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COMMENTO
04/01/2011
  •   |   Piero Bevilacqua
    Gli operai, la Fiat e il Pd

    Per comprendere meglio ciò che accade a Mirafiori e a Pomigliano è necessario affondare lo sguardo nelle tendenze storiche che muovono il capitalismo del nostro tempo. E bisogna scomodare Marx, che aveva colto come «legge fondamentale dell'accumulazione capitalistica» una tendenza già evidente ai suoi tempi e oggi conclamata: «Dato che la massa di lavoro vivo impiegato diminuisce costantemente in rapporto alla massa di lavoro oggettivato da essa messo in movimento (cioè ai mezzi di produzione...) anche la parte di questo lavoro vivo che non è pagato e si oggettiva nel plusvalore, dovrà essere in proporzione costantemente decrescente rispetto al valore del capitale complessivo impiegato». 
    Nel corso del suo sviluppo, dunque, il capitalismo riduce costantemente la quota di lavoro per unità di prodotto, cercando di sfuggire alla caduta tendenziale del saggio di profitto e di sostenere la competizione. Quella competizione che oggi si fa a se stesso, delocalizzando parte delle imprese nei paesi a bassi salari. Ma il capitale che espelle lavoro cerca di sfruttare più intensivamente quello che impiega, perché più ridotta diventa nel frattempo la quota da cui può estrarre plusvalore. André Gorz ha riassunto questa contraddizione che stritola i lavoratori: «Più la quantità di lavoro per una data produzione diminuisce, più il valore prodotto per lavoratore - la sua produttività - deve aumentare affinché la massa del profitto realizzabile non diminuisca. Si ha dunque questo apparente paradosso per cui più la produttività aumenta, più è necessario che aumenti ancora per evitare che il volume del profitto diminuisca». 


    «La corsa alla produttività tende così ad accelerarsi, gli impiegati effettivi a essere ridotti, la pressione sul personale a inasprirsi, il livello e la massa dei salariati a diminuire». In questa morsa oggi, letteralmente, si soffoca. Chi ha la pazienza di leggersi la grande inchiesta della Fiom del 2008, cui hanno partecipato 100 mila lavoratrici e lavoratori, può farsene un'idea.
    Siamo dunque giunti a una fase storica nella quale o noi costringiamo il capitalismo a cambiare il suo modello di accumulazione, o esso trascinerà l'intera società industriale nella barbarie. Non è un'espressione di maniera. Non è uno slogan. Chi oggi, anche in buona fede, difende il nuovo contratto imposto da Marchionne, crede che il cedimento sia accettabile come un compromesso temporaneo, dovuto alla crisi in atto e ai vincoli della competizione mondiale. E' un gravissimo errore. Questa idea fa parte di una campagna pubblicitaria che punta a far arretrare ulteriormente i rapporti di classe con un argomento puramente propagandistico: oggi occorre tirare la cinghia per poter ritornare allo splendore di prima. Ma prima il cielo era davvero così splendido? Che questa sia una menzogna è possibile illustrarlo con una semplice analisi storica, con fatti scientificamente verificabili. 


    Prima della crisi, nel 2000, nei paesi dell'Ocse si contavano 35 milioni di lavoratori disoccupati. Come ha spesso illustrato Luciano Gallino, i nuovi posti di lavoro creati in Europa sono stati in gran parte «a tempo» e precari. Negli Usa, non solo i nuovi posti di lavoro - per lo più nei servizi e con ampie quote di part-time femminile - sono stati gonfiati dal sistema di rilevazione statistica: una sola settimana di lavoro poteva «fare» un impiego annuale nelle stime generali sull'occupazione. Ma in quegli anni sparivano dalle statistiche oltre 2 milioni di persone «occupate» nelle carceri di Stato (e in quelle private). E qualche hanno fa abbiamo scoperto che tra il 1973 e il 2005 il reddito dei lavoratori «è lievemente diminuito». Ma sul paese più ricco del mondo, epicentro della crisi mondiale, voglio aggiungere due dati che persuaderanno il lettore. Nel 1995 il numero dei bambini al di sotto della linea ufficiale di povertà assommavano al 26,3%, quasi alla pari con la Russia di Yeltsin (26,6%), allora in vendita ai predoni di tutto il mondo e in mano alle mafie locali. In tale statistica - da un'inchiesta comparativa su 25 paesi - figuravano al 3° e 4° posto il Regno Unito (21,3%) e l'Italia (21,2), i paesi più zelanti nell'applicare verbo e dettami del pensiero neoliberista. E sempre per restare negli USA, già nel 1990 la National Association of State Board of Education aveva dichiarato senza mezzi termini: «Mai prima una generazione di teenagers americani è stata meno sana, meno curata, meno preparata per la vita di quanto lo fossero i loro genitori alla stessa età».


