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Luciana Castellina
I conti con il passato e il futuro che verrà
Ringrazio Paolo Franchi che, sul Corriere della Sera di lunedì, dà conto in modo intelligente del dibattito che, a proposito della Libia, si è animato sulle pagine del manifesto. Nel suo articolo non gli viene infatti neppure in mente di accusare Rossana, Valentino e me di connivenza con Gheddafi e, riferendosi alla nostra domanda di riflessione sulla parabola tragica dei regimi nati dalla lotta anticoloniale, riconosce che effettivamente «esattamente di questo sarebbe bene discutere. Non cancellando la storia, ma prendendo atto della durezza delle sue repliche».
Franchi ritiene che nell'accapigliarsi attorno a questo problema emerga fra lettori e scrittori del manifesto una divaricazione generazionale: i giovani che gridano boia sempre, i vecchi che chiedono di ricordare un passato che quaranta-cinquanta anni fa ha riscosso enormi consensi popolari. Credo abbia ragione: anche in questo caso scopro con smarrimento le dimensioni della rottura che fra anziani e giovani si è verificata, in che misura la storia del Novecento sia stata cancellata, l'intero secolo scorso solo un cumulo di orrori. Non è solo fenomeno italiano: anche i ragazzi egiziani che hanno affollato piazza Tahrir e sono tutti nati molto dopo la morte di Nasser sembra che di quel raìs non abbiano più memoria e a loro è presente solo l'immagine del suo orrendo successore. E la stessa cosa si può probabilmente dire per i giovani libici che, forse, neppure sanno bene com'è che un gruppo di giovani ufficiali, usciti dalla sofisticata accademia militare britannica, abbiano preso il potere a Tripoli e a chi lo hanno strappato. Un po' più ricordano certo i ragazzi algerini, perché l'epopea della guerra di indipendenza ha avuto in quel paese ben altre proporzioni, ma anche lì il senso di quella storia appare ormai svilito da quanto le è succeduto. Niente indubbiamente ricorda Igiaba Scego delle vicende del suo paese, che ha conosciuto una parabola altrettanto tragica. Anche in Somalia all'origine, negli stessi anni '60, ci fu un golpe militare che cacciò un'èlite corrotta e servile e avviò un rinnovamento importante. Tant'è vero che ne furono protagonisti giovani ministri onesti e intelligenti. Finiti poi in carcere e persino condannati a morte per mano dello stesso generale Siad Barre che pure, nel quadro di una svolta positiva, aveva loro affidato responsabilità di primo piano (vorrei ricordare qui ancora una volta il nostro amico Mohamed Aden Schek, deceduto solo qualche mese fa, che di questa tremenda involuzione è stato vittima e protagonista).
Come è potuto accadere? Troppo facile è rispondere che non poteva che finire così perché un colpo di stato militare, anche il meglio intenzionato, non è una rivoluzione. Perché non è un caso se in tutta l'Africa a prendere il potere nell'era postcoloniale sono stati i militari, giacchè erano gli unici che allora, in quei paesi, sapevano leggere e scrivere, e che, in assenza di una società civile strutturata, rappresentavano la sola istituzione nazionale esistente. E facilone, lasciatemelo dire, è ritenere che abbiano fatto solo danni, sin dal primo giorno. Per ognuno dei paesi di cui stiamo discutendo la letteratura è ampia e di prim'ordine, la consiglio a chi abbia voglia, anziché di sputare sempre sul passato, di farsi un'opinione. E questo vale anche per il colonnello Gheddafi, che ho definito spavaldo ricordando come ha tenuto testa ad un'aggressività americana che è giunta sino a bombardare Tripoli e ad ammazzargli una figlia. Ho usato l'aggettivo anche ricordandolo - ero pure in questo caso lì come inviata del manifesto - ad Algeri, nel settembre 1973, in occasione del summit dei non allineati (e il ministro degli esteri cileno, Almeida, era rientrato precipitosamente in patria perché Pinochet stava già muovendosi). Dinanzi ad una platea di sceicchi petrolieri vestiti di bianco, e di uno spaurito drappello di rappresentanti di paesi obbedienti a Mosca, nel peggior periodo di una coesistenza pacifica intesa come rigido status quo, andò alla tribuna e disse: «Voi non allineati? Ma fatemi ridere, siete tutti allineati da una parte o dall'altra, siete un branco di mercanti». Perché Gheddafi era così, rozzo ma senza peli sulla lingua. Un amico algerino mi disse una volta di lui: «Non è la testa del mondo arabo, ma è la sua pancia» («entreilles», disse), con ciò volendo indicare proprio la sua selvaggia rudimentale protesta, che però coglieva un sentire profondo della sua gente.
