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Angelo Del Boca
Prima che sia troppo tardi
Usciamo dalla partita doppia dell'alternativa tra il tiranno libico che deve uscire di scena e i bombardieri «umanitari» della Nato. Diciamo chiaro quello che sta avvenendo. La decisione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, presa con cinque astensioni e dieci voti a favore - sotto pressione della Francia e della Gran Bretagna che torna in Medio oriente, e alla fine con i recalcitranti Stati uniti - è un intervento militare. Non devono esserci dubbi. Anche se è camuffata ancora una volta da intervento umanitario per «proteggere i civili» e anche se esclude, per ora, l'occupazione da terra.
La no-fly zone infatti, decisa senza alcun rapporto con Tripoli, deve essere per questo imposta, con i bombardamenti. In queste occasioni si preferisce dire che verranno usati obiettivi mirati e target «chirurgici». Con la possibilità cioè di nuove stragi di civili come è avvenuto in Iraq e in Afghanistan, come abbiamo visto nei Balcani. Abbiamo una serie infinita di prove di questa enorme menzogna.
Eppure dalla Russia e dalla Germania, paesi che si sono astenuti al Palazzo di Vetro, è stata espressa proprio questa preoccupazione, con l'inserimento all'ultimo momento della necessità, prima, di una dichiarazione di cessate il fuoco per entrambe le parti in conflitto. Non è un caso che ora la Germania motivi il suo rifiuto alla no-fly zone per i «considerevoli pericoli e rischi» che comporta. Pericoli e rischi confermati del resto dal fatto che, appena il cessate il fuoco è stato accettato a Tripoli, subito si è gridato al «bluff».
Ma non dobbiamo tacere nemmeno sulla necessità che Gheddafi esca davvero di scena. Lui, il suo regime che dura da troppo tempo e che è comunque andato in pezzi, i suoi deliri di onnipotenza le sue pesanti responsabilità rispetto alla degenerazione della crisi.
Da questo punto di vista tutto era ancora in gioco solo fino a dieci giorni fa. Era stata avanzata in sedi internazionali la possibilità di un esilio, per Gheddafi e la sua famiglia, con un salvacondotto verso un paese neutrale. Ma è stata avanzata, su insistenza degli Stati uniti che pure non riconoscono la Corte penale dei diritti umani, il deferimento a questo tribunale per «crimini di guerra» ancora tutti da provare. Nonostante l'insistenza di Fogh Rasmussen il segretario della Nato - che di vittime civili se ne intende - a denunciarli. Crimini che, insieme a troppa propaganda, ci sono certo stati e vanno puniti. Ma che, anche per il procuratore della Corte penale Moreno Ocampo, riguardano «tutte le parti in armi».
Così la possibilità che Gheddafi uscisse definitivamente di scena è andata persa. Ora tutto sembra finito in un vicolo cieco. Senza possibilità, se non quella di un bagno di sangue.
Perché al punto in cui stanno le cose, sembra che l'unico obiettivo rimasto sia l'attacco militare con i bombardamenti aerei. Dimenticando che alcuni degli apparecchi che stanno bombardando e uccidendo i civili e i ribelli in Libia sono gli stessi jet francesi venduti a Gheddafi proprio da Sarkozy, con una corte assidua capace di rifilargli aeroplani micidiali e tra i più cari al mondo.
Infine c'è l'ambiguità del governo italiano, fino a dieci giorni fa strenuo alleato di Gheddafi al quale chiedeva di «contenere» l'immigrazione del Maghreb relegando in nuovi campi di concentramento i disperati in fuga dalla miseria dell'Africa; e ora piattaforma di lancio dei raid aerei e del blocco navale militare. E forse nemmeno solo base, perché il dannunziano ministro della difesa Ignazio La Russa rivendica anche ai jet italiani il «diritto» di bombardare.
Mi chiedo se l'Italia sul piano storico si sente di ripetere a sessant'anni dagli avvenimenti del colonialismo, un attacco militare a un paese del quale ha già provocato la morte di 100mila persone, un ottavo della popolazione libica. Mi chiedo se ci arroghiamo davvero questa responsabilità. Per la memoria bisogna dire no. Ma anche per il presente.
