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COMMENTO
07/01/2011
  •   |   Joseph Halevi
    La bufala della sfida dei paesi emergenti

    Nei primi anni Cinquanta del secolo scorso la Fiat effettuò massicci licenziamenti concentrandosi sugli operai della Fiom e dando avvio alla pratica dei «reparti confino», ove venivano inviati gli operai comunisti, socialisti e gli iscritti alla Fiom. Allora sia il Pci che la Cgil interpretavano il capitalismo italiano come dominato dai grandi monopoli e destinato pertanto a una prolungata stagnazione. In risposta alla percepita stasi e crisi dell'industria e dell'auto in particolare, Vittorio Foa elaborò per la Cgil la proposta di sviluppare la produzione lanciando l'idea di una «vetturetta» popolare. 
    In realtà era quello che la Fiat stava programmando, dato che l'economia italiana, capitanata dal gruppo Iri, stava imboccando la via della grande trasformazione postbellica. Poco dopo da Mirafiori uscì l'epocale Seicento. I licenziamenti avevano quindi due obiettivi: ristrutturare completamente l'apparato tecnico produttivo dell'azienda e cambiare in senso fordista la forza lavoro, indebolendo quanto più possibile ogni autonoma controparte sociale, la Fiom appunto. Il successo della politica di Valletta fu dovuto all'insieme della crescita del paese che con l'incremento della massa dei redditi, nonché della spesa pubblica in autostrade, generalizzò la domanda e l'uso dell'auto. 
    Oggi il paragone con quel periodo, buio dal lato dei diritti sindacali in fabbrica tant'è che il Pci promosse una campagna per far entrare la Costituzione nelle fabbriche, risiede nella volontà aziendale di rendere la forza lavoro malleabile a piacere, volendo formalmente espellere la Fiom che non accetta i criteri imposti dall'azienda. È come se Valletta, che fino ai grandi scioperi del 1962 privilegiava il sindacato aziendale Sida e la Uilm, avesse bandito la Fiom dal correre alle elezioni della commissione interna; cosa allora impossibile malgrado il clima di violenta repressione antioperaia.

     

    La differenza cruciale tra oggi e quel lontano periodo sta nell'assenza di prospettive di un sostenuto sviluppo capitalistico per l'economia europea. Non c'è nessuna crescita europea e italiana capace di rilanciare la Fiat. La crescita dei paesi emergenti è fuori tiro perché, a eccezione del Brasile, la presenza Fiat è inconsistente. In questi giorni,senza nemmeno sollecitare la Fiat a rendere pubblici i piani di produzione per l'Italia, i media dominanti si sono sbracciati nel difendere l'operato politico dell'azienda giustificandolo con la sfida proveniente dai paesi emergenti. Pura ideologia antisindacale. Infatti se si vuole raccogliere la sfida cinese in Cina bisogna esserci. Nel 2010 la produzione cinese di auto è stata di 17 milioni di unità, provenienti nella stragrande maggioranza dalle locali filiali delle multinazionali dell'auto operanti in partenariato con società cinesi.

    L'esportazione di automobili dalla Cina è ancora minima, prevalentemente verso alcune zone asiatiche e fra un po' verso la Turchia. Ciò significa che la sfida posta dall'emergere di Pechino si gioca tuttora sulla produzione e sul mercato interno. Con Torino la sfida cinese non c'entra.

     

    La politica della Fiat nei confronti di Torino è invece tutta in rapporto al mercato interno italiano e europeo. La strategia è derivata dall'esperienza della deindustrializzazione americana aggravata dalla stagnazione europea e dalle perdite di quote di mercato. Negli Stati uniti il requisito sociale per dare corpo al processo di delocalizzazione verso zone low cost per riesportare verso la più ricca madrepatria è stato il forte declino sindacale a partire dagli anni Ottanta. Man mano che si indebolivano, i sindacati accettavano di incorporare le esigenze delle aziende e per poi ritrovarsi con minore capacità negoziale mentre la delocalizzazione continuava. Vedi il documentario di Michael Moore sulla devastazione di Flint, sede della General Motors. Non è un caso che, come elencato da Maurizio Zipponi al Tg3 di Linea Notte il 4/5 gennaio, si conoscano i programmi di produzione della Fiat per la Serbia, la Turchia, la Polonia ma poco o niente sull'Italia. L'idea che le nuove condizioni contrattuali possano portare a spettacolari incrementi di produttività è fallace. Per ottenere significativi aumenti di produttività tali da avere effetti competitivi e di diffusione sul territorio, è necessario che le innovazioni tecnologiche si accompagnino a un salto della scala di produzione verso valori di gran lunga superiori alle 500-600 mila unità attuali. 


