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COMMENTO
22/03/2011
  •   |   Norma Rangeri
    Senza rimpianti

    Quando cadde il Muro di Berlino, anche chi pensava che a farlo crollare non fosse la voglia di democrazia ma la globalizzazione del turbocapitalismo, non per questo rimpiangeva Stalin, Breznev o Honecker. Così non rimpiangeremo Gheddafi, pur consapevoli, come scrive Valentino che «al peggio non c'è mai fine», e potremmo ritrovarci domani con un fantoccio partorito dalle bombe di questa nuova guerra umanitaria.
    Senza rimpianti ma anche senza le ipocrisie che minano il campo della discussione e del linguaggio, dell'analisi e dell'informazione nella guerra ideologica e mediatica che accompagna la battaglia sul paese del petrolio africano. Ne sentiamo l'eco quando ascoltiamo le parole del presidente della Repubblica: «Non siamo entrati in guerra, siamo impegnati in un'azione autorizzata dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Ne avvertiamo l'odore quando lo sgangherato governo italiano per bocca del ministro della difesa avverte che non vuole essere un affittacamere ma un protagonista della scena. Quando il presidente del consiglio, lo stesso che non voleva disturbare Gheddafi, oggi sale le scale dell'Eliseo per unirsi ai "volenterosi". Del resto basta accendere la televisione e chiunque capisce che siamo in guerra e che l'Italia, come conferma sui nostri schermi il falco Edward Luttwack, questa volta sta facendo il proprio dovere con le basi e gli aerei.
    Proprio noi, quelli dei 100 mila morti del colonialismo fascista, sorvoliamo i cieli della Libia con cacciabombardieri Tornado. Avremmo potuto (e dovuto), da ex potenza coloniale, seguire l'esempio della Germania e astenerci dall'intervento militare, invece sgomitiamo per essere in prima fila insieme a francesi, britannici e americani. E per proteggere i cittadini libici insorti contro il dittatore, rovesciamo su Tripoli una fitta pioggia di uranio umanitario. Nonostante fosse evidente che per far rispettare la no-fly-zone (senza averla concordata prima, senza una missione diplomatica dell'Onu, senza una reale pressione per il cessate il fuoco) si sarebbe ricorsi ai bombardamenti. E pazienza se dovremo spendere parole di cordoglio sulle inevitabili vittime collaterali.
    E' così evidente la sproporzione tra parole e fatti che è la Lega Araba, che pure aveva sottoscritto la risoluzione dell'Onu, a fare una mezza marcia indietro («quello che vogliamo è proteggere i civili, non bombardarne altri») mettendo in discussione l'interpretazione data all'articolo 41 della Carta che autorizza le missioni militari, non qualsiasi missione militare. Così eclatante la furia dei guerrafondai Sarkozy e Cameron, così confusa la linea di comando che ora persino l'ineffabile ministro degli esteri Frattini (lo stesso che incensava Mubarak e Ben Alì) minaccia di riprendere il controllo delle nostre basi, innescando una battaglia sulla leadership della Nato. La babele coinvolge anche politici e militari statunitensi. Per i generali l'obiettivo non è Gheddafi, per Clinton è il raìs, Obama si mette nel mezzo: Gheddafi se ne deve andare ma le operazioni militari sono a protezione dei civili.
    Se è questa la difesa dei diritti umani, se la primavera del Maghreb e del Medio Oriente porta al la guerra, allora bisogna fare di più, regalando bombardamenti umanitari anche allo Yemen e al Bahrein, trasformando Odissey dawn nell'anteprima del nuovo ordine.


