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COMMENTO
05/02/2011
  •   |   Valentino Parlato
    Se l'economia ammazza la politica

    In Italia con la politica (è volgare, ma va detto) siamo nella merda. Non ci sono idee e obiettivi politici rilevanti; non ci sono partiti, ma ammucchiate populiste. Matrimoniale e patrimoniale si confondono; l'evasione fiscale si somma all'evasione sessuale. Giornali e settimanali traboccano di scandali e promozioni d'interessi privati. Se scrivo che in Italia siamo alla distruzione della politica, quale ci era stata insegnata dagli antichi greci, credo che tutti saranno d'accordo. Vorrei essere contraddetto.
    Ma questo disastro della politica è solo italiano? È solo l'Italia che celebra, affogando nella palude lutulenta, i suoi 150 anni? Non pare che sia così. Anche nel mondo la politica fa vergogna, ma consolarci col ripetere «mal comune mezzo gaudio» sarebbe piuttosto suicida.
    Che succede alla politica nel mondo? Le Monde del 1 febbraio scorso pubblica un ampio e utile articolo di Yves-Charles Zarka, filosofo francese di prestigio, che si è occupato degli attuali cambiamenti della nostra esistenza individuale e collettiva e che nel 2010 ha pubblicato La destitution des intellectuels e Repenser la democratie. Il titolo dell'articolo di Zarka è «la politica senza idee». Nel sommario in testa di pagina si legge: «A sinistra come a destra, i partiti compensano il loro vuoto ideologico con un pasticcio (bricolage) intellettuale che stravolge i concetti filosofici, svuotati del loro significato e della loro profondità». E ancora in un riquadro della pagina si legge: «I governanti attuali, accecati dalle loro ambizioni personali e dalle loro rivalità, talvolta, più semplicemente, per la loro ignoranza, non sanno o non sanno più che significato abbia la parola politica». Bene, le cose stanno a questo modo e non solo in Italia, e anche negli Usa di Obama non se la passano meglio. Mi viene da aggiungere che solo in paesi non al livello industriale dell'Occidente (penso alla Tunisia e all'Egitto) le cose vanno un po' meglio. Il disastro della politica nasce dalla modernità? Bella domanda. Certo c'è un antico qualunquismo che ci ripete «la politica è sporca», ma adesso la questione è più seria: perché la politica fa schifo?
    Bene. Ma quando c'è una malattia il medico deve trovare le cause. Quali? Bella sfida, vorrei, desidererei che persone più brave di me intervenissero. Spero veramente di essere smentito, ma a stare almeno all'Italia le descrizioni del degrado della politica non mancano, mi viene da dire che sono la narrazione più attuale, ma manca del tutto l'individuazione delle cause. Al massimo - ma forse esagero - c'è la spiegazione con le stagioni, verso la quale anche io inclino, e così ci raccontiamo che, finita la guerra con la Liberazione, gli americani e i partigiani, l'Italia ebbe una stagione di bella politica. Fu così nonostante la guerra fredda. Ricordo in positivo il discorso di De Gasperi al Brancaccio e il mio primo Pci a piazza Verbano.
    Ma le cosiddette stagioni sono sempre il risultato di contesti storici. E così dopo la seconda guerra mondiale ci fu in tutto il mondo la vera ripresa dalla crisi del '29, sviluppo dell'industria, novità di prodotti, occupazione, lotte di lavoratori, forza sindacale, grandi e piccole speranze che spingevano ciascuno ad andare oltre il sé. Eravamo individui sociali. È innegabile, tutto il periodo successivo alla seconda guerra, fino agli anni '70, è stato il periodo della bella economia e anche della bella politica. In Europa si avevano governi di impronta socialista, negli Usa non era ancora arrivato Reagan e in Italia il Pci, benché all'opposizione, agiva sulla politica dei governi e otteneva riforme. I partiti non erano clientele carrieristiche.
    Tutto questo per dire che all'origine della brutta politica c'è questa grande, epocale crisi economica che è, di conseguenza, crisi sociale e politica. In Italia il Rubygate è la massima espressione di questa crisi. La politica, specie quella che seppure timidamente si dice di sinistra, dovrebbe impegnarsi sul fronte della crisi economica, che fa disoccupazione e assicura successo ai Marchionne e ai Berlusconi. Non credo proprio che sarà il Rubygate a levarcelo di torno.
    Certo non basta scrivere di crisi economica in generale. Bisognerebbe individuarne i vari suoi aspetti e soprattutto come, per quali vie, agisce sulla società e sulla politica. È un fatto (arrischio un'ipotesi) che la crisi economica abbia aziendalizzato la politica e non è proprio un caso che Berlusconi, massimamente imprenditore, sia divenuto l'amministratore delegato dell'azienda Italia.
    So di essere piuttosto schematico, ma quelli più competenti di me che pensano, che dicono? Aprire una discussione, forse sarebbe utile e me lo auguro.