Che triste epilogo sarebbe infatti per le primavere nel mondo arabo. Il segnale sarebbe quello del sangue e della repressione militare, come accade in Yemen, come è accaduto nel silenzio generale in questi giorni in Bahrein dove gli stessi paesi del Golfo fautori ora della no-fly zone sulla Libia, sono intervenuti militarmente a Manama per sostenere invece il «Gheddafi» locale.
Anche in queste ore, fino all'ultimo c'è ancora spazio per la mediazione di pace. La strada è quella del cessate il fuoco, come sembra emergere all'ultimo momento anche dalle parole del presidente Barack Obama alle prese ora con un altro conflitto armato che puzza troppo di petrolio. E insieme di un intervento di Osservatori dell'Onu sul campo che si frapponga e difenda le vite umane. Sennò vola davvero solo la guerra.
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I ribelli lo dovevano mettere in conto, e continuare a manifestare senza imbracciare le armi. Ci sarebbe stata qualche vittima, certo, ma meno di quelle che già ora con i bombardamenti ci sono, e quelle che ci saranno dopo.
Oltretutto i ribelli non sono rappresentativi di tutta la Libia, come dimostrato.
Avessero continuato a protestare pacificamente, avrebbero forse potuto sperare nel diffondersi della protesta in tutta la Libia.
Invece ora, se pur Gheddafi soccomberà, potremo, dopo il sicuramente lungo intervento dei "volenterosi", prevedere sanguinose guerre fra le numerose tribù.
O come minimo la divisione della Libia in due se Gheddafi riesce a mantenere Tripoli.
Non sono stati "migliaia" di morti. I militari russi addirittura dicono che in quei giorni di repressione non si è visto alcun movimento di aerei od elicottrei. Ricorda di chi è Al Jazeera.
Comunque, se non avessero preso le armi, ci sarebbero stati meno dubbi sulla legalità dell'intervento ONU, che comunque non doveva effettuarsi nelle modalità viste.
Gheddafi ha chiesto osservatori, ma noi non li mandiamo. Perchè?
Manifestare pacificamente sarà ipocrisia pura, ma Gandhi ci ha liberato l'India dagli inglesi.
Non mi pare quindi nè ipocrisia nè utopia.
Ma puntualmente quando serve ce lo dimentichiamo, se pur ogni tanto, quando non serve, ci piace utilizzare qualche sua frase, per allietare le nostre coscienze.
L'errore dei pacifisti è di non continuare a manifestare ad oltranza anche dopo, per chiedere la fine dei rapporti economici con quei dittatori.
Questo è il problema principale.
Non sono i libici tutti ad essersi rotti le scatole.
Solo una parte.
Hai visto quegli studenti libici in Italia intervistati? Vogliono tornare in patria a difenderla da noi, e uccideranno gli italiani, se necessario.
Queste sono le conseguenze più gravi dei nostri interventi.
Non abbiamo alcun diritto di intervenire dove più ci aggrada, ogni popolo deve mantenere la propria autodeterminazione.
ALtrimenti dovremmo entrare, specie ora, in Bahrein, Yemen, Siria, Cina, Russia, Somalia, e svariati altri paesi, ma soprattutto in Israele, che sin da quando gli inglesi si son lasciati corrompere dai soldi ebrei vendendo a loro quei territori promessi invece ai palestinesi in cambio del loro aiuto contro l'impero ottomano, stanno compiendo un genocidio che ormai ha superato di molto quello stesso dei nazisti nei loro confronti.
Non stiamo facendo qualcosa di valido purtroppo caro Dario.
Stiamo contribuendo a degradare ancora di più il mondo, dimenticando che con le armi le situazioni possono solo peggiorare.
Kosovo, Afghanistan ed Iraq dovrebbero insegnare, e invece niente.
Ogni volta si trova una scusa per dire che è diverso.
Stavolta pure la sinistra è d'accordo.
Ma finirà come ovvio, con centinaia di migliaia di morti, anni di sofferenze, e odi tra popoli, non solo qualche migliaio, pur da dimostrare.
Per di più saranno sempre meno capiti concetti come stato, sovranità nazionale, rispetto dei popoli, e democrazia.
E questo ad unico vantaggio dei poteri economici che ci governano.
Questi saranno gli unici risultati. 25-03-2011 10:09 - Silvio Perroni