I COMMENTI:
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  • Nessuno se ne è ricordato e se è fatto carico, ma in vista del 20 marzo si sarebbe dovuto preparare anche nella provincialissima Italia la giornata di solidarietà internazionale con le rivolte del Maghreb, secondo le decisioni prese dal Forum Mondiale Sociale di Dakar. Il Forum ha esaltato le rivoluzioni tunisina e egiziana ma non in termini meramente emotivi e fideistici (mentre già circolava in quella sede la voce dell’intifada che sarebbe scoppiata il 17 febbraio in Libia). Si era ben consapevoli (e Samir Amin ammoniva al riguardo) che in Egitto lo sbocco –il pericolo – immediato sarebbe stato il tentativo, poi puntualmente verificatosi, da parte dello esercito e della media borghesia di isolare sinistra radicale e giovani, che erano stati i protagonisti della lotta di piazza. Ma a nessuno è venuto in mente di dire: visto che esiste questa eventualità molto probabile, era meglio non ribellarsi, perché rispetto a Mubarak, che sul piano internazionale offre alcune garanzie di affidabilità, ”al peggio non c’è mai fine”. Un atteggiamento che i moderati assumono sempre, di fronte all’incognita di un sollevamento popolare che scardina gli assetti costituiti e mette a repentaglio i propri interessi nazionali (nel nostro caso l’ENI): lo spettro dell’anarchia! Di fatto questo atteggiamento scettico si è imposto, quando è scoppiata la rivolta libica che ha fatto riemergere un’immagine passatista dell’ Africa maghrebina: tribale, tradizionalista, immatura.
    Rispetto ad una rivolta che stava e sta per essere sconfitta, si è scatenata una dietrologia (solo e perché stava per essere sconfitta) che non si vedeva da tempo: chi li paga, dossiers a non finire,ci sono dietro i francesi, no, gli inglesi e cosi fantasticando a briglia sciolta. Il popolo libico si è ribellato “prescindendo dallo stato, contestando la legittimità dello Stato”: così succede normalmente nelle rivoluzioni; chi dall’esterno parteggia per loro non solo può, ma deve “considerare il popolo prescindendo dallo stato” (V. Parlato). O non saremo diventati, noi rivoluzionari, degli statolatri,quello che è un “idolum fori” proprio delle classi dominanti?
    Sento parlare (Bernocchi, Giulietto Chiesa, Danilo Zolo) di aggressione ad uno "Stato sovrano", come se noi, internazionalisti, avessimo sempre difeso confini e muri. Ma per la nostra concezione la sovranità appartiene al popolo, in questo caso al popolo libico, non al suo rais! Qui si è trattato, anzitutto, di una guerra condotta da una entità, che si è fatta esterna e nemica, da un'escrescenza dominatrice con la forza, contro un popolo, questo sì titolare della sovranità. Questa è la “prima” guerra che andava bloccata, ma non la si è vista come tale, è stata semplicemente ignorata .Si può discutere sugli strumenti (politici, diplomatici ecc.) che andavano adottati, ma di fatto non risulta che si siano organizzati presidi, cortei e proteste.
    Il diritto internazionale, minato dalla globalizzazione e sostanzialmente desueto, resta in vita nella dogmatica distinzione dell’”esterno” e del’“interno” degli Stati, per cui, se stiamo alla Carta delle Nazioni Unite, nessuna ingerenza è possibile, tutti i massacri e genocidi “interni” sono dal punto di vista giuridico non sanzionabili, se non con misure di ritorsione di dubbia efficacia .Circa l’ “interno” e l’”esterno”, e la loro reciproca collocazione nell’epoca attuale,i politologi (v. Carlo Galli, “Spazi politici. L’età moderna e l’età globale”, Il Mulino, 2001) hanno una consapevolezza che manca totalmente ai giuristi, abbarbicati alla lettera di una Carta che ha oltre sessant’anni di vita (e gli scenari mondiali si sono parecchio trasformati!).
    Bisognerebbe affinare gli strumenti di osservazione e non restare ancorati ad una logica binaria e manichea: la realtà è più complessa e spuria, come testimoniano gli indubbi interessi occidentali in Libia che hanno bloccato però, per il momento almeno, la dèbacle del movimento rivoluzionario: eterogenesi dei fini? 23-03-2011 09:25 - giacomo casarino
  • Io direi che è giunta l'ora di bomnardare anche Israele, ovviamente per motivi umanitari. 23-03-2011 09:04 - loco
  • Sono sempre stato contrario ai cosiddetti interventi umanitari che come è noto hanno nascosto ogni volta interessi inconfessabili seppure evidenti agli occhi di tutti.