I COMMENTI:
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  • "E così dopo la seconda guerra mondiale ci fu in tutto il mondo la vera ripresa dalla crisi del '29, sviluppo dell'industria, novità di prodotti, occupazione, lotte di lavoratori, forza sindacale, grandi e piccole speranze che spingevano ciascuno ad andare oltre il sé. Eravamo individui sociali. È innegabile, tutto il periodo successivo alla seconda guerra, fino agli anni '70, è stato il periodo della bella economia e anche della bella politica"

    Mah, che dire di fronte ad una simile affermazione ....
    Forse i morti ammazzati da Scelba non sarebbero d'accordo, o che dire delle stragi del "69 etc, o del golp DeLorenzo, o del tipo di sviluppo imposto dalle aziende automobilistiche (asfalto e gomma invece di altri mezzi di trasporto, senza che un inetto e asservito PCI dicesse nulla. E per parlare della decadenza della moirale che dire del caso Montesi, credo che Valentino lo ricordi. Mi fermo qui, ma credo che basti e avanzi.
    Valentino, ripensaci. 07-02-2011 16:53 - Murmillus
  • Non penso di spostare il discorso del tutto da quel che Parlato denuncia e cioè l'aziendalizzazione della politica!

    Penso che attraversando un periodo di trasformazioni, soprattutto noi occidentali, ma più propriamente gli europei, non ci stiamo accorgendo che la nostra è prima di tutto una CRISI MORALE!

    Non è forse questo il luogo adatto per sviscerarne tutte le cause, ma alcune è d'obbligo citarle.
    Che piaccia o non piaccia la fine della guerra fredda ha lasciato egemone un'unica ideologia, quella economicista ed è dura scalfire il senso comune che afferma, implicitamente con toni vincitori, la "fine delle ideologie" politiche!
    La pecca di queste è stato forse un eccesso di utopismo nel voler affermare il possibile raggiungimento della “fine della storia”, sia che si parli di marxismo militante che di giustizia sociale cattolica o l'esasperazione nazionalista, ma secondo il mio modesto parere esse aveva il pregio di calmierare l'alienazione individuale della “produttività” fornendo strumenti al singolo uomo per poter cogliere la realtà in cui era immerso, per poi renderlo attivo partecipante nella vita pubblica.
    Oggi invece l'individuo come parametro di tutto ha il capitale, dal necessario al superfluo, e si assiste all'idolatria di questo sancendone la caratteristica di finalità individuale: non più il denaro inteso come mezzo(Marx lo sapeva bene), bensì fine dell'intera esistenza umana, il capitale diviene termine di paragone morale, oltre che di affermazione sociale, “lui è già ricco di suo, non può rubare” recitava e recita tuttora il mantra a sostegno dell'impegno politico di Berlusconi, senza farci ossessionare dalla sua figura, ma prenderlo come conseguenza italiana di ciò che sto provandoo a spiegare; comunque frasi populiste del genere, riferite a personaggi che nelle piccole realtà fungono dal “Berlusconi di provincia di turno”, son convinto che siete capaci di trovarne a centinaia!

    Ora azzardo similitudini teologiche!
    Ciò provoca che il “libero mercato” diviene il nostro Dio contemporaneo, se al Dio cattolico medioevale e controriformista non ci si poteva oppore pena la scomunica e la morte, al Dio contemporaneo ci si può si oppore, pena però l'emarginazione sociale dell'individuo, se a opporsi è un individuo più maturo del senso comune, all'emarginazione si unisce l'ostracismo dei grandi media che come lo Spirito Santo, il Cristo rivelatore diviene la multinazionale, l'amministratore delegato Marchionne che predica il verbo del Padre! In questa sorta di contemporaneo totalitarismo dogmatico non si hanno più filosofi-governanti, bensì mediocri discepoli di questo Dio il cui compito non è più tradurre in azione un pensiero sociale, ma quello di ordinaria amministrazione di una società che non deve più avanzare, un individuo che non deve più crescere, c'è il Dio-mercato che pensa a far avanzare la società, è sempre il Dio-mercato che fornisce le idee al singolo individuo.

