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COMMENTO
29/12/2010
  •   |  
    A sostegno della Fiom

     

     

    Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti

     


    Abbiamo deciso di costituire un'associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione.


    La prima ragione della nostra indignazione nasce dall'assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell'impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive.


    La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l'essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell'ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l'esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.
    L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.
    Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria.


    Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.
    La precarizzazione, l'individualizzazione del rapporto di lavoro, l'aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell'ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto "collegato lavoro" approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l'affettività dei diritti stessi.


    Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all'altezza della sfida?
    Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.
    Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un'associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un'azione adeguata con l'intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno.

     

    COME ADERIRE


I COMMENTI:
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  • Per sconfiggere Fassino alle primarie a sindaco di TO ,perchè il manifesto non propone Ugo Mattei? 03-01-2011 18:42 - Liam
  • Mai come ora i lavoratori sono stati soli.
    Bisogna attivare una azione di grande sostegno e solidarietà (anche concreta non solo a parole) nei confronti degli operai che rischiano il posto di lavoro. Non è facile fare gli eori con una famiglia sulle spalle. Ma se riuscissimo a non farli sentire soli la forza di opporsi la troverebbero! 03-01-2011 18:14 - Mario
  • Mi chiedo quando questi compagni cominceranno a jettere in discussione il modello produttivista tanto caro anche alla FIOM. I sei milioni di automobili proposti da Marchionne non servono0, inquinano, fanno schifo e nessuno le comprerà pèerchè non abbiamo i soldi. Occore una revisone epocale del modello di produzione, si producano treni, autobus e mezzi per il trasporto collettivo, basta con il modello dell'automobile, incentivato dallo stato. C'è bisgono di una rivolkuzione epocale nella sinistra, basta con i consumi, l'incremento della produzione non produce più benessere per i lavoratori.
    Ci vuoek un'altra riflessione plitica, più alta, che rimetta in gioco l'idea stessa che la produzione possa essere illimitata. Ma vlete che Bertinotti possa capirla? Lui che ha distrutto la sinistra dovrebbe avere il pudore di tacere. 03-01-2011 18:09 - maurizio
  • Temo che i temi proposti dai nostri rispettabili compagni e compagne intelettuali oggi non siano più di aiuto reale ai lavoratori. La stessa categoria di lavoratori/trici non dice più nulla. Servono nuove idee. Oggi il capitalismo va combattutto sul suo stesso campo: chi lavora deve riappropriarsi del capitale, attraverso le forme che in alcuni paesi sono già sperimentate (es. azionariato diffuso). 03-01-2011 17:36 - roberto
  • Volevo dire, alla fine del mio breve intervento,"sul numero del 2 gennaio di questo stesso giornale". Ma ad Antonio vorrei dire che la presenza di Cofferati- segretario generale in tempi recenti, già in piena globalizzazione e moderato per sua stessa dichiarazione, come uomo della tradizione del vecchio centro-sinistra degli anni Sessanta è Luciano Gallino - danno forza alla proposta di Lavoro e Libertà. Cofferati manda a dire che Bonanni non è un sindacalista moderato ma qualcosa di diverso dal - per me nobile - mestiere del sindacato proprio quando c'è più bisogno di creatività e conoscenza dei processi, nella fabbrica che dalla FIAT guarda alla Toyota. Se chi rivendica questo nobile mestiere si trova dalla parte della radicalità politica, vuol dire che bisogna ridefinire una politica né radicale né moderata ma semplicemente capace di esprimere esigenze e progetti del mondo del lavoro.
    Bertinotti poi ha le sue responsabilità ma non è certo facendone un capro espiatorio che daremo vita a questa nuova politica. 03-01-2011 15:35 - maria grazia meriggi
  • naturalmente aderisco, l'ho già fatto scrivendo al sito di Garibaldo. Ma a chi scrive che il mondo è cambiato vorrei far notare che anche nella prima metà dell'Ottocento e persino in Inghilterra gli imprenditori affermavano che non si poteva ridurre gli orari e introdurre miglioramenti nelle condizioni degli operai a causa della concorrenza interna e internazionale.
    Se i lavoratori li avessero ascoltati saremmo ancora alle 10 ore- a cui, con gli straordinari coatti, si sta del resto tornando.
    Nei paesi scandinavi e nella stessa Germania sindacati e governi hanno ben altra capacità di reazione. Basta leggere l'articolo di Mario Sai del 2 gennaio su questo spetto giornale - Si scrive FIAT si legge Toyota - per documentarsi sull' "estero" e sulle prove che ci aspettano. 03-01-2011 12:21 - maria grazia+meriggi
  • la presenza del pavone Bertinotti e dello sceriffo Cofferati nulla toglie a questa iniziativa di grande valore.I due personaggi dovrebbero trascorrere qualche anno alla catena di montaggio e quindi fare autocritica per tutti i danni che hanno causato alla sinistra prima di essere riammessi nel novero delle persone perbene come gli operai che si oppongono al dittatore-ricattatore Marchionne. 03-01-2011 12:19 - antonio
  • caro manifesto,devo dare atto al Dott.DRAGHI quando afferma che in italia ci sono i lavoratori che hanno perso ogni speranza di poter lavorare.Già appartenere a una categoria è diventato un privilegio perchè bene o male che vadano le cose un gruzzoletto è sempre garantito.Su berlusconi si può dire di tutto e di più ma sino adesso a retribuito puntualmente:STATALI,PENSIONATI E CASSINTEGRATI e non è cosa da poco.Il problema caro manifesto sta nel riorganizzare il proleteriato costruendo un percorso alternativo a quello consumistico.Non rincorriamo il pacchetto di merci che non basterà mai.Cominciare a lavorare nei quartieri e nelle periferie alfabetizzando i ceti popolari sulle dinamiche economiche.Non possiamo sprecare decine e decine di compagni e compagne dietro le scrivanie quando potrebbero spiegare le vicende attuali senza l'oppressione di dover parlare in maniera accademica magari a una platea che non se ne frega nulla.Tornare sul territorio ha un significato importante.Penso che volutamente qualcuno abbia smantellato l'apparato delle sezioni del PCI mentre guardate gli organi dello stato che dall'esperienza delle sezioni pci continuano vive e vegete nel loro dovere nei secoli fedele. 03-01-2011 08:17 - SERGEJ
  • aderisco perchè:
    1)ho lavorato in fabbrica per un anno e gli operai hanno tutta la mia solidarietà;
    2)perchè spero che tutto ciò porti alla creazione di una VERA rappresentanza politica di sinistra e non guazzabuglio di alleanze con partiti indecenti come l'UDC o l'attuale PD;
    3) perchè dare la colpa del disfacimento della sinistra a Bertinotti è DEMENZIALE, vuol dire non riconoscere le vere motivazioni per cui in parlamento non cè una rappresentanza di sinistra 03-01-2011 00:42 - Massimiliano
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