semmai la difesa del proprio interesse (di clsse media) e la prospettiva di salvaguardarlo all'infinito quando, questo pianeta sempre più indebitato, non lo permette più. Ma infatti chi sta sbriciolando la crisi è proprio la classe media. Il punto è che non si va verso la proletarizzazione (l'esercito di riserva) ma verso l'insignificanza sociale, verso un'esistenza considerata dalla razionalità aziendale un oneroso costo, ciò che rappresenta sia il prodromo dello sterminio di massa, sia la decomposizione sociale in cui sguazzano bande di predoni (magari con il ruolo decisivo, da noi, delle 'mafie storiche'). Fino a fenomeni di barbarie per ora non prevedibili.

    Insomma, un soggetto veramente emancipatorio non è nè preesistente, nè la sommatoria o la sintesi dei soggetti in lotta di resistenza, bensì è un soggetto autocostituentesi che nasce dall'incontro tra lotta immanente e critica categoriale, e non può che essere una soggettività radicalmente antipolitica e antieconomica.

    Manca un dettaglio essenziale: perchè gli investimenti produttivi sono perdenti? Lo si prenda come articolo di fede perchè mi sforzo di essere sintetico e questo sarebbe un ulteriore "capitolo". Certo che se si pensa che la crescita si potrebbe realizzare col lavoro cognitivo...ciao core. 11-12-2010 16:52 - lpz
  • L'ARIA E' CAMBIATA SUL SERIO! E' DIVENTATA IRRESPIRABILE PER LA NAUSEANTE PUZZA CHE EMANA!!
    Stavo leggendo sull'Unità la cronaca in diretta della manifestazione di oggi del partito che ci salverà da Berlusconi (quello che detiene il monopolio TV senza che si sia trovato mai il responsabile di tale dono ad personam), devo dire che il calibro degli interventi, ma soprattutto il calibro, lo spessore e l'indiscutibile moralità intellettuale, fanno si che questa volta volta mi sento sicuro nascerà una nuova Italia da questa manifestazione e da questi personaggi:
    - Finocchiaro: «Piazza fantastica»! NESSUNO OSI PARLARE DI PARENTOPOLI PER L'APPALTO DEL MARITO NELLA SICILIA DI LOMBARDO PERCHE' ALTRIMENTI QUERELA.
    - Di Pietro: successo di piazza, successo protesta anti regime! OGGI DICE DI VEDERE UN REGIME, NELL'ULTIMA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE NAZIONALI, INSIEME A VELTRONI, IL "REGIME" MONOPOLISTICO TELEVISIVO DEL SUO MAGGIOR NEMICO SI E' PERSINO DIMENTICATO DI SOLO NOMINARLO.
    - Veltroni: il Pd investa su se stesso! ANCORA SU SE STESSO E SUI SUOI COMPONENTI, C'E' DA CHIEDERSI QUANDO SI SAZIERANNO.
    - Iervolino: sto in piazza tra la gente!! E LA SUA GENTE E' IN PIAZZA TRA LA MONNEZZA NONOSTANTE I MILIARDI DI EURO "GESTITI" PER SMALTIRLA INSIEME A BASSOLINO !!
    - Arriva Renzi... BHE' A QUESTO PUNTO ME NE VADO IO!! 11-12-2010 16:36 - La Bella Italia
  • Bel pezzo. Parlerei piuttosto di processi ancora frammentari, per quanto di forte impatto, di ricomposizione di un articolato e magmatico blocco d'alternativa. Solo per dire di stare attenti agli "eroici furori". Comunque, al di là della forza che si sta mettendo in campo, siamo ancora tutti in fase di negazione dell'esistente: manca la proposta, e una politica che se ne faccia motore. Bene la difesa del comune, ma l'acqua, ad esempio, o il territorio, o la produzione, o l'istruzione - a tutti i livelli - come la facciamo "nostra", e in che modo la facciamo funzionare in modo differente? Quali sono le "nostre" università, le "nostre" città, i "nostri" acquedotti? Stante il fatto che, visto il mutamento qualitativo del governo capitalistico globale, non é possibile tornare ad un modello di redistribuzione/mobilità sociale di tipo keynesiano. Neppure ridando la gestione, cosiddetta "pubblica", ai comuni, che, in questo scenario, significherebbe appoggiare un modello di gestione municipalistica del liberismo (più vicino alla sua naturale disposizione, tra l'altro, come sapevano bene liberisti storici italiani - che hanno costruito "politicamente" l'economia di questo paese - come Farini, Francesco Ferrara, o Sonnino). Così come sono qualitativamente mutati, in termini di comando capitalistico, gli strumenti politici su cui imperniava le sue politiche di scala, tipo i partiti. Il rischio, se non si ribatte sulla necessità, a partire da questo importante accumulo di forza, di elaborare un progetto, che comprenda anche un sistema di connessione delle differenze, un sistema di partecipazione/decisione/verifica/azione assolutamente diverso e altro rispetto a quello partitico - istituzionale, é di ricadere in avvitamenti sterili e controproducenti: proprio come a Genova, dove, approfittando della fragilità del movimento, qualcuno trattava con Rifondazione per fare mettere in lista le moltitudini insorgenti, qualcun' altro in lista già c'era da sempre, o nelle stanze di partito, altri si stavano facendo assumere qui e là, e tutti trattavano di sottobanco con i DS per avere un posticino dentro al "governo dei movimenti": quello Prodi, il più spaventosamente liberista della storia della Repubblica. A scapito dei social forum, uccisi alla prima riunione nazionale del movimento, alla Stazione Leopolda (Casarini, un "capo" vecchia maniera, intervenne rivendicando la legittimità dell'essere "componente" impegnata nell'"egemonia" "sul" movimento - e dicendo che dei social forum "se ne fotteva"). Quando dico che occorre discutere quale politica e per fare cosa, intendo esattamente dire che é l'ora, e lo dico anche a chi ha scritto l'articolo, di smetterla di pararsi dietro parole belle e vaghe, come "comune", e di cominciare INSIEME a produrre proposte, e dico "produrre" nel senso di azione collettiva, una filiera articolata che lavori pratiche di liberazione attraverso un percorso paritario e condiviso, senza privilegi "intellettuali" di sorta, dove ogni contributo sia bene accetto e tutti - dico "tutti" - possano dare il loro. Esistono esperienze in questo senso - in Messico, in Brasile - : prima di urlare parole roboanti, e assumendo fino in fondo il senso proprio di "comune", vogliamo provare ad imparare da chi é più giovane di mente e di cuore di noi, intossicati da modi di far politica già per proprio conto avvelenati? 11-12-2010 12:01 - Aldo Pardi
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