    Potremmo continuare. Ma qui è sufficiente ricordare è che già prima della crisi il capitale aveva saccheggiato il lavoro salariato e i redditi dei ceti medi, senza risolvere il drammatico problema della disoccupazione e diffondendo la precarietà. In Italia, dopo decenni di asservimento del ceto politico - di centro-sinistra e centro-destra - alle ragioni dell'impresa, è andata anche peggio. Nell' utilizzare il termine asservimento, non mi riferisco solo alle vendite del patrimonio pubblico, alla liberalizzazione di tanti servizi municipali. In questo caso penso alla deliberata volontà di scaricare sul lavoro i rischi dell'impresa, rendendo il lavoratore flessibilmente subordinato alle sue necessità. Dalla Legge Treu del 1997, alla Legge 30 del 2003, il capitalismo italiano ha potuto godere di condizioni di generosa disponibilità nell'uso della forza lavoro. Con quale esito? Mi è sufficiente sintetizzare i risultati di tale geniale strategia con un bilancio recente (2008) del Governatore della Banca d'Italia: «Negli ultimi vent'anni la nostra è stata una storia di produttività stagnante, bassi investimenti, bassi salari, bassi consumi, tasse alte». Tasse relativamente più gravose per gli operai che - secondo un'indagine Ires - tra il 2002 e il 2008 hanno lasciato al fisco, mediamente, 1.182 euro delle loro misere paghe. E per finire (dati Banca d'Italia 2008), la metà più povera della popolazione possedeva il 10% della ricchezza nazionale, mentre il 10% di quella più ricca deteneva il 44%. 


    E allora torniamo alla Fiat, agli operai, ai partiti politici. Quanto abbiamo ricordato significa innanzi tutto una cosa: la politica moderata del centro-sinistra, che ha attuato - non diversamente dal centro-destra - le ricette neoliberiste, non è minimamente servita a difendere i ceti operai, anzi li ha ulteriormente impoveriti. Non ha ottenuto maggiori investimenti da parte delle imprese, ha contribuito a fare arretrare il paese nel suo complesso. Continuare su questa linea fallimentare, con l'idea di «uscire dalla crisi» secondo la ricetta moderata, costituirà una sciagura di portata incalcolabile per le masse popolari e per tutta la società industriale italiana. Il tracollo economico in cui siamo immersi non è la solita crisi ciclica. Altrimenti non avremmo avuto così tanta disoccupazione e povertà prima che essa esplodesse. Nelle fasi alte del ciclo - come sappiamo dalla lunga storia storia dei tracolli capitalistici - crescono ricchezza e occupazione. Noi abbiamo avuto soltanto la bolla finanziaria, cresciuta sul debito. La «crisi» di questi anni è il risultato di un gigantesco saccheggio di reddito che il capitale ha compiuto in una fase storica di debolezza del suo avversario di classe e del movimento operaio organizzato. Perciò dal presente imballo sistemico non si esce se non attraverso una altrettanto gigantesca opera di redistribuzione della ricchezza.
    Un compito di ampia portata, ne siamo consapevoli. Ma bisognerebbe innanzitutto incominciare a dichiararlo. Poi predisporre le forze. Perché oggi, per essere all'altezza delle sfide, bisogna mettere in piedi un fronte di conflitto sociale di non comune ampiezza. Il comportamento «moderato» di tanti dirigenti del Pd, sostanzialmente favorevoli ad accettare la strategia di Marchionne, è a mio avviso un fatto drammatico, che impone una presa d'atto di tutte le persone che militano oggi nella sinistra. 