    Ma questa volta, seppur presenti, questi interessi hanno coinciso con l'imminenza di una strage di civili da parte di Gheddafi che al punto in cui si era arrivati non poteva essere scongiurata in altro modo.
    Le richiesta di aiuto dei libici assediati a Bengasi non potevano rimanere inascolate, lo scempio di civili che ne sarebbe certamente seguito sarebbe stato ben più esecrabile degli effetti fino ad ora sortiti da questo scombinato intervento.
    E' ovvio che una volta scongiurata questa carneficina l'azione politica e diplomatica deve soppiantare l'intervento militare il cui esito al momento nessuno è in grado di prefigurare 23-03-2011 08:56 - Mauro Arru
  • ci potreste dare a volte anche notizie sull america latina su come sta e sulla pressione esercitata dagli americani da decenni magari su quello che sta succedendo in messico sulle origini del narcotraffico e le scuse degli americani che per sconfiggerlo fanno quello che vogliono ,sui sindacalisti uccisi in colombia dai paramilitari chissa da chi pagati grazie 23-03-2011 08:05 - murielmazza@hotmail.it
  • se si protesta contro Israele non si è antisemiti. Se si protesta SOLO contro Israele si è antisemiti. Quando il movimento pacifista scenderà in piazza anche contro il regime iraniano, contro i turchi massacratori di curdi, contro l'assedio (anche) egiziano di Gaza, contro i missili di hamas... allora sarà un movimento pacifista. Fino a quel momento sarà solo antisemitismo di piazza. 23-03-2011 08:03 - Fabio
  • Quando leggo le cose scritte da Rangeri e pietro ancona,
    rabbrividisco e mi rendo conto perché oggi siamo governati dall'innominabile.
    Per fortuna l'Italia
    merita altro e, prima o poi,
    l'avrà 23-03-2011 05:35 - francesco musotti
  • @ massimo
    Decine di migliaia mi sembra esagerato, semplicemente Israele ha la bomba atomica.
    @ Ancona
    Ma lei quanti anni ha vissuto in Libia per parlare di splendore? Con splendore si riferisce all'immagine che dava a lei? 30% di disoccupati, il tasso di analfabetismo più alto nel maghreb le sembrano splendore? 23-03-2011 05:29 - Fiorino
  • non e' ora di tornare in piazza contro la guerra? cosa aspetta il manifesto? ancora indecisi se schierarsi pro o contro gheddafi??? Le guerre non sono mai giuste, mai. Se si e' andati in piazza contro la guerra in Yugoslavia, in Iraq e in Afghanistan bisogna farlo anche ora, senza indugio. Senza paura del ricatto del pro contro Gheddafi. Il tempo stringe. 23-03-2011 03:26 - Sara
  • Condivido in pieno il commento di Alessando Golinelli. La situazione mi ricorda l'assedio di Sarajevo a fine anni '90. Non si poteva fare a meno di intervenire allora, non si può farne a meno adesso. Non agire oggi come allora avrebbe significato implicitamente consentire il massacro della città assediata. I fatti che ci riporta Liberti sono evidenti, il regime dichiarava di perseguie il cessate il fuoco e invece si preparava ad annientare fisicamente gli oppositori con una decisiva azione militare. Mi chiedo come si possa commentare che Liberti sia più 'embedded' di Matteuzzi. Liberti va dove vuole, nessun briefing obbligatorio la mattina con i portavoce del governo, nessun angelo custode l'accompagna per la città e gli interpreta quel che vede. Liberti riporta con chiarezza quali sono i fatti di cui ha avuto esperienza diretta e quelli di cui ha solo raccolto un resoconto. Gheddafi non ha lasciato realmente in ciascun momento della crisi alcun altro spazio che per l'opzione militare, immaginandola sempre e solo a suo favore con l'annientamento finale dei suoi oppositori. 23-03-2011 02:55 - Maurizio D'Amato
  • peccato Norma, sei una delle poche penne e persone che stimo de il manifesto. Questa analisi conferma la mia scelta di qualche anno fa di comprare il quotidiano, tranne dare una occhiata di tanto in tanto per vedere che aria tira dalle vostre parti... 23-03-2011 02:34 - luciano
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