Quella spavalderia di allora col tempo è diventata una maschera ributtante, le sue iniziative politiche da stravaganti sono diventate tragicamente ridicole. E se oggi ricordo - i vecchi servono del resto a questo - lontani episodi del genere, non è per amnistiarlo delle tante orribili cose fatte successivamente, ma perché proprio quei fatti rendono ancora più angoscioso l'interrogativo che ci siamo posti: perché, ovunque, è finita così male? Cosa è accaduto, in quelle società e a livello internazionale (perché si è prodotta una parabola catastrofica) perché ovunque è degenerazione? Sarebbe stato possibile un altro esito? E se sì cosa avrebbe dovuto esser fatto, da quei popoli e da noi?
Diffido sempre quando si invoca la libertà ma non ci si fa carico di disegnare un processo di liberazione, perché la libertà non è un concetto astratto, è una conquista storica che intanto è possibile se si fanno i conti con il proprio contesto. Analizzare il passato, con tutte le sue contraddizioni, serve a questo e c'è da augurarsi che questa dolorosa operazione venga fatta dai giovani che hanno avuto il coraggio di uscire dalla passività e dalla rassegnazione per porre fine a regimi ormai imputriditi. Nella prossima fase della loro lotta, forse ancora più difficile, sarà loro indispensabile rileggere il passato.
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Bisogna spiegare l'involuzione, cosa non facile.
Inis 04-03-2011 14:41 - Inis Messare
Lucida lucidità, come sempre.
Una cosa mi turba in tutte queste "pseudo rivoluzioni" che infiammano il nord Africa: il silenzio americano e, soprattutto, quello israeliano. C'è dal marcio, da quelle parti... 04-03-2011 14:19 - francesco aleandri
Sono almeno 20 anni che non capite più nulla del mondo, chiusi nei vostri appartamenti parigini.
Ma andare in pensione, no? Suvvia, un po' di dignità!
Saluti 04-03-2011 12:40 - Marco
siamo sicuri che non siano manipolati? siamo sereni con la nostra coscienza nell'elencare i crimini di gheddafi e non i nostri nei balcani, in medio oriente o nel tacere sul commercio delle armi?
quando si sente urlare allah akbar c'è sempre da stare un po' accorti. 04-03-2011 12:36 - stefano b.
ciò detto decisamnete un errore fatto da parte della sinistra marxista e' stato quello di svilire per molti decenni i valori della rappresentanza democratica (libere elezioni) e i diritti civili (es. libertà d'espressione); ad esempio c'e' voluto il crollo dell'89 per timidamente dire che forse con tutti i difetti si stava meglio nell'europa occidentale che orientale; se si entrava nel merito dei paesi comunisti certo si sosteneva che avevano tradito gli ideali ma se si trattava di paragonarli alle democrazie occidentali con molta timidezza si arrivava a sostenere che si stesse meglio al di qua del muro, nonostante poi al di là del muro praticamente nessun marxista occidentale abbia deciso di andarci a vivere 04-03-2011 10:00 - marco
Ripartire da quello per trarre giudizi sulla situazione attuale, non mi convince.
A mio avviso è solo un altro modo per trattare da inferiori - e per sempre - tutti i popoli che sono usciti dal dominio di un altro Paese: in Africa o in Asia.
Significa cioè imporgli una "definizione di sè" e della loro Nazione, che resta solo in relazione ad altre Nazioni. In particolare quella che li ha occupati.
La sig.ra Castellina, impostando i suoi ragionamenti in quei termini, non gli sta facendo un buon servizio.
Anzi ! 04-03-2011 09:02 - lina
Prima ancora di decidere e pontificare su un Gheddafi un Mubarak o Siad Barre. 04-03-2011 08:55 - alvise