    Il Pd: «un amalgama malriuscito» è stato definito da chi conosce la materia, avendo ridotto la politica all'arte di «amalgamare» capipartito. Credo che sia stato qualcosa di ben più grave. La scelta veltroniana del «bipartitismo perfetto» rivela una lettura di retroguardia delle tendenze politiche mondiali. Laddove esso è stato storicamente dominante (Usa e UK) oggi appare una barriera all'esercizio della democrazia. Gli scienziati della politica hanno coniato in proposito il termine di cartel party, cartello di partiti, per indicare questo assetto di duopolio che emargina le voci e le culture politiche dissenzienti e realizza invariabilmente le medesime politiche alternandosi alla guida degli esecutivi. 
    Ma è la scelta di equidistanza tra le classi, il moderatismo sociale, che oggi fa del Pd - sia detto con tutta la responsabilità che l'argomento e il momento richiedono - un partito inservibile. Ha privato la società italiana di una opposizione che portasse i bisogni del paese dentro il Parlamento. Qualcuno dei lettori ha mai sentito D'Alema, Veltroni, Bersani parlare - poniamo - di legge urbanistica e di problemi della città, di assetto del territorio, di riscaldamento climatico, di agricoltura biologica, di ritmi di lavoro e di sfruttamento in fabbrica, di beni comuni? Non aggiungo all'elenco precarietà e disoccupazione, perché sono presenti nel loro vocabolario, ma come slogan privi di qualunque contenuto.

     

    Mi permetto di continuare con le domande. Quanto, la sfida che Marchionne ha lanciato alla Fiom e alla classe operaia di Pomigliano e di Torino, si fonda sul calcolo di un'opposizione benevola di tanta parte del Pd? E infine una questione generale, relativa alla vita politica italiana recente: quanto il dilagare della Lega nelle zone operaie del Nord o la permanenza del potere berlusconiano, anche in queste ultime settimane, dipendono direttamente dall'assoluta incapacità del Pd - culturale ancor prima che politica - di rappresentare gli interessi delle masse popolari, di offrire agli italiani un progetto e almeno un'immagine diversa di società?
    Il moderatismo politico non è oggi una scelta di prudenza, di politica dei piccoli passi. È piuttosto un galleggiamento sull'esistente. Ma l'esistente, dominato oggi da forze predatorie, non rimane fermo, tanto meno procede verso il meglio. Si indietreggia lentamente sul terreno sociale, dei diritti, della democrazia. In una fase storica in cui solo la ripresa del conflitto può ridare equilibrio alla macchina economica e alla società, come anche significato e forza alla politica, i partiti moderati sono inservibili. Sono oligarchie parassitarie. Danno ospitalità permanente a professionisti che vivono di politica. E dobbiamo amaramente concludere: a che serve un Pd che crede di uscire dalla situazione in cui siamo precipitati replicando la politica che ci ha condotti sino a questo punto?


I COMMENTI:
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  • E' un regime ed il PD ne fa pienamente parte. 04-01-2011 21:54 - Morlock
  • Grazie Bevilacqua per l'analisi, auspico che
    questo tipo di lavoro assieme a quello svolto da Halevi e Cavallaro possano diventare patrimonio comune per la rinascita della sinistra.
    Il problema del PD (alias DS-PDS-etc) e` che
    in molti al suo interno hanno creduto ad una vulgata che riduceva le analisi di Marx e Lenin ad un bignamino di nozioni acriticamente utilizzate che dall'1989 in poi si sono trasformate in un disperato bisogno di aggrapparsi a parole nuove spesso prive di un qualunque significato.
    E per questo che rimangono sconvolti di fronte ad una applicazione della legge sulla caduta tendenziale del saggio del profitto.
    Con loro buona pace, quella e` effettivamente una legge sperimentalmente verificabile...e
    parafrasando Galilei allora si potrebbe dire: eppure cade... 04-01-2011 21:00 - Luca65
  • La soluzione e'semplice!
    Affidiamo ai lucidi teorici di sinistra il compito di fondare una fabbrica e facciamo vedere ai rozzi capitalisti come si fa a far prosperare la fabbrica e la societa'.Ma non e' un film gia' visto?. 04-01-2011 19:24 - mancini
  • @Acci:

    Condivido.

