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Zvi Schuldiner
Egitto, una rivoluzione con molte incognite
Il Medio Oriente tutto, il nord Africa, forse l'Iran: è quasi impossibile riassumere la tempesta scatenata in tutta la regione dopo la rivolta che ha rovesciato Ben Ali in Tunisia.
Di fronte al meraviglioso spettacolo di popoli che alzano la testa, orgogliosi, ottimisti, lottano per un futuro migliore, ecco i massacri di un «ex progressista» Muammar Gheddafi, i tentativi di addomesticare i movimenti che si ribellano alle varie dittature.
Di fronte a quel sano, riconfortante ottimismo, ecco gli «antiquati pessimisti» che ricordano la necesità di analizzare le strutture, le classi, i possibili disinganni di movimenti cooptati da classi dominanti. O i pericoli del fondamentalismo religioso quando non ci sono attori reali forti, laici, che possano offrire la prospettiva di un ritorno alla politica vera che non sia solo la lotta per il potere.
Il «fantasma dell'islamismo terrorista» viene agitato da coloro che vogliono sminuire i movimenti popolari. Il «pericolo» delle navi iraniane è motivo di costernazione a Gerusalemme, Washington e diverse capitali occidentali. Facile lanciare slogan, un po' più difficile fare ordine tra i diversi e forse contradditori processi innescati nella regione.
Democrazia è una parola comoda. Facile. Conosciuta. Forse anche un elemento fondamentale della propaganda. Israele è «l'unica democrazia» nella regione... Beh, domina con la forza su tre milioni di palestinesi sprovvisti di ogni diritto politico o individuale, soggetti a una brutale occupazione o vittime della criminale guerra civile di Gaza. Al suo interno, «l'unica democrazia» discrimina i cittadini palestinesi-israeliani e discute varie iniziative politiche di taglio maccartista, razzista, fascista.
Gli Stati uniti di Barack Obama, paladini della democrazia, appoggiano le forze popolari che spodestano Hosni Mubarak in Egitto. Tacciono sul Bahrein, balbettano sull'Iran, dubitano di fronte al massacro di Gheddafi in Libia. Ed «esportano la democrazia» in Iraq con una guerra costata centinaia di migliaia di vite. Certo, la guerra in Iraq l'ha cominciata Bush. Ma è l'amministrazione Obama a mettere il veto al Consiglio di sicurezza dell'Onu che vota alla quasi unanimità contro gli insediamenti illegali di Israele nei territori palestinesi occupati... «Democrazia» senza i palestinesi?
Per decenni i governi di Israele hanno denunciato l'illegale politica egiziana che impediva il passaggio nel canale di Suez alle navi da guerra israeliane. Questo dovrebbe essere garantito, fin dalla fine del 19esimo secolo, dagli Accordi di Costantinopoli. Solo dopo la pace tra Egitto e Israele la questione è stata risolta. Che diritto hanno oggi Israele o gli Stati uniti di fare chiasso contro «il pericolo» o «la provocazione iraniana» per il passaggio di due navi iraniane dirette in Siria? Solo in una situazione di guerra gli egiziani potrebbero impedire il passaggio delle due navi - che del resto non sono più «minacciose» della propaganda di un Occidente che non sa come affrontare i recenti avvenimenti nella regione.
Il governo di Israele, sulla difensiva per il voto del Consiglio di sicurezza, nonostante il veto americano, percepisce le crescenti pressioni e rinvia una discussione su nuove costruzioni a Gerusalemme - e intanto cerca di nuovo un rimedio gridando «il pericolo è l'islam».
Di fronte ai cambiamenti in corso in Egitto, gli studiosi che sapevano tutto sull'Oriente si arrampicano sugli specchi per spiegare la cecità di anni.
Nella «strada» israeliana l'opinione pubblica è confusa. Da un lato la paura, Islam, accordi di pace, eravamo così abituati a Mubarak. D'altra parte l'invidia per un popolo che è disposto a lottare per il cambiamento e registra vittorie. A margine di tutto, in Israele è cominciata una moderata protesta per il prezzo della benzina e dell'acqua. E nel timore del «contagio del Cairo», il premier Netaniahu ha subito promesso modifiche nei prezzi e qualche «cosmetica di bilancio».
