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Marco Bascetta
Violenza, problema della politica
Il pulpito non è mai stato il luogo migliore da cui osservare (e ascoltare) la realtà. Da lì non provengono che certezze e verità rivelate, prescrizioni e precetti. Che si predichi la rivolta o l'obbedienza, la rabbia o la comprensione non cambia molto alla sostanza delle cose. La politica è tutt'altra questione: è guardare agli accadimenti, valutarne le cause e le conseguenze, comprendere quali vuoti vadano a colmare, quali stati d'animi e quali desideri mettano in moto. Sapendo che neanche il freddo ragionare dell'utilitarista può venirne a capo, che diversi sono i piani di realtà e diversa è la loro percezione.
Il «cui prodest» non è mai stata una spiegazione esauriente, a volte per difetto e a volte per eccesso di razionalità. Sono piccole accortezze di igiene mentale che di fronte alla violenza di piazza vengono regolarmente spazzate via, lasciando il campo all'esorcismo: la violenza, si sostiene allora, non è radicata nelle cose, non è vissuta nella realtà della vita, ma un corpo estraneo, qualcosa che accade prima, dopo o a fianco dell'esperienza condivisa. È l'inclinazione irrazionale se non perversa di pochi, tutt'al più contagiosa, strumentale, deviante. La vecchia storia delle "pecore nere" che bisogna sopprimere o allontanare dal gregge per proteggerne la salute e l'incolumità, secondo una logica millenaria che spazia dal potere pastorale alla persecuzione degli eretici: «isolate i malvagi!», questa la parola d'ordine. E che resta, con poche varianti, la logica del potere. La politica che predica e prescrive (ma non risponde e non risolve), anche la più benintenzionata, si perpetua cancellando lo spessore dell'evento, separando le cause dagli effetti e facendo di questi ultimi un oggetto oscuro, imprevedibile e incomprensibile che può chiamarsi black bloc, «professionisti della rivolta» o comunque altro si voglia designarlo. E così, sfidando oltre che la ragione anche il ridicolo, si pretende che sia il provocatore o l' "infiltrato" a determinare il corso degli eventi. Fantastico demiurgo che configura a suo piacimento la pasta informe della realtà.
L'insorgenza non ha bisogno di essere messa al centro della scena, la occupa e basta. Quel che conta, allora, è l'angolazione dalla quale la si guarda, sia pure senza rinunciare ai propri principi etici, ma almeno con la modestia di misurarli con gli eventi, gli stati d'animo, le ferite di un'esperienza alla quale non è sensato sovrapporre la propria. Senza ricorrere a quella finzione che sospinge ciò che non piace ai margini del movimento reale, senza illudersi di collocare fuori quello che invece sta dentro: vissuto e non «estetica di avanguardie irresponsabili e violente», come recitano un esorcismo consolatorio e la piattaforma della repressione. E senza cessare di domandarsi se la politica delle regole e delle buone maniere sia davvero capace di correggere sé stessa, senza una coercizione che le è estranea. Di percepire la violenza che essa esercita, nella forma e nella sostanza: riportare il ddl Gelmini in Senato prima di Natale, questa sì è provocazione, scelta criminale, sopraffazione. Chi li isolerà questi violenti? Che non fanno politica, ma puntano a spezzare le reni degli avversari presenti e futuri? Pensate che gli studenti reagiranno con un coro natalizio o leggendo in piazza le pagine più commoventi di Dickens, magari riconoscendovisi?
Non si risolve la questione del contropotere e del cambiamento evocando semplicemente schiene dritte e volti illuminati, reti, convegni, magnifici progetti, balli, canti e girotondi, come non la si risolve neanche inneggiando alle barricate, semmai prendendo atto che gli uni e le altre appartengono allo stesso mondo e allo stesso problema. Tutti, bontà loro, compreso l'exemplum virtutis nazionale Roberto Saviano, capiscono e lamentano la «disperazione», che tanti giovani oppongono al loro astratto catechismo. Dimenticano, tuttavia, che la sua forma peggiore e tutt'ora più diffusa non conduce alla sommossa, ma alla depressione, alla rinuncia, alla cancellazione di sé. Per sfuggire a un simile destino ciascuno ha diritto di scegliere la sua strada, giusta o sbagliata che sia. Gli anni '70 appartengono alla preistoria e quelli che li hanno vissuti lo sanno assai bene, contrariamente a chi ne evoca ossessivamente e strumentalmente lo spettro. Per una sola cosa merita però ricordarli. Alla rivolta repressa e senza risposte seguirono il carcere, l'eroina e il suicidio. Né la Milano da bere, né la poetica della bontà sono state in grado di risparmiarci questo. La violenza non è un'alternativa alla politica, è, però, un suo problema. Ma, si sa, Saviano fa un altro mestiere. Chiuso il messale la parola passa al ministero degli interni.
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e' indubbio che crea piu' dibattito e partecipazione parlare della violenza che di altro (ad esempio riforma dell'universita')
indipendentemente dal grado di violenza espresso la violenza poi diventa come un tarlo
a mio parere se ne dovrebbe parlare meno mi sembra che lo si faccia in modo ossessivo 19-12-2010 18:39 - marco
Nessuno in questo forum che voglia vedere in faccia la realtà e cioè che per la prima volta i manifestanti hanno attaccato senza aspettare pacificamente di essere pestati e portati nelle varie Bolzaneto della capitale. Nessuno si è accorto che il movimento per la prima volta non si è dissociato spaccandosi sulla annosa e verbosa questione della violenza, come se questo fosse il vero problema della protesta...
Noi proponiamo vecchi schemi già sperimentati ed insufficienti, anzi risibili, come le petizioni da inviare al presidente della repubblica e al presidente di quel consiglio che ignora la protesta e procede con tagli draconiani.
Ora, nel millennio della globalizzazzione, a me pare che l'unico modo che le giovani generazioni hanno per progettare una parvenza di futuro è internazionalizzare, creare contatti con le stesse genrazioni che stanno lottando in altri paesi, protestando contro il futuro negato. 19-12-2010 15:05 - Luca
Tutti hanno davanti agli occhi le scene di violenza che accadono spesso in parlamento, dove volano ceffoni, cazzotti spintoni,gomitate,spallate......botte da ORBI.... 19-12-2010 13:17 - Cane sciolto
Per rispondere a chi mi ha preceduto vorrei far notare,ammeno che non abbiamo letto la Storia da libri diversi,che gli Zar vennero cacciati con l'uso della violenza,appunto perchè incapaci di rispondere al mutamento che tutti i governi degli altri paesi europei avevano già affrontato da tempo.No coment invece su Ghandi. 19-12-2010 11:58 - gianfranco