    Ecco, l'aziendalizzazione della politica viene secondo il mio modestissimo parere da ciò: nell'indivudo che si è omologato, addirittura in molti casi volutamente, ad un'autorità despota di cui legittima lo stesso dispotismo che lo rende schiavo perchè in fondo è quella liberista sta soppiantando tutto e diviene anch'essa religione a cui affidare le proprie speranze e paure!
    Oggi è molto dura risollevarci da questa crisi, l'individuo deve fare uno sforzo che man mano che passano i lustri diviene quasi estraneo alla moltitudine, che non sa rivalutare cosa ci sia stato prima di essa fin dall'antica! Questa aziendalizzazione può esser superata se e solo se l'individuo riprende coscienza di se e si sforza di agire per il suo bene nella e per la città(società organizzata) in cui egli vive e di conseguenza i governanti che potrà esprimere questa rinnovazione si riavvicineranno ai “filosofi-governati”,mentre fin quando l'individuo agirà invece nel segno di questa “verità rivelata” contemporanea che li porta all'esclusione reciproca, l'aziendalizzazione della politica che ne scaturisce,e ciò che comporta rimarrà vincitrice!

    Mi scuso se son sembrato confuso, ma Parlato mette in campo un serio problema che un commento seppur lungo non aiuta ad una completa disamina della crisi che stiamo attraversando!

