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Massimo Stella, Patrizia Pinotti*
Gli studenti fanno paura
Questo movimento degli studenti fa paura a tutti. Lo si capisce molto bene dalle reazioni immediate ai poli opposti delle appartenenze e dell'opinione: da Saviano a Gasparri. Questi studenti fanno paura tanto a chi auspicava la protesta quanto a chi pensa che non abbia ragione di esistere. Il dibattito sui moti del 14 dicembre è stato monopolizzato da due parole: disagio e violenza. Intellettuali, giornalisti, scrittori, politici non hanno parlato che di disagio e di violenza. E si tratta di due parole assolutamente vuote. Il disagio è evidente ed è di tutti. Quanto alla violenza di piazza, i poliziotti sono pagati per fare un mestiere (come un insegnante o un operaio) e chi va in manifestazione per picchiare o spaccare sa benissimo che compie un atto illegale. Questo è tutto quello che c'è da dire sulla violenza di piazza. Forti di queste due parole vuote, sono tutti pronti, però, a dare il voto in condotta - «ci sono studenti per bene e poi c'è la feccia senza cultura e senza criterio» - cui segue l'immancabile lezione morale - «ragazzi state attenti a non farvi strumentalizzare. Dovete condannare la violenza». Al voto in condotta e alla conseguente lezione morale si aggiunge infine la lezione di economia: «Ma non vi rendete conto che il modello assistenziale da voi sostenuto non è più possibile? Che bisogna incominciare a premiare il merito e l'efficienza?».
Questi studenti non hanno bisogno di alcuna lezione. Di fronte a questi studenti bisogna fare un passo indietro, chiudere la bocca, una volta tanto, e pensare. Pensare soprattutto a noi stessi e di noi. Perché questi studenti stanno parlando anche di noi. Se mai c'è un'analogia buona a capire, tra tutte quelle completamente sbagliate e velenose evocate in questi giorni - e quella più sbagliata e velenosa di tutte, lo diciamo all'insieme di coloro che l'hanno pensata tra sé o detta e scritta, è la «strategia della tensione» -, se c'è mai un'analogia buona, ci viene dalla storia delle donne: chi, quarant'anni fa, si è sentito addosso lo sguardo di una femminista incazzata, dovrebbe capire, oggi, che genere di sguardo è quello che gli studenti ci stanno puntando addosso. E il vero punto della questione non è certo costituito dalla riforma: da una riforma concepita come il cortocircuito di tutte le possibili istanze in gioco, e che, dunque, costituisce la trappola perfetta per ogni allodola - per i giovani ordinari carrieristi che, magari in quota Pd, si sono gettati a capofitto nella commissione parlamentare gelminiana, per i vecchi ordinari che smaniano di sterminare avversari con le fusioni dipartimentali e dei poli universitari, facendo man bassa di posti, per i ricercatori che aspirano a diventare associati per forza di legge, per gli studenti che si illudono di essere premiati un giorno per merito...
Troppi interessi, come si vede, impossibili a conciliarsi. E questi studenti lo sanno. Se non lo sanno, perché non conoscono i meccanismi interni, comunque lo intuiscono, come si suol dire, di pancia, perché ormai sono abituati ad essere fregati. Il punto è, piuttosto, che con i moti del 14 dicembre, non si riapre, né si ripete, ma, al contrario si chiude definitivamente un cerchio apertosi quarantadue anni fa. Né sappiamo ciò che potrà succedere in seguito e chiunque abbia previsioni è in cattiva fede, perché, dentro di sé, già spera che tutto finisca il più presto possibile e come sempre. Salvo il numero sempre più esiguo di privilegiati chiusi nel loro sempre più ristretto e diroccato cimitero, ma garantito da ogni governo, gli studenti di oggi, in modo del tutto diverso dagli studenti del '68 e del '77, sentono di vivere già adesso, sentono di essere predestinati in futuro a vivere vite di scarto, vite private di diritti in cui, per troppo poco tempo, sono stati cresciuti.
