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Marco Bascetta
Battisti, una storia per nulla criminale
Da giorni la politica e i media italiani stanno conferendo al "caso Battisti" un peso fuori misura. Sarebbero in gioco l'orgoglio nazionale, l'idea stessa di giustizia, la sensibilità di un intero popolo. L'immagine dell'Italia nel mondo. Indignazione ed esercizi retorici si susseguono frenetici, accuratamente evitando il piano del ragionamento. Cerchiamo allora di esaminare con qualche ordine gli aspetti più rilevanti della faccenda, estraendoli dal pentolone dell'ideologia e della propaganda in cui sono stati messi a bollire. A cominciare dal ruggito del topo emesso dalla diplomazia italiana. La quale, se dobbiamo dar credito ai La Russa e ai Frattini, sarebbe rimasta ferma ai tempi di Elena, Paride e Menelao, laddove intorno a un singolo caso si scatenava addirittura lo "scontro di civiltà". Come mai nessuno si è mai sognato di impartire alla Francia di Mitterrand o di Chirac (strapiena di esuli e fuoriusciti) lezioni di diritto e di democrazia, di minacciare boicottaggi e oscure "conseguenze" come oggi si è fatto con il Brasile di Lula? Forse perché si continua a considerare quel grande paese una realtà del "terzo mondo" cui insegnare le buone maniere? Berlusconi, cui non difetta un certo realismo, si è affrettato ad assicurare che il rapporto tra Italia e Brasile non sarà in nessun modo compromesso da questa vicenda. Chi fa affari non è incline all'autolesionismo.
E forse si rende anche ragionevolmente conto che l'insistenza, i giudizi irriverenti e le accanite pressioni esercitate sul governo e sulla giustizia di Brasilia avranno un effetto controproducente rispetto allo stesso scopo che esse si propongono: l'estradizione di Cesare Battisti.
Al di là del caso specifico, sbandierare l'inappuntabilità del sistema penale italiano (le cui carceri, per esempio, sono state oggetto di severi giudizi da parte di organismi internazionali) e dei processi celebrati durante e a ridosso degli anni di piombo in un clima assolutamente emergenziale, è frutto della più sfacciata malafede e di una visione nazionaltrionfalista della storia e della realtà del nostro paese. Così come non si può sorvolare sulla mancata ratifica da parte italiana di importanti trattati internazionali che riguardano diritti e garanzie in ambito penale (ne ha riferito accuratamente Mauro Palma qualche giorno fa su queste stesse pagine) e che recano invece la firma del Brasile. Qui non si tratta dell' infatuazione degli intellettuali francesi, con cui polemizza Barbara Spinelli sulla Repubblica di ieri, ma di puntuali argomentazioni tecniche e giuridiche.
La Spinelli conclude quello stesso articolo, confermandone così il vero intento, con la seguente affermazione: «Gli anni di piombo non sono stati una guerra civile. Sono stati una storia criminale». Non sono stati né l'una né l'altra cosa, come invece pensavano, su fronti opposti, le Br e la politica del compromesso storico che in nome della versione "storia criminale" decise di sacrificare Aldo Moro. Sono stati anni di stragi oscure (su cui la nostra inappuntabile magistratura non ha mai fatto luce) e di altissima tensione sociale, di conflittualità diffusa, spesso intrecciata, è vero, con pratiche e comportamenti decisamente criminali in una matassa che non sempre è possibile districare. E nella quale, innocente o colpevole che sia, Battisti è rimasto impigliato. Da molti decenni quella stagione si è conclusa e quella matassa si è disfatta. Qualcuno vi è rimasto strangolato, qualcun altro è sgusciato tra le sue maglie, ma quel contesto, quei moventi, quei sentimenti feroci o disperati che fossero, si sono completamente estinti. Di certo le tre funzioni che uno stato democratico dovrebbe attribuire alla pena detentiva (impedire la reiterazione del reato, rieducare, fungere da deterrente) nella lunga distanza che ci separa dagli "anni di piombo" da un pezzo non sono più operative. Resta la questione della Giustizia o del "sentimento di giustizia", ma è una questione ben più grande e importante di quanto un caso singolo possa incarnare, che la cattura o la latitanza di un colpevole appena sfiora. E che ben poco ha a che vedere, soprattutto, con la grancassa propagandistica e la criminalizzazione indiscriminata di un intero pezzo di storia italiana che intorno all'estradizione di Battisti sono state montate. Della quale, fatta eccezione per i parenti delle vittime (il cui dolore però non è in alcun ordinamento un criterio giuridico), non credo importi molto a nessuno, una volta sventolata a sufficienza la bandiera della legge, dell'ordine e dell'orgoglio nazionale.
- 30/01/2011 [20 commenti]
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Sono delusa ed amareggiata.
P.S. la tesi del signor Massimo sulla contumacia poi è il picco della follia. 11-06-2011 16:03 - C.Cosini
perqunato riguarda Battisti potrebbe essere una soluzione l'estradizione in cambio del rifacimento integrale dei processi subiti ( ovviamente con tutte le garanzie giuridiche del caso)... 08-01-2011 15:30 - pietro
la redazione: Lei non è obbligato a leggerci, se le facciamo così schifo. Approfitti di questa libertà e stia di umore migliore. Quanto ai comunisti, si ha l'impressione che nel Regno Unito ce ne siano di più che in Italia.