Tutti si interrogano sul futuro della pace egiziano-israeliana - molti però pensano che la pace sarà più sicura con un regime democratico che risponda davvero agli interessi degli egiziani.
Ma cosa succede davvero in Egitto? Dopo settimane di euforia, la situazione comincia a stabilizzarsi con segnali contradditori. Qual'è il risultato della rivolta? L'esercito egiziano diventa l'attore centrale di un processo che porterà probabilmente a più aperture democratiche e garantirà dei passi verso un maggiore liberalismo politico. Ma questo è anche parte di un tragitto verso maggiore liberalismo economico.
Un terzo dell'economia egiziana è dominato in modo diretto dall'esercito, che produce dalla plastica all'olio d'oliva alle strade. Ufficiali in servizio attivo e non, o i loro amici, dominano un'economia che ha prodotto un indice di crescita positivo, solo che questa crescita non arriva a milioni di egiziani esclusi dal «ciclo della ricchezza». Il vecchio dogma della crescita non è la risposta alle necessità del popolo egiziano - abbiamo visto in questi giorni numerose lotte operaie per l'aumento di salari attestati sui 100 dollari mensili.
Mubarak se n'è andato ma cambiare il sistema è molto difficile. E gli americani, pieni di intenzioni democratizzanti, non vorrebbero un Egitto che si discosti dal pur discusso «consenso di Washington». Sì, anche rispetto all'Egitto bisognerà lasciar perdere gli stereotipi e analizzare le realtà strutturali.
XXXXX
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leggo e rileggo il tuo articolo e non riesco a credere ai miei occhi.
Scrivi che "gli israeliani invidiano gli egiziani che lottano per il cambiamento e registrano vittorie"
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Il PIL pro capite israeliano e' di 28.473 dollari, quello egiziano e' di 5.892 dollari.
Cosa hanno da invidiare gli israeliani dagli egiziani?
Ma sei mai stato in Egitto?
Hai mai visto le condizioni di vita di quel povero popolo?
Ma ci sei o ci fai?
Continui scrivendo che in Egitto "l'esercito garantirà un maggiore liberalismo politico".
Ma quando mai nella storia hai visto un governo militare che garantisce il liberalismo politico?
Su quali libri hai studiato la Storia?
Scrivi che "l'islamismo terrorista è un fantasma dell'occidente".
Come sarebbe a dire "fantasma"?
Centinaia o migliaia di attentati terroristici in tutto il mondo compiuti in nome di Allah misericordioso negli ultimi anni sono un fantasma?
Sono solo una invenzione dei media?
Non esiste un pericolo islamista?
Tutti santi sono issi?
Attento Zvi, mi fai ricordare i giornali italiani durante la seconda guerra mondiale, che scrivevano a caratteri cubitali che "Le gloriose trupppe italiane stanno vincendo in Russia", mentre migliaia di poveri alpini si trascinavano nella melma delle steppe russe, dispersi e morenti.
Zvi, sei un giornalista, non raccontare balle.
Grazie. 24-02-2011 01:02 - Gabriele Levy
Per Gabriele Levy: non crede che sia proprio una doverosa e costante critica di Israele e della sua 'democrazia' a far aumentare i lettori del Manifesto? Ma soprattutto a dire la verita'? Israele dovrebbe discutere anche col nemico Iran. Con chi discutere se non con il 'nemico' ???
Lei era d'accordo col genocidio di Gaza? O ora con Obama che blocca l'ONU la dichiarazione contro gli insediamenti di Israele? La prego rifletta. 24-02-2011 00:07 - maurizia n.