È la questione della gratuità dei diritti che gli studenti ci stanno sbattendo in faccia oggi, chiedendoci un resoconto. Loro ci chiedono: se vi siete svegliati sul fare del 2000 accorgendovi che i diritti - il diritto all'assistenza sanitaria, il diritto all'istruzione pubblica, il diritto al lavoro, il diritto al riposo, il diritto alla famiglia - accorgendovi che tutti questi diritti costano, e se si è trovata solo una soluzione, tagliarli il più possibile, restringerli fino a far soffocare la società civile, perché siamo noi a doverne fare le spese? Perché dobbiamo pagarlo solo noi tutto questo infinito conto? È una domanda precisa, lucidissima, implacabile. E adesso chi risponde? Il docente universitario che spera di ottenere un ordinariato con qualche università telematica o il barone che imperversa in concorsi in cui si chiacchiera delle commissioni prima dei sorteggi e dei vincitori prima degli esami? Il docente di liceo che deve certificare a livello europeo conoscenze, competenze e abilità, ma continua a dare i voti come negli anni cinquanta? L'imprenditore veneto che non vuole pagare le tasse, ma pretende gli aiuti nazionali per l'alluvione? L'industriale che esporta il lavoro all'estero, togliendo di qua per rapinare meglio di là ed eventualmente ritornare di qua solo se gli si dà la garanzia che i contratti varranno più dei lavoratori? Questa gente si sente di rispondere agli studenti?
Ecco perché gli studenti fanno paura. Ecco perché si preferisce parlare di disagio e di violenza. Chi è disposto ad assumersi delle responsabilità generazionali? E questo è l'altro punto cruciale. Loro ci dicono: abbiamo capito una legge antica e non scritta che da sempre governa questo paese. È la legge dell'atavico familismo amorale contadino: il vecchio fotte sistematicamente il giovane. Persino l'unico che salva, il figlio, lo salva soltanto perché è sua proprietà. Loro ci dicono: non sono mai stati belli i vecchi di questo paese: da quelle bocche spira un vento di malora e di miseria che ha raggiunto anche noi. Abbiamo letto Pavese e Fenoglio, abbiamo letto Vittorini e Sciascia, abbiamo letto Elsa Morante e Pier Paolo Pasolini. Abbiamo studiato la storia dal '43 ad oggi. Tutto lo riconferma. I titoli di quei libri portati in manifestazione non sono una colorata e pacifica ventata di freschezza: quei libri sono lì per inchiodare i vecchi alle loro responsabilità. Hanno riaperto il pozzo della memoria. Hanno rimesso le mani in quell'intreccio di padri, figli, sorelle, fratelli, di letti, di campi, di faide tra parenti. Il campo e il falcetto sono ancora là. Il prete è ancora là nella parrocchia. La cognata è ancora nel letto del suocero. Dall'albero degli zoccoli pende ancora un destino e un auspicio di emigrazione: imparate le lingue e riprendete le vie del mondo, diceva De Gasperi ai giovani nel '49. E mentre i giovani di oggi ci ficcano gli occhi in faccia e nell'anima con giusto furore, dalla loro protesta emerge la domanda che fa più paura di tutte: c'è un altro modo di pensare il futuro che non sia l'uccisione dei nostri diritti?
*Grecisti, precari della ricerca all'Università di Pavia
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Lasciamo in pace gli studenti, lasciamoli creare qualcosa di diverso, semmai incoraggiamoli a non adagiarsi su un 18 (o su un 40, o un 50, a seconda dei sistemi). Le critiche me le tengo per me, a meno che non mi sia richioesto da loro. Mantengo la severita` di sempre, la rivolta e il pensiero critico si possono coltivare anche mentre si studia per gli esami.
A parte questo, sono felice di vedere i supergiovani in piazza.
Mi aspetto da loro cose nuove, non grandi, magari, ma certo non piccoli aggiustamenti dell` esistente. Per pensare in piccolo c`e` tutta una vita, adesso e` ora di proiettarsi in avanti. Suerte, ragazzi. 28-12-2010 04:39 - Enrico Marsili
credo che sia molto più facile
unificare il movimento.
La violenza che è stata usata
nei confronti di operai e studenti è la stessa che si esercita nei
confronti di tutti i ceti
sociali non privilegiati da questa banda di predoni che ci governa siano essi politici
o industriali.Ce n'è abbastanza
perchè la rivolta sia generalizzata a partire dai luoghi di lavoro e di studio.
Lo slogan "operai e studenti uniti nella lotta" che è riapparso in alcune manifestazioni e che dette inizio a quel travolgente mvimento che portò ad un enorme
salto in avanti,negli anni '70,
le classi popolari su diritti,
salari,pensioni,salute, ecc.ecc.
può essere l'inizio di una inversione di tendenza rappresentata da più di 30 anni
di sconfitte e di arretramenti.
Io sono vecchio ma ho vissuto,
in fabbrica ed iscritto alla FIOM,quella fase e mi vengono le
lacrime agli occhi a leggere
l'accordo stipulato dai sindacati complici a Mirafiori.