    Slogan: MARXISMO E DECRESCITA 04-01-2011 18:52 - Gabri sulla+gru+di+Brescia
  • Complimenti per la modernità degli strumenti analitici!!La caduta tendenziale del saggio del profitto, l'inevitabilità della crisi e perchè no l'imperialismo o il socialfascismo visto che ci siamo!!
    Strumenti concettuali che si trovano soltanto dagli sfasciacarrozze del pensiero!!
    Non vi lamentate se tutti vi considerano un ferrovecchio visto che non riuscite nenche a discutere di un tema che dovrebbe essere un classico per la vs. area politica.
    Anche l'analisi sul PD servo del capitale e molto moderna e sofisticata!!
    E vi lamentate che gli operai votano Lega.
    E che dovrebbero fare secondo voi lottare per i soviet e l'elttrificazione!!
    Patetici e ridicoli.
    Quando comincerete a raccontare di quello che effettivamente succede in Fiom, in Cgil e nel PD, sul "contratto Marchionne" magari riceverete commenti non solo di salme della terza internazianale. 04-01-2011 18:45 - tiny tove
  • Caro Piero,condivido pienamente la tua analisi sul capitalismo,e quella impietosa ma reale sul PD.Metti in risalto la necessita' l'urgenza di una fase di conflitti.Bene.Ma quello che manca nella tua analisi ed anche di altri compagni e' il come e con quali forze farli partire.In Italia,sappiamo tutti che gli scioperi vengono proclamati dai Sindacati,o singolarmente.L'unica che potrebbe farlo e' la Cgil ma non lo vuole proclamare,anzi sta facendo pressioni verso la Fiom di prendere atto dal voto"referendario" e, se favorevole,di una firma "tecnica"da parte della Fiom,legittimando cosi' il referendum stesso, quando sappiamo tutti e' un vile ricatto.Perche'.Perche' la Cgil e' succube del PD,non e' mai stata autonoma,(la famosa cinghia di trasmissione).Concludo chiedendoti e chiedendovi cari compagni, cominciamo anche a proporre come e con chi far partire il conflitto e dare piu' forza alla Fiom,ai lavoratori,precari,studenti.Apriamo un dibattito,come e con chi lottare.Aurelio 04-01-2011 15:29 - PAlazzoni Aurelio
  • Per evitare la barbarie bisogna abbattere il capitalismo con la rivoluzione comunista, cosa che sembrerà ai più impossibile, a tutti (quindi compresi i comunisti) molto difficile e di certo non all'ordine del giorno, ma che è di certo una prospettiva incomparabilmente più realistica dell'utopistica e riformistica idea di "costringere il capitalisno a cambiare il suo modello di accumulazione", per mettere in pratica la quale bisognerebbe operare una "gigantesca opera di redistribuzione della ricchezza".
    E meno male che Bevilacqua è consapevole che si tratta quanto meno di "un compito di ampia portata" e che "bisogna mettere in piedi un fronte di conflitto sociale di non comune ampiezza". E dopo averlo messo in piedi (chi? come? quando?) cosa resta da fare se non la rivoluzione? 04-01-2011 15:24 - Alessandro
  • Il problema reale, come dimostra la lotta dei giovani contro la riforma Gelmini, è che la dissennata scelta bipolarista di veltroni ha portato il paese ad avere un parlamento monco senza rappresentanza di interessi diffusi e cospicua parte dell'opinione politiica popolare.
    L'atteggiamento farisaico del PD, oltra a mostrare una logica da nomenklatura sovietica (che bada al proprio potere ed al proprio destino prima di tutto)pone un problema di cultura politica. Nel PD non c'è più rappresentanza di interessi vivivssimi nel paese, ma le altre forze di sinistra continuano a non capire che l'unica evoluzione possibile non è quella tardo marxista ma pos marxista. Bisogna seguire la moltitudine nei momenti in cui essa fa esplodere le contraddizioni di sistema: gli studenti, gli aquilani, il popolo viola, le agende rosse, gli abitanti di Terzigno, la FIOM di Pomigliano e Termini e Mirafiori. Questi sono tutti nuovi soggetti politici da cui apprendere e con cui saldae prassi e teoria politica. Il PD si adeguerà oppure imploderà. 04-01-2011 14:15 - fabio masci
  • Analisi condivisibile.
    Alcune precisazione credo che vadano fatte.
    L'autore da' l'impressione che si possa modificare/migliorare il sitema dall'interno quando dice che "Siamo dunque giunti a una fase storica nella quale o noi costringiamo il capitalismo a cambiare il suo modello di accumulazione, o esso trascinerà l'intera società industriale nella barbarie". Ecco, noi e nessun altro puo' "costringere" il capitalismo a cambiare esendo il capitalsimo con la sua legge del profitto autoperpetuante, a meno che non si voglia tornare ad un capitalismo di stato di tipo staliniano. Il sistema capitalista non si cambia ma si rovescia. Questo va detto, basta chiacchiere.
    Poi, a proposito del bipolarismo perfetto alla Veltroni direi che, a parte la stupidita' propria dell'uoma, c'e' in questo concetto molta ipocrisia. Chi vuole un bipolarismo, perfetto o meno, lo vuole sostanzialmente perche' in quel modo perpetua se stesso come classe/elite politica. In un sistema bipolare anche chi sta all'opposizione sta al Parlamento o al senato e magari anche alla Presidenza della repubblica. 04-01-2011 13:14 - Murmillus
  • eri partito benino ma ti sei perso nella nebbia. Dico solo due cose: la prima è che la legge della caduta del saggio di profitto pertiene a delle crisi cicliche da cui il capitale storicamente è sempre uscito attraverso lo sfruttamento del plusvalore relativo (l'aumento di produttività per unità di prodotto). Si tratta cioè di una legge 'tendenziale'. Ora invece siamo in presenza di una crisi che rappresenta un limite assoluto alla crescita capitalistica. Cioè il capitale non trova più redditività nell'economia reale. Questo perchè la microelettronica razionalizza più rapidamente i settori produttivi di quanti ne espanda (tampone delle crisi cicliche passate).