    Se questo fosse il vero obiettivo, gli investimenti e la lista dei modelli da produrre si concentrerebbero sull'Italia e secondariamente altrove. Tuttavia, le aspettative circa l'allargamento della scala di produzione dipendono principalmente dalla dinamica della domanda aggregata, cioè dai redditi dell'insieme dei salariati europei. La domanda è stagnante ed i salari reali sono in calo, quindi spazi per espandere la scala di produzione non ce ne sono. Anzi, le innovazioni dovranno assumere per forza di cose delle caratteristiche tipo downsizing che comporta l'outsourcing. Ne discende l'importanza primaria delle zone low cost, finanziate con molti soldi pubblici, della Polonia e della Serbia nonché della Turchia, per poter poi riesportare verso l'Europa occidentale. La malleabilità richiesta ai lavoratori di Mirafiori è per Torino la strada della deindustrializzazione, della disoccupazione e della precarizzazione di massa.


I COMMENTI:
  • il problema è internazionale, globale e la solu8zione ormai non può che essere globale, serve un movimento sindacale internazionale globale, dalla Cina agli USA, alla Corea all'India alla Germania che rivendichi condizioni lavorative e salariali almeno minimamete soddisfaceti per tutti 30-01-2011 12:23 - andykant
  • @Daniele Mariani
    Mi sa che ti sei bevuto il cervello, come fai a definire che la Cina è la "più spietata potenza capitalista proprio perchè a regime falce e martello"?
    Sicuramente sei affetto da qualche strano disturbo della personalità o, semplicemente ti fai ingannare dalle etichette. E' un ossimoro affermare che esiste una grande potenza capitalista perchè c'è un regime a "falce e martello". 14-01-2011 18:25 - Alessio
  • Oohhh! Sempre la Cina, l'eterna causa di tutti i mali. Infatti, come è noto, le nostre città sono invase da auto di produzione cinese. Ma dove?. Io vedo una gran quantità di auto francesi e tedesche prodotte in Europa occidentale. E con operai meglio pagati degli operai Fiat di Italia, Polonia, Serbia. Se poi la Fiat è assente in Cina, non è certo colpa mia. Ma dopo averla menata tanto con la meritocrazia, è così difficile ammettere che la Fiat ha perso la competizione globale? E che la colpa non può che essere di una dirigenza incapace?. Quanto al ridimensionamento del tenore di vita, io guadagno 1200€ ed ho ben poco da ridimensionare. Che lo ridimensionini chi guadagna 400000€ al mese. In fin dei conti gli rimangono sempre le stock option. 08-01-2011 13:27 - Luciano
  • l'interrogativo è se le classi meno abbienti sono a casa licenziate, avendo come è noto la più alta propensione al consumo,chi dovrebbe acquistare i prodotti dell'industria,e per quanto può reggere un sistema che per sopravvivere manda a casa le persone. 08-01-2011 12:56 - iurifranceschi
  • Caro omonimo Mariani bello che lei come tutti quelli che la pensano ANCORA come voi siano ancora ORGOGLIOSAMENTE legati all'epopea dell'antifascimo OMETTENDO che, nel citare il fatto (che peraltro condivido in pieno) NON voglia essere un 'cinese italiano', pensi un pò, ironia della sorte, questa situazione sociale arrivi dalla più grande e spietata potenza capitalistica proprio perchè a regime FALCE E MARTELLO!!!
    Caro Mariani continui a fare il 'MANICHEISTA' in questo giochino fascisti cattivi e noi di sinistra i buoni (quelli duri e puri... mica d'Alema come dice lei) che non ha capito che gli amici dagli occhi a mandorla con il libretto rosso in mano hanno un serbatoio di schiavi da far lavorare a COSTO zero per un intero secolo prima che tutto il loro paese arrivi ad un tenore di vita paragonabile al nostro e questo è un triste e mero fatto e nè l'America nè l'Europa possono farci un cippa. Quale infamia di Marchionne... siamo spacciati e solo una questione di tempo...e anche noi dovremo PERLOMENO rivedere al ribasso il nostro tenore di vita .