    Saluti 06-02-2011 12:56 - robertto
  • caro valentino,vorrei darti una risposta ai tuoi dubbi su questo momento storico che stiamo vivendo.perche' risulta poco comprensibile?perche' occorre osservare il funzionamento del capitalismo in quanto tutti noi viviamo in questo sistema che non e' economico bensi' religioso.esso si basa sui costi,e tende inesorabilmente,se vuole sopravvivere,ad abbassarli,tutti.la democrazia e' un costo,e va eliminata,i diritti sociali sono un costo,e vanno eliminati,tutto e' merce e tutto costa.solo una cosa non puo' essere comprato:l'amore.l'amore per tutto quello che ci viene tolto.se amiamo quello che loro vogliono toglierci,non ce lo toglieranno.cari saluti. 06-02-2011 11:30 - roberto
  • come gia' detto in altri interventi precedenti siamo in un'epoca nuova, infatti il mondo non era stato mai cosi unito, grazie alle possibilita' tecnologiche e di conseguenza vi'e uno scenario nuovo; questo però e' un processo ancora giovane, si puo' dire sia cominciato circa dal 1989, dunque questo è un momento in cui i pensieri nuovi si formano, ma nel contempo quelli vecchi sono ancora presenti e comunque la teorizzazione del nuovo a volte ha bisogno di svariati decenni e a volte qualche secolo;
    ossia non si riesce a proporre un sistema che convinca i cittadini di saper distribuire piu' ricchezza dell'attuale;
    comunque la storia non è finita, anzi e' solo all'inizio, io penso che l'ideologia che sapra' imporsi nel futuro non potra' che essere una che considera il mondo come un'unica nazione 06-02-2011 10:08 - marco
  • caro Valentino,
    sono un affezionato lettore del Manifesto, ma sono penalizzato dall'abitare nel profondo sud, in provincia di catania ad acireale, perchè il quotidiano non arriva mai in edicola la domenica e spesso neanche gli altri giorni. Lo so, il web aiuta, ma vuoi il piacere della carta! Con atto scaramantico mi reco in edicola ogni domenica, ma è una delusione ricevere sempre la stessa risposta dall'edicolante, che mi crede pazzo. In bocca al lupo al giornale e a voi tutti, siete il mio profumo di menta e timo. 06-02-2011 10:02 - mellia orazio
  • la crisi in cui è caduta la politica a cause profonde e molto lontane. non è legate semplicemente a la presenza di B. in politica, ma iniziano con il calo demografico dell'occidente, con la caduta del muro di berlino e con il declino dell'occidente. Bisogna ritrovare l'orgoglio di essere di sinistra, mentre sempre più vedo persone che inseguono casini e fini contro il nemico comune invece di capire che il nemico è l'individualismo che sta divorando le persone nella loro solitudine e nella loro precarietà. Ritrovare la dimensione comunitaria intorno alla necessità di uguaglianza, cercando di creare maggiore giustizia sociale, questo è l'obiettivo da raggiungere. 06-02-2011 09:44 - massimiliano
  • Mi trovo d'accordo fino a un certo punto, perché: 1) la politica, in senso stretto, è la sinistra; e non è possibile che in tempi di dominio integrale dell'economia non sopravviva e non brilli almeno una piccola fiamma; 2) quella che fu secondo te "bella politica" fu in realtà l'avvio di un ciclo politico di ripresa dell'economia: proprio così, e non altrimenti, perché non fu una ripresa dell'autonomia dell'economia; c) se la sinistra è la prima ad esser convinta del primato dell'economia, ogni luce è spenta e non è serio lamentarsi del buio; d) l'economia è incivilimento, ma non è civiltà, perciò le corti dei satrapi e del capo dei satrapi sono piene di prostitute; e) la sinistra ha dimenticato di essere la politica, al punto che non solo non ha occhi per i lavoratori, ma non le interessano neppure i poveri. 06-02-2011 09:36 - antonio peduzzi
  • Caro Parlato, io penso che lei lo abbia fatto apposta a impostare l'articolo con questo sottofondo di ingenuità smarrita. Mi rifiuto di credere che davvero lei non sappia spiegarsi il perchè, la causa eziologica della situazione politica in Italia e nel mondo in generale. Anche perchè in più occasioni nell'articolo si è dato risposta da solo. Una delle grandi cause è senza dubbio l'estinzione del Pensiero. Come riporta anche lei, da quando la classe intellettuale è stata desacralizzata e destituita dal suo ruolo sociale a vantaggio di comitati affaristici senza idee ma mossi esclusivamente da interessi privati, la Politica, che era fatta di Uomini prima di tutto, è diventata politica con la p minuscola, abitata da uomini con la u minuscola. In altre parole, la Politica che rimpiange lei - e anch'io - , quella derivante dagli insegnamenti ellenici era innanzitutto espressione di un certo tipo di umanità, un'umanità grande, e quella grandezza, quell'unità di intenti, quella universalità progettuale in ambito sociale contro le piccinerie individualistiche piccolo-borghesi la garantiva solo il Pensiero. Era il motore di tutto questo, da esso partivano tutte queste cose, come un effetto domino. Da quando hanno ucciso il Pensiero, delegittimandolo, dichiarandolo inutile e dannoso, descrivendolo come un impiccio, un residuo fastidioso di tempi passati, di conseguenza hanno ucciso anche tutte queste cose, umanesimo e politica comprese, in quanto espressione diretta di quel Pensiero. Senza il pensiero siamo solo scimmie ammaestrate ed è questo che il mercato vuole, scimmie ammaestrate, non Uomini consapevoli e capaci di pensiero critico. Tutto qui, penso di essere stato abbastanza chiaro. Questa è la spiegazione ai tempi che stiamo attraversando. Tempi di una vera e propria catastrofe antropologica. La messa è finita, andate in pace.. 06-02-2011 09:26 - Jack
  • Perché la politica oggi fa schifo e lo faceva meno quando Parlato aveva il suo PCI a Piazza Verbano?
    Non è tanto complicato.