Non conosco le realta' nordafricane come il sig. Levy ma il suo primo commento mi fa nascere la domanda. Assumendo (e assolutamente non concesso a quello che leggo) che le navi iraniane portino armi, quale diritto ha Israele di controllare quellle navi. Scusi, ma Israele accetta il diritto internazionale o si arroga proditoriamente i diritti da solo? se e' cosi beh, allora chiunque potrebbe fare altrettanto. Ah, dimenticavo, lo stato di Israele e' un diritto divino. 23-02-2011 22:57 - Murmillus
Spero sia di aiuto a comprendere.
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L’economia egiziana è una delle meno dinamiche al mondo.
La maggior parte dei capitali del paese viene assorbita dalla costruzione di strade e di canali d’irrigazione lungo l’unico corso d’acqua, il Nilo – unica fonte di ricchezza del paese.
Perciò l’economia egiziana fatica a crescere ed è una delle più povere al mondo.
L’Egitto è quasi privo di base industriale e importa dall’estero macchinari, veicoli, prodotti in legno e alimenti (circa la metà del grano consumato).
Esporta soltanto una modesta quantità di gas naturale e petrolio, cotone e metalli.
Il Cairo deve costantemente far fronte a problemi economici, e i recenti episodi di instabilità non miglioreranno la situazione.
C’è anche un altro problema: proprio come i faraoni che sfruttarono la popolazione per costruire le piramidi, i militari si sono serviti dei risparmi dei cittadini a proprio vantaggio, pescando il denaro direttamente dalle banche, obbligate a concedere prestiti mai restituiti. L’esercito ha così prosciugato il sistema bancario, aggravando la situazione economica e costringendo il governo a rivolgersi all’estero per nuovi finanziamenti – soprattutto agli USA.
Gli Stati Uniti hanno aiutato l’Egitto a estinguere il debito pubblico in cambio dell’appoggio contro Saddam Hussein durante la prima guerra del golfo, ma dopo la fine della Guerra Fredda hanno tagliato gli aiuti correnti dell’80%.
Per salvare la situazione Gamal, il figlio di Hosni Mubarak, ha riformato e privatizzato il sistema bancario impedendo ai militari di servirsi dei risparmi dei cittadini e liberando le risorse per finanziare il debito pubblico.
I risultati sono stati eccellenti: per la prima volta dopo secoli l’Egitto è riuscito a svincolarsi dall’aiuto esterno e nonostante l’entità del debito pubblico (72% del PIL) ha ridotto drasticamente il debito estero all’11%.
I militari però, duramente penalizzati dalle riforme, iniziarono ad osteggiare i piani di Mubarak per portare Gamal alla presidenza.
Ora che la famiglia Mubarak è stata definitivamente allontanata dal potere e la costituzione sospesa, probabilmente l’esercito si affretterà a smantellare le riforme per ritornare alla situazione precedente.
Ma se così fosse il paese precipiterebbe nuovamente in uno stato di crisi e non avrebbe altra scelta che cercare aiuti all’estero incrementando nuovamente il debito. 23-02-2011 21:33 - Gabriele Levy
"Che diritto hanno oggi Israele o gli Stati uniti di fare chiasso contro «il pericolo» o «la provocazione iraniana» per il passaggio di due navi iraniane dirette in Siria?"
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Le due navi sono navi da guerra e, visto i precedeni della Karin A e le dichiarazioni belliche dell'Iran, e' probabile che portino missili per i Hezbollah.
Siccome quei missili saranno puntati verso Israele, e siccome Israele non ha nessun interesse a ricevere i missili in testa, ecco il suo diritto a controllare quelle navi.
Zvi, per piacere cerca di essere un pò realista ed obiettivo. Scrivendo così farai solo allontanare gli ultimi lettori del Manifesto dal giornale. Grazie. 23-02-2011 20:10 - Gabriele Levy
rivoluzione si, ma non per finire come l'Iran. 23-02-2011 16:48 - Prialo
Come mai i media non ne parlano? Il popolo ha sempre bisogno di guide, in questi paesi del nord Africa chi sono? Scusate le inevitabili genericità delle mie domande. 23-02-2011 15:41 - Valter Maratona