    La seconda cosa, conseguente, che voglio dire, è che "costringere il capitale a un nuovo modello di accumulazione", come scrive l'articolo, è, alle condizioni dello sviluppo attuale del capitale, un non sense. Infatti, quale e dove sarebbe un nuovo modello di accumulazione? Questa prospettiva fallimentare viene sostenuta dal paradigma della lotta di classe, per 'salvare' il lavoro (per salvare cioè i portatori di questo revival, che sono generalmente soggetti della classe media). Al contrario, è proprio la liberazione DAL lavoro che costituisce un'alternativa alla barbarie e la reale essenza del socialismo (visto che il lavoro 'astratto' è il principale medium della forma merce e non l'antagonista del capitale; semmai è un suo competitore liberalconcorrenziale sulla base della comunemente accettata e indiscussa produzione di beni per mercati anonimi, cioè appunto le merci, cosa che accadeva anche nei, ossimoro, "socialismi di stato"...ma, nel 2010, ancora non ve ne siete resi conto). Questo significa che un soggetto precostituito il quale, perseguendo il suo proprio interesse, rompa con questa dinamica sociale, non esiste. E' tutto da realizzare (con l'aiuto della prassi critica) a partire dalle lotte di resistenza sociale. IL che non significa che debba abbattare il capitalismo, visto che questo si sta abbattendo da solo. Deve solo evitare che il moto d'inerzia della crisi porti alla distruzione e all'autodistruzione, cioè alla barbarie. Ma appunto sovvertendo tutti i rapporti sociali, non proponendo insostenibili nostalgie keynesiane.


    Su Paccottiglia Democratica, sarò inutilmente snob, ma non capisco come si possa prendere questo partito ancora minimamente in considerazione.

    Ancora: giusta la prospettiva della redistribuzione ma non in un senso...che mantenga le regole del gioco, cambiando 'solo' i rapporti di forza. Basta con questa soggettivizzazione completa delle contraddizioni che lascia il terreno comune dei soggetti(merce, denaro, lavoro, proprietà, stato etc) presupposto. Anzi, proprio Marx definiva i soggetti moderni 'maschere di carattere', cioè particelle funzionali della stessa dinamica 'feticistica' dell'accumulazione, della quantitivizzazione del denaro, della produzione di merci o come volete chiamare il capitalismo. E' giusto e necessario lottare per salari più alti ma sapendo che, mantenendo le regole del gioco, si arriva all'inflazione. Quindi tutte le lotte vanno considerate come, per usare una parolaccia, transeunti.

    Infine, oltre la pur condivisibile e comprensibile indignazione morale contro il marchionnismo, bisognerebbe soprattutto mettere in evidenza quanto sia esso velleitario: in generale, disoccupazione, precariato e occupazione impoverita si traducono in inflazione e stagnazione (cioè stagflazione). 04-01-2011 13:13 - Acci (ex lpz)
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