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COMMENTO
18/12/2010
  •   |   Marco Bascetta
    Violenza, problema della politica

    Il pulpito non è mai stato il luogo migliore da cui osservare (e ascoltare) la realtà. Da lì non provengono che certezze e verità rivelate, prescrizioni e precetti. Che si predichi la rivolta o l'obbedienza, la rabbia o la comprensione non cambia molto alla sostanza delle cose. La politica è tutt'altra questione: è guardare agli accadimenti, valutarne le cause e le conseguenze, comprendere quali vuoti vadano a colmare, quali stati d'animi e quali desideri mettano in moto. Sapendo che neanche il freddo ragionare dell'utilitarista può venirne a capo, che diversi sono i piani di realtà e diversa è la loro percezione.
    Il «cui prodest» non è mai stata una spiegazione esauriente, a volte per difetto e a volte per eccesso di razionalità. Sono piccole accortezze di igiene mentale che di fronte alla violenza di piazza vengono regolarmente spazzate via, lasciando il campo all'esorcismo: la violenza, si sostiene allora, non è radicata nelle cose, non è vissuta nella realtà della vita, ma un corpo estraneo, qualcosa che accade prima, dopo o a fianco dell'esperienza condivisa. È l'inclinazione irrazionale se non perversa di pochi, tutt'al più contagiosa, strumentale, deviante. La vecchia storia delle "pecore nere" che bisogna sopprimere o allontanare dal gregge per proteggerne la salute e l'incolumità, secondo una logica millenaria che spazia dal potere pastorale alla persecuzione degli eretici: «isolate i malvagi!», questa la parola d'ordine. E che resta, con poche varianti, la logica del potere. La politica che predica e prescrive (ma non risponde e non risolve), anche la più benintenzionata, si perpetua cancellando lo spessore dell'evento, separando le cause dagli effetti e facendo di questi ultimi un oggetto oscuro, imprevedibile e incomprensibile che può chiamarsi black bloc, «professionisti della rivolta» o comunque altro si voglia designarlo. E così, sfidando oltre che la ragione anche il ridicolo, si pretende che sia il provocatore o l' "infiltrato" a determinare il corso degli eventi. Fantastico demiurgo che configura a suo piacimento la pasta informe della realtà.
    L'insorgenza non ha bisogno di essere messa al centro della scena, la occupa e basta. Quel che conta, allora, è l'angolazione dalla quale la si guarda, sia pure senza rinunciare ai propri principi etici, ma almeno con la modestia di misurarli con gli eventi, gli stati d'animo, le ferite di un'esperienza alla quale non è sensato sovrapporre la propria. Senza ricorrere a quella finzione che sospinge ciò che non piace ai margini del movimento reale, senza illudersi di collocare fuori quello che invece sta dentro: vissuto e non «estetica di avanguardie irresponsabili e violente», come recitano un esorcismo consolatorio e la piattaforma della repressione. E senza cessare di domandarsi se la politica delle regole e delle buone maniere sia davvero capace di correggere sé stessa, senza una coercizione che le è estranea. Di percepire la violenza che essa esercita, nella forma e nella sostanza: riportare il ddl Gelmini in Senato prima di Natale, questa sì è provocazione, scelta criminale, sopraffazione. Chi li isolerà questi violenti? Che non fanno politica, ma puntano a spezzare le reni degli avversari presenti e futuri? Pensate che gli studenti reagiranno con un coro natalizio o leggendo in piazza le pagine più commoventi di Dickens, magari riconoscendovisi?
    Non si risolve la questione del contropotere e del cambiamento evocando semplicemente schiene dritte e volti illuminati, reti, convegni, magnifici progetti, balli, canti e girotondi, come non la si risolve neanche inneggiando alle barricate, semmai prendendo atto che gli uni e le altre appartengono allo stesso mondo e allo stesso problema. Tutti, bontà loro, compreso l'exemplum virtutis nazionale Roberto Saviano, capiscono e lamentano la «disperazione», che tanti giovani oppongono al loro astratto catechismo. Dimenticano, tuttavia, che la sua forma peggiore e tutt'ora più diffusa non conduce alla sommossa, ma alla depressione, alla rinuncia, alla cancellazione di sé. Per sfuggire a un simile destino ciascuno ha diritto di scegliere la sua strada, giusta o sbagliata che sia. Gli anni '70 appartengono alla preistoria e quelli che li hanno vissuti lo sanno assai bene, contrariamente a chi ne evoca ossessivamente e strumentalmente lo spettro. Per una sola cosa merita però ricordarli. Alla rivolta repressa e senza risposte seguirono il carcere, l'eroina e il suicidio. Né la Milano da bere, né la poetica della bontà sono state in grado di risparmiarci questo. La violenza non è un'alternativa alla politica, è, però, un suo problema. Ma, si sa, Saviano fa un altro mestiere. Chiuso il messale la parola passa al ministero degli interni.


I COMMENTI:
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  • condivido pienamente il senso dell'articolo, già tempo fa mi ero trovato a scrivere in questa bacheca per far presente che saviano non è un vate e tantomeno può ricondursi ad una sinistra anticapitalista, gli si riconoscano i meriti di denuncia e stop. relativamente alla violenza vale il principio di brecht "chi è più ladro? chi apre una banca o chi la rapina?" 19-12-2010 11:15 - leonardo da udine
  • "Violenza problema della politica"? No, assolutamente non sono d'accordo, la violenza è invece il problema dei rivoltosi, sarà la violenza a condannarli e sepperlirli. Sono d'accordo con quel gran cervellone di CLAUDIOUNO, che in questi giorni ci sta ripetutamente ripetendo, su queste pagine, che la violenza per la piazza avrà un effetto boomerang. La storia infatti ci insegna che se si fosse usata violenza, con relativo "effetto boomerang claudiouno", oggi in Francia non si sarebbero ancora disfatti di Luigi XVI, in Russia ci sarebbero ancora gli Zar, la Gemania sarebbe alla fame ancora sotto il governo consociativistico della Repubblica di Weimar, e noi non saremmo mai riusciti a vedere Mussolini andare ad appiccarsi al rifornimento di benzina.
    No, per liberarsi della nostra REPUBBLICA CONSOCIATIVISTICA, fin troppo simile alla Weimar, la violenza sarebbe non solo improduttiva ma addirittura controproducente come lo è stata per il movimento di Ghandi: questo grande rivoluzionario scelse infatti la violenza e... ancora oggi in India abbiamo le CASTE!
    No, la violenza no! La violenza è un BOOMERANG come ci avverte SAGGIAMENTE lo scienziato e storico CLAUDIOUNO! Le armi che la piazza deve adoperare sono altre, una su tutte ad esempio, UNA BELLA RACCOLTA DI FIRME A PROTESTA da inviare al Presidente della Nazione e al Presidente del Consiglio. 18-12-2010 23:27 - La Bella+Italia
  • "...Dimenticano, tuttavia, che la sua forma peggiore e tutt'ora più diffusa non conduce alla sommossa, ma alla depressione, alla rinuncia, alla cancellazione di sé..."

    o agli attentati suicidi in qualche ufficio o in qualche scuola, tragico fenomeno globale. Che sia stato quantomeno terapeutico il 14/12 è fuor di dubbio. 18-12-2010 18:35 - lpz
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