E' davvero un ritorno al medio
evo,una distruzione di civiltà,
di diritti che non ha eguali.
Io spero molto soprattutto in
voi giovani che mi sembra state
uscendo dal torpore e che avete
capito che si tratta della stessa lotta contro gli stessi
avversari,per immaginare una
vita degna di essere vissuta.
Io per quello che posso,vi do
una mano.Auguri a tutti.Piero. 28-12-2010 01:04 - Piero
Disagio? violenza? Impossibilità di mantenere lo stato assistenziale? Difesa della democrazia?
Quante belle parole. Lo sapete che nel 2009 il 10% delle famiglie più ricche in Italia si è pappato il 44,7 per cento della ricchezza netta (8600 miliardi circa), e il 50% più povero ha avuto un misero 9,8 per cento? Non so se è chiaro: il 10% per cento più ricco ha a disposizione 5 volte tanto della metà dell'intera popolazione italiana. La protesta giovanile è il primo, e di certo non isolato sintomo, di una situazione esplosiva dal punto di vista della sperequazione dei redditi (indice Gini 0,613, tra i più alti in Occidente). Per i soloni dei giornali e delle televisioni, difesa della democrazia significa: difesa, grazie ai manganelli dei poliziotti e alle concioni di quasi tutti i media, di una situazione di privilegio tra le più intollerabili tra i paesi occidentali. La fonte dei dati è al di sopra di ogni sospetto: il Supplemento al Bollettino statistico n. 67 della Banca d'Italia, dicembre 2010 (reperibile sul sito della Banca stessa se si è interessati). La tabella finale è chiara, limpida e non lascia dubbi. E' affascinante notare come pochi dati possano far capire quanto siano insulsi e pretestuosi il 100 per cento dei discorsi che difendono una politica che ha come unico scopo di mantenere i vantaggi di pochi a scapito dei molti.
Distinti saluti. 27-12-2010 11:36 - bruno di+prisco
In qualità di ex sessantottino, per quanto non violento, non mi passa neanche per l’anticamera del cervello di criticare le violenze del 14 dicembre 2010. Piuttosto ho rispolverato la frase di Thomas Sankara: “UN MILITARE SENZA FORMAZIONE POLITICA NON E’ CHE UN POTENZIALE CRIMINALE “ e questo articolo mi è sembrato un po’ troppo “leggero” nel paragonare il lavoro dei poliziotti a quello degli insegnanti o degli operai.
Sarebbe stato molto più interessante che gli autori avessero aiutato gli studenti ad analizzare i veri mandanti dei tagli all’istruzione/ricerca, perché da questi tagli è derivata la protesta. Fortunatamente su “Il manifesto” ho letto anche articoli più interessanti di questo che, per esempio, parlano di ricerca della meritocrazia, anche all’interno delle scuole, non più finalizzata agli interessi del dio mercato quanto a quelli della cooperazione.
Come sempre la rivolta è un moto incontrollabile spinto da situazioni di sofferenza che ben poche possibilità ti danno di ragionare lucidamente. Creare divisione generazionale in un momento così critico è estremamente controproducente, quando invece tanti vecchi, anagraficamente parlando, hanno la lucidità e l’esperienza per non incappare in facili errori. 26-12-2010 22:38 - gianni terzani
Questo punto può e deve assumere un CARATTERE IDEOLOGICO. Essere ora ripetuto oltre i confini della ragionevolezza.
Perché solo dalla massima diffusione di questo principio si può contrastare il suo esatto contrario: l'idea che non c'è più spazio, ne' tempo, ne' soldi per soddisfare i bisogni della collettività e degli individui che la compongono.
Idea altrettanto ideologica, altrettanto irragionevole della precedente. Ma, in più, portatrice di un intollerabile CARATTERE DI AUTOLESIONISMO, quando espressa come un disco rotto dagli stessi soggetti che da quei diritti potrebbero essere (o, come osservano Stella e Pinotti, sono stati) protetti e garantiti.
Cominciare a liberarsi dalla NUBE IDEOLOGICA DEL LIBERISMO, smascherare gli inganni e le seduzioni con cui ha plagiato le società occidentali, affermandosi come dogma e stato di natura, aumentando le illusioni di ricchezza collettiva e, nel contempo, favorito infinite accumulazioni di capitale nelle mani di poche decine di persone.
Aiutare un RICAMBIO GENERAZIONALE con un altro progetto, nuovi obiettivi, nuove parole d'ordine di quelli fallimentari con cui ci hanno voluto educare negli ultimi 25 anni. 26-12-2010 20:13 - Alessandro