    saluti 07-01-2011 20:18 - Daniele Mariani
  • Articolo che ha del vero, anche se sommerso nella retorica anni 70 che ormai dovrebbe stare nei musei insieme all'italiano manzoniano.
    Il piano per la FIAT e' di farne una sottomarca meno importante ed un fornitore di motori della Chrysler che continua ad esistere (il 52% delle vendite sono 'fleet car' cioe' a parte il nuovo Cherokee di macchine Chrysler non ne compra nessuno salvo gli autonoleggi) solo perche' finanziata dal governo americano (piu' socialista di cosi'...). Mancando una cultura dell'auto di fascia alta (tipo mercedes o BMW, non Ferrari o Maserati che sono oggetti di culto non mezzi di trasporto), grazie anche a Valletta, l'Italia non e' in grado di riciclare i propri impianti per prodotti che il consumatore automobilistico globale richiede ancora siano fatti in Europa Occidentale. Cosi' il piano di investimenti (800 milioni di Euro, a proposito, sono un niente nell'industria dell'auto) semplicemente ritardera' l'inevitabile delocalizzazione e deindustriliazzazione. Che fare (adagio che sara' ben noto ai lettori del manifesto)? Sicuramente l'astio e l'invidia sociale non fanno altro che giocare a favore di chi divide sindacati politicizzati da una mentalita' di casta al contrario e sempre piu' deboli. Invece, collegare concessioni ad effettivi programmi di riqualificazione (in 5 anni se ne posson fare di cose) potrebbe forse impedire quella che si annuncia come la distruzione dell'industria automobilistica italiana (dopo quella tessile, quella dell'aviazione civile, etc). Auguri a tutti, e niente paura non si possono fare degli italiani dei lavoratori cinesi, perche' gli italiani non hanno abbastanza fame! 07-01-2011 18:15 - Duke M.
  • Analisi lucidissima. Credo anch'io che per la Fiat si apra un periodo di destrutturazione e marginalizzazione del ruolo produttivo di Mirafiori e di Pomigliano. Per questo l'obbiettivo di Marchionne è tutto politico: togliere di mezzo l'unico sindacato in grado di resistere, la Fiom. Gli altri sono solo fuffa. 07-01-2011 18:15 - william
  • splendido articolo,preciso,chiaro,direi definitivo nell'illustrare la strategia della FIAT.
    Sarebbe il caso di farlo leggere alla CGIL,ma senza riporre troppe sperenze,visto che la loro posizione è drammaticamente adattiva al management FIAT....fino all'ultimo respiro 07-01-2011 14:36 - mariogaspare
  • Ma quale deindustrializzazione,questi vogliono mandarci tutti a lavorare.
    Marchionne vuole portare il lavoro da schiavi anche in Italia e in tutto il mondo capitalista.
    Loro non hanno alcuna intenzione a deindustrializzare,ma vogliono semplicemente avere dei "cinesi" italiani.
    Schiavi che facciano grandi opere e grandi barche.
    Se passerà questa proposta,D'Alema ha detto, che si farà fare una barca lunga come un piroscafo e con quattro soldi.Ma quale post industria,questi vogliono milioni di schiavi che spingono le pietre come al tempo dei faraoni.
    Meglio diventare dei banditi e scorazzare per le città,che stare come dei schiavi,per un pezzo di pane attaccati a quelle macchine rumorose.
    Marchionne,non vuole più emigranti,ma vuole dei schiavi italiani,nati e prodotti dalla prole nostrana.
    Ma Marchionne non sà che a ogni infamia il popolo italiano ha sempre saputo rispondere .
    Non ci hanno piegato i fascisti e i loro alleati nazzisti,pensate se ci riusciranno Marchinne,Brunetta e Tremonti,guidati dal nanetto a cavallo! 07-01-2011 13:09 - mariani maurizio
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