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A sostegno della Fiom
Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti
Abbiamo deciso di costituire un'associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione.
La prima ragione della nostra indignazione nasce dall'assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell'impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive.
La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l'essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell'ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l'esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.
L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.
Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria.
Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.
La precarizzazione, l'individualizzazione del rapporto di lavoro, l'aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell'ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto "collegato lavoro" approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l'affettività dei diritti stessi.
Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all'altezza della sfida?
Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.
Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un'associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un'azione adeguata con l'intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno.
- 29/12/2010 [157 commenti]
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La vicenda dell'accordo FIAT è molto seguita dal sindacalismo spagnolo
Antonio B. 04-01-2011 01:15 - Antonio Baylos
http://www.sindicalistas.net/2011/01/documento-apoyemos-la-federacion.html 04-01-2011 01:12 - Antonio Baylos
Ho anche letto le "piccole polemiche" sul nome, che può far correre il pensiero
a "sinistra e libertà", per cui Vendola vi dovrebbe ringraziare e di cui io ho comunque la tessera.
A me, in ogni caso, la memoria che mi ha
richiamato è quella ben più gloriosa e antica di "Giustizia e Libertà",
forse perchè figlia di un partigiano, ho 45 anni,
questo nome è per me un poco la guida da quando sono piccola.
Credo che
poi siano partite veramente da lì tutte le varianti del caso, e ben
vengano.
Certo le anime di questa associazione, dalla Rossanda a cui va
la mia più infinita stima e ammirazione, la seguo da sempre, a Rodotà,a Gallino,
persone di cui ho letto praticamente tutto, a Bertinotti e
Cofferati che praticamente hanno sempre avuto delle posizioni
sindacali, conflittuali?, se vogliamo essere generosi, lascia un
pochino perplessi.
Ma stare dalla parte della Fiom in questo momento,
ho molti amici tra di loro, vuole dire difendere oltre che un contratto
nazionale di lavoro, una idea di democrazia e di difesa dei diritti
minimi, tra cui l'articolo 1 della Costituzione.
Semplicemente, non si
può far decidere ai lavoratori, già sotto cassa integrazione, dunque in
una posizione più che debole, se abdicare ai loro diritti, conquistati
in anni di lotte sociali, in cambio di un lavoro senza protezione e
senza rappresentanza sindacale.
Forse all'inizio della Rivoluzione
industriale si può trovare una situazione del genere, la differenza
sono solo le condizioni igienico/abitative, e se si studia la storia
una sorta di socialismo paternalista nasce proprio in quel periodo, con
i primi industriali che capirono che per far lavorare bene gli operai
dovevano farli stare in ambienti sani e puliti (l'edlizia sociale per i
lavoratori a costo zero inglobata nello stipendio).........ma senza
diritti, perchè dovevano lavorare alle loro condizioni! (detto in
maniera telegrafica)
La situazione è talmente semplice nel suo
ricatto assurdo, soprattutto in zone depresse, che è paradossale come
non si capisca come il dramma di queste persone sia lacerante.
Sono,
senza nessuna retorica, piccoli eroi di questo nostro quotidiano
degenerato, chiamati a decidere, in nome di un ricatto infame, se
abbassare la testa e rinunciare a tutto ciò in cui credono per non
dover dire alla moglie e ai figli " Non possiamo pagare l'affitto e
fare la spesa"
Il Tg3 passa interviste di operai che dicono:"Cosa
facciamo se la fabbrica chiude, ho 3 figli, un mutuo....."
Non c'è sponda
politica, gli altri sindacati che hanno firmato,magari hanno in
percentuale una forza minore della Fiom, e dunque non avrebbe valore
democraticamente il contratto firmato da una minoranza, ma non c'è mai
stato controllo su questo.
Chi conosce le percentuali vere?
LA Fiom è
forte nel suo settore, si è mai pensato di regolamentare gli iscritti
in forma ufficiale?
LA colpa come sempre è anche nostra se siamo
arrivati a questo punto,
Io sono un normale architetto, impiegato in
una azienda edile, e non vi dico cosa vedo, ma ha ragione Landini
quando dice "pensate VOi, uno per uno a dover decidere una cosa del
genere" e forse le stesse cose viste da una prospettiva diversa cambiano, come in un disegno.
Donatella Castellucci 03-01-2011 21:02 - donatella castellucci
1. Se è vero che siamo di fronte ad un grave colpo alla rappresentatività dei lavoratori, mi viene però da pensare che la rappresentatività non sia data solo da forme burocratiche alle quali la Fiom si aggrappa come ad un feticcio, ma anche dall'effettiva partecipazione dei lavoratori: quanti sono gli iscritti, e soprattutto, quanti partecipano attivamente all'elaborazione delle scelte, al di la delle patetiche assemblee sindacali o agli ancora più patetici referendum?
Cosa ha fatto e cosa farà la Fiom per promuovere la partecipazione SEMPRE, e non solo quando c'è da firmare un contratto? In cosa si distingue veramente dallle altre sigle?
2. come arrivano i sindacati, e soprattutto i lavoratori a questo appuntamento? Stremati da anni di CIG e senza altra prospettiva che non sia quella di "tenersi" la Fiat. Ma secondo voi la Fiat, che non è più da anni un'impresa italiana, resta a Pomigliano o a Mirafiori senza chiedere contropartite? In Italia c'è il monopolio dell'auto, finchè non si rompe non vi sono molte altre prospettive.
3. Al di la dei calcoli sulle pause o gli staordinari che (Luciano Gallino lo sa benissimo) sono una componenente fondamentale del lavoro operaio, ci piaccia o no, mi sembra che alla fine le uniche proposte della Fiom riguardino in parte la monetizzazione ed in parte la maggiore rigidità: tutto li? Portare la lotta ad un livello più avanzato, che sparigli il gioco? Invece è ancora feticisticamente attaccata al CN.
5. Forse è anche finito il tempo degli appelli,sia pure firmati da persone sicuramente autorevoli, e che "ci mettono la faccia". Forse bisogna inventarsi qualcosa di nuovo.
Cordialmente 03-01-2011 19:19 - stefano delbene