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COMMENTO
08/03/2011
  •   |   Ida Dominijanni
    Rompendo i confini

    Ci hanno messo pochissimo, le donne egiziane, a realizzare quanto sia abile il potere maschile a ricomporsi dopo le rotture rivoluzionarie. Loro sono state protagoniste decisive della lotta di piazza Tahrir e di tutto ciò che l'ha preparata e fatta crescere, eppure, dicono adesso, il governo militare che s'è insediato al posto di Mubarak se n'è già dimenticato: per questo oggi celebreranno l'8 marzo tornando in piazza. Non si creda che sia un problema solo laddove i militari subentrano ai despoti, o dove, come in Iran dove pure domani sarà una giornata di lotta femminile, sono andate al potere rivoluzioni islamiche con un segno, e con delle legislazioni, esplicitamente patriarcali.

    Accade anche nelle democrazie occidentali, ed è precisamente quello che è accaduto nell'Italia democratica degli ultimi decenni, dove una estenuante e infinita «transizione» ha potuto compiere tutte le sue giravolte, di centrodestra e di centrosinistra, berlusconiane e antiberlusconiane, nella pervicace sottovalutazione e dimenticanza della rivoluzione femminista. La contro-rivoluzione tentata dal sultanato di Arcore, giova ricordarlo, è stata possibile grazie a questa più vasta e generalizzata rimozione: e non va imputata, com'è diventato vezzo diffuso anche nella stampa di sinistra, al fallimento del femminismo degli anni Settanta, peraltro tutt'ora vivo e vegeto, ma al fallimento della classe politica (maschile) dagli anni Ottanta in poi, nonché alla cecità dell'informazione mainstream. E non ci sarà solidarietà credibile e non sospetta di strumentalità con noi donne oggi che non passi per un'autocritica severa e sincera, della classe politica e dell'informazione.
    Le rivoluzioni però, come diceva quel tale, scavano nel tempo e in profondità, e approfittano delle ironie della storia. Per un'ironia della storia, grazie alla contro-rivoluzione del sultanato la rivoluzione femminista, che non ha mai smesso di essere all'ordine del giorno, torna anche al centro della scena. E il laboratorio italiano, volente o nolente, torna all'avanguardia della battaglia epocale che si gioca sul fronte del rapporto fra i sessi. Dove non c'è più la vecchia questione femminile, ma una nuova questione maschile, della quale finalmente si fa strada, fra uomini, una qualche consapevolezza.

    Mentre fra donne si riallacciano fili generazionali e culturali, messi alla prova da un ventennio che ha cambiato l'antropologia del paese tentando di rifare del «femminile» il giocattolo plastificato di un immaginario colonizzato. Senza dimenticare il negativo che lo macchia oggi come cento anni fa - le operaie asfissiate del 1911, le ragazze massacrate di oggi come Sara e Yara - facciamo di questo 8 marzo davvero un giorno di festa. Più di rimessa al mondo della libertà che di difesa della dignità, più di lotta contro il lavoro disumanizzato che di rivendicazione di un lavoro paritario, più di rilancio del desiderio sequestrato che di censura del sesso esibito, più di sconfinamento in altri mondi che di ricostruzione dei profili della nazione. Se oggi il Cairo è più vicino di quanto non fosse cento anni fa New York, lo si deve anche se non in primo luogo alla rivoluzione femminile.


I COMMENTI:
  • “Essere colpito”
    “Ogni tanto succede qualcosa di sorprendente, siamo colpiti, come inchiodati, spesso a prima vista. Incantati e fissati dall’immobilità dell’opera d’arte. Qualcosa si è messa in moto dentro di noi, qualcosa che provoca una reazione a catena dei sentimenti e dei pensieri. Lo sguardo vagante non vuole trovare calma. Ci siamo ricordati di qualcosa che non conoscevamo. Tutto comincia a parlare, capiamo una lingua che non conosciamo.
    Non dimenticheremo più. Anche se non possediamo quest’opera d’arte, è diventata parte di noi. Perché abbiamo visto, perché abbiamo capito qualcosa. Non siamo tristi di andare via perché c’è una presenza che non si può più cancellare.” (un amico pittore)
    Questa mattina, 8 marzo 2011, mi è arrivata, oltre ogni confini, un’ondata di libertà che non posso più cancellare.
    La nostra storia è un’Opera d’Arte Collettiva.
    Ringrazio Ida Dominijanni per il suo articolo“Rompendo i confini”: 14-03-2011 15:04 - catherine
  • grazie Ida per aver rotto il silenzio su questo punto! ora ... volenti o nolenti ... facciamo un bilancio di questo 8 marzo? lo diciamo o no che TUTTI i gruppi organizzati, fatta qualche eccezione virtuosa in periferia, NON sono stati in grado di recepire la novita' del 13? o forse pensano anche di quelle piazze che siano allo stato primitivo e quindi preferiscono non rapportarcisi come per le donne marocchine, egiziane ...per farle crecere senza condizionarle? ... nel libero sviluppo della personalita' le rondini fanno il nido uguale da mille anni...diceva lorenzo milani! 09-03-2011 09:31 - cheba '77
  • Esiste una controffensiva reazionaria mondiale contro i diritti delle donne, che spesso usa le religioni (in cui il maschilismo e' cristallizato nella teologia). Il rinvigorirsi del Confucianesimo (piu' una filosofia che una religione), dell'Islamismo, del Cattolicesimo, dell'Hinduismo e finanche dell'Ebraismo ortodosso, sono tutti segnali di arretramento nella lotta di liberazione delle donne. 09-03-2011 03:54 - Ahmed
  • Marilena si mette sullo stesso piano di chi disprezza le donne, tutte, dicendo che sono buone solo per il letto, o chi dice donna dice danno eccetera. Essere maschi non è una condanna, non tutti i maschi sono maschilisti. Non facciamo razzismo fra i sessi, costruiamo insieme una società al femminile. 08-03-2011 21:49 - Valter Maratona
  • ...autocritica severa della classe politica dell'informazione e di tutti quei cari compagni ,oggi sessantenni e non ,.che non si vogliono perdere il loro momentino di gloria affiancandosi alla nostra lotta pur mantenendo nel loro animo concetti vecchi riguardo a noi donne .FUORI DALLE NOSTRE MANIFESTAZIONI NON SIETE SINCERI. marilena 08-03-2011 18:51 - marilena fossa
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