    Perché quando Parlato frequentava il PCI di piazza Verbano (gli anni '50, presumibilmente) lì finiva Roma, o andava poco oltre l'Aniene su cui si affaccia la collina che fa capo a Piazza Verbano. Oggi invece se sei a Piazza Verbano per arrivare al Raccordo Anulare ti mancano ancora i quartieri del Nuovo Salario (anni '70), della Sepentara I e II (anni 80 e 90') e della Porta di Roma (primo decennio del nuovo secolo) che oltre alle sue case comprende anche megacentri commerciali mai visti a Roma fino agli inizii di questo secolo.
    Tutto si può pensare della politica ma non di ritornare a farla come a Piazza Verbano, oggi luogo scicchettoso della borghesia romana dedita a lucrosi commerci o all'occupazione clientelare dei gangli statali e/o comunque sostenuti dal pubblico denaro.
    La realtà dei "senza potere e dei senza voce" sta fuori Piazza verbano, oltre l'Aniene, nei falansteri per i quali ci si indebita una vita e dai quali si esce solo per andare a lavorare o in gita fuori porta, traffico permettendo.
    La politica di Piazza verbano era fatta per la strada, oggi alla Serpentara per le strade ci sono solo le macchine e gli esseri umani li puoi incontrare solo all'IKEA della Porta di Roma stretti tra due pareti di merce in esposizione.
    Allora berlusconi deve vincere per forza?
    Non è detto. Gli esseri umani possono ancora essere incontrati per mezzo delle tecnologie penetrate nel profondo dei falansteri della Serpentara a condizione di parlar loro di cose che le interessano. Cose interessanti che non sono più ideologie e concetti filosofici per un motivo semplicissimo: essi hanno perso qualsiasi utilità previsionale in un mondo che cambia ad una velocità superiore alla capacità intellettuale di elabolarli.
    La bella politica di Parlato aveva un apparato produttivo che impiegava decenni per essere inventato, consolidarsi ed investire con tutta la sua potenza l'intera società: Gramsci poté scrivere americanismo e fordismo ben prima che il fenomeno approdasse in Italia, così Parlato negli anni '50 avendo letto Gramsci aveva le carte in regola per capire cosa significava l'operaio massa che, anche se non abitava a Piazza Verbano, popolava l'immaginario collettivo e residualmente popolare di quel quartire di Roma consentendo al PCI di indicare una strada di libertà e uguaglianza basata su quel tipo di lavoratore.
    Ma oggi le centinaia di migliaia di abitanti della Serpentara CHE LAVORI FANNO? E quanto rapidamente cambiano questi lavori? e di quale progetto di libertà e uguaglianza potrebbero essere portatori? Difficile da dire; ed in questa difficoltà è passato berlusconi che ha messo insieme, invece, tutti i cascami ideologici che sono inevitabilemnt rimasti in una società in cambiamento: l'odio per i diversi, il machismo, l'affarismo, l'illegalità.
    Uscire dalla brutta politica? Forse si può, ma bisogna occuparsi dei falansteri della Serpentara e dei lavori esercitati da quella gente, non delle finte battaglie rivoluzionarie contro marchionne o per l'acqua pubblica di cui nessun romano della Serpentara può apprezzare il valore pagando l'acqua nella regolare rata condominiale comprensiva di una decina di inesplicabili voci. 06-02-2011 08:57 - valerio caciagli
  • La mia esperienza è quella dei movimenti degli anni ’70.
    Ripensando a quella stagione con lo sguardo rivolto all’oggi, mi chiedo: perché un movimento privo di una direzione centralizzata, di una propria organica rappresentanza politica e istituzionale, diviso in mille rivoli ideologici e organizzativi riuscì a infliggere duri colpi a nemici così determinati e cinici da arrivare a praticare la politica delle stragi? Una possibile risposta è questa: perché era profondamente radicato nel sociale e nel territorio, adottava strumenti di partecipazione democratica, era capace di proporre un modello alternativo di società e di esprimere una forte egemonia culturale. Non era poco: è tutto ciò che manca oggi a sinistra ed è ciò da cui bisogna necessariamente ripartire. Certo, non è facile: ci sono di mezzo una riorganizzazione economica e produttiva che ha stravolto la mappa sociale definitasi a partire dalla fine dell’800, una reazione neo-liberista che ha prodotto guasti fin nella sinistra un tempo keynesiana, una rivoluzione tecnologica che ha ridisegnato saperi, comportamenti e bisogni; ci sono state la caduta del muro di Berlino e la fine della Cina maoista; e poi i flussi migratori e le guerre etniche, Seveso e Chernobyl. Da dove ricominciare? Si potrebbe rispondere, innanzitutto: non dai simboli e dalle liste elettorali. E poi che bisogna reimparare a leggere il presente, essere nel territorio e lì dove si estrae plusvalore, ascoltare le domande della società e non solo il cicaleccio della cosiddetta politica,provare ad elaborare risposte adeguate, uscire dalla subalternità culturale. Tuttavia, l’unica cosa che mi sento di affermare con certezza è che occorre riavviare un percorso collettivo di ricerca, non solo di soluzioni, ma anche di senso, di identità, di appartenenza. Cominciando a chiederci se, consumata in un colpevole silenzio la precipitosa fuga dagli anni 70, l'esperienza successiva non abbia dimostrato che un altro mondo è indispensabile.
    In concreto: si ritiene che sia stato superato ogni limite o si è disposti ad accettare altro?
    Credo che la sfida che il nostro tempo impone a chi non è ancora rassegnato sia molto alta. Come ci diceva Luigi Pintor chiudendo il suo ultimo, bellissimo editoriale, occorre “reinventare la vita in un'era che ce ne sta privando in forme mai viste”. Non è semplice, ma varrebbe la pena provarci. Lo dobbiamo a chi ci ha lasciato in eredità l’Italia del 25 aprile, ma anche a quelli che verranno dopo di noi, ai quali stiamo consegnando un Paese sicuramente peggiore di quello che ci era stato affidato.
    Salvatore 05-02-2011 23:52 - Salvatore Sodano
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