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COMMENTO
30/01/2011
  •   |   Rossana Rossanda
    Un respiro del mondo
    Chi si aspettava una rivolta popolare in Tunisia, in Algeria, in Egitto? Nessuno. Non la Francia, persuasa di detenere idealmente il controllo su un paese che era stato sua colonia e ha fatto una gaffe clamorosa proponendo a un Ben Ali, già in fuga, di mandargli a sostegno le sue forze più esperte in tema di repressione. Non gli Stati Uniti, che avevano nel vacillante Hosni Mubarak il più forte alleato in Medioriente, l’Egitto essendo uno dei due paesi ad aver riconosciuto formalmente lo stato di Israele e speciale nel dare un colpo al cerchio e uno alla botte nel conflitto fra Israele e Palestina. Barack Obama, che segue ora per ora la situazione, ha un bel chiedere a Mubarak di non ricorrere alla repressione. Mubarak non è tipo da prendere consigli e sfida ancora un popolo in collera, niente affatto disposto a contentarsi del licenziamento del governo e di un discorso pieno di promesse da parte di un despota.
    La rivolta è partita dalla Tunisia, e sta contagiando la riva meridionale del Mediterraneo. E’ stata bloccata da un esercito potente e proprietario in Algeria, sul cui regime nessuno apre il becco, sia perché è il nostro grande fornitore di gas, sia perché vi abbiamo degli interessi enormi, sia perché la si considera un freno all’allargarsi dell’islamismo. Questo è stato anche il pretesto della Francia per appoggiare Ben Ali - ma non è bastato che costui e la consorte, abbandonati dall’esercito, tagliassero la corda con le immense ricchezze rubate, perché il popolo si contentasse. Il tentativo di mettere in piedi un governo in parziale continuità con il precedente ha sollevato le furie del paese, che continua a ribellarsi non in nome di dio contro gli infedeli, ma per una ripresa dei suoi diritti, per una appropriazione del maltolto, per la libertà di esprimere un governo suo.
    Lo stesso in Egitto, dove la liquidazione del governo da parte di un Mubarak, deciso a non mollare il suo posto, non ha fatto che aumentare la collera. Anche in Egitto l’esercito ha sfoggiato i carri armati ma non ha sparato sulla gente, e gruppi di manifestanti si arrampicano fraternizzando allegramente sui blindati, mentre danno fuoco alle camionette della polizia, alla sede del partito del presidente, a simboli ed edifici pubblici. Mubarak ha ordinato venerdì sera il coprifuoco e le strade del Cairo si sono riempite, la città si è accesa di fiamme. I Fratelli musulmani, che avevano avuto un’ottantina di seggi alle passate elezioni e subito sono stati messi fuori gioco, hanno raggiunto la rivolta, ma non sono stati loro a farla partire, bensì una folla che non ne può più, che non ha più di trent’anni, che altro fuorché Mubarak non ha conosciuto. E sulla quale punta forse chi ne sarebbe un leader possibile, Mohamed El Baradej, che per l’Aia aveva frenato i bollenti spiriti di Bush contro l’Iran, che è tornato in Egitto a manifestare con la folla ma impedito dalla polizia di parlare. Per ora sono solo popolo, masse e individui che sfidano tutti i poteri. I regimi hanno distrutto partiti e sindacati, ogni corpo intermedio.
    Gli stessi Fratelli musulmani sono un residuo, ingente, di un partito molto perseguitato. Chi, come, strutturerà la transizione dalla rivolta di un popolo a un governo di un popolo?
    Sono paesi dei quali la torpida Europa, venuto meno il colonialismo, nulla ha voluto sapere salvo mantenere i propri interessi senza disturbarne il regime, quale che fosse. La incaricata degli esteri alle Ue, Katherine Ashton, è stata incapace di dir parola. Pilateschi, i singoli governi stanno a vedere, invitando alla moderazione. Perfino gli Usa hanno detto: «Non reprimete, ogni popolo ha i suoi diritti», l’Europa no. Silenzio di Israele. Silenzio dell’Arabia saudita.
    Certo l’esito della rivolta magrebina (vedremo che succederà in Libia e in Marocco, e se è propria chiusa la pagina algerina) ed egiziana (vedremo quel che può succedere in Siria e in Giordania) peserà non poco sullo scacchiere internazionale. Ma intanto salutiamo un movimento straordinario, coraggioso, laico, nel quale è tornato a soffiare il vento dei sollevamenti di libertà. Sono società giovani, impoverite, complesse, acculturate, ricche di personalità libere. Sono di religione musulmana e dicono la povertà degli stereotipi che ci siamo costruiti dell’Islam. Sono diversi e complessi nelle strutture politiche quasi abbattute dalle tirannie, e nella molteplicità delle figure militari, più o meno inserite nei poteri e nella proprietà. Sono diverse del tutto nelle strutture civili. La Tunisia aveva dato alle donne uno statuto uguale a quello delle francesi ma aveva azzerato la libertà di stampa. L’Algeria ha una certa libertà di stampa ma ha reimposto il velo alle donne. In Egitto non funziona né la libertà delle donne né quella della stampa. In Tunisia abbiamo visto donne dovunque, fra i manifestanti, col velo o senza; in Egitto, venerdì sera, era un piccolo fantasma in nikab completo, corpo e volto coperti da veli e stoffe di color lilla, che stava alla testa di un gruppo di manifestanti, determinata e furiosa. Protestano perché disoccupate da quattro anni, perché giornaliste impedite di scrivere, perché donne che ne hanno abbastanza.
    I rapporti di forza possono cambiare di ora in ora. Le immagini si accavallano. Ma intanto sono un respiro del mondo e danno voglia di respirare anche a noi, che con la democrazia il coraggio sembriamo averlo perduto.


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marzo 2011 [ 26 ]
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marzo 2010 [ 30 ]
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TERRA TERRA
  • Bob Lutz in Gm, l'eterno ritorno
    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
  • Lezioni di dissenso
    Domenica Robert Reich ha aggiunto il proprio nome alla lunga lista di luminari e intellettuali di sinistra che hanno apportato la propria solidarieta’ negli accampamenti di occupy wall street. Reich, prolifico corsivista liberal (spesso tradotto sul Manifesto), professore di publci policy a Berkeley e ministro del lavoro nell’amministrazione Clinton, ha partecipato al “teach-in” – la assemblee-simposio durate tutto il weekend a Occupy Los Angeles.
     
    7 novembre 2011
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