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COMMENTO
25/03/2011
  •   |   Tommaso Di Francesco
    La guerra costituente

    Massimo D'Alema ieri ha preso la parola alla Camera sottolineando l'incredibile assenza di Silvio Berlusconi, impresentabile in patria e «utile idiota» all'estero. Ma la vera assenza alla fine è stata quella dell'opposizione alla guerra. Esplosa clamorosamente quando si sono votate le mozioni sulla partecipazione dell'Italia alla missione, sul ruolo della Nato, sulla guida del blocco navale, quando cioè si è arrivati al paradosso che la maggioranza di destra ha votato anche la mozione del Pd perché identica e non alternativa.
    Chissà se Fassino e D'Alema hanno mai incontrato le famiglie delle 3.500 vittime civili dei bombardamenti umanitari dell'Alleanza atlantica del 1999. Quei bombardamenti che per 78 giorni permisero a Milosevic di apparire popolare ed eroico, e seminarono quelle terre di «effetti collaterali», cioè morti, distruzioni e contaminazioni da uranio impoverito. O se hanno mai avuto davanti agli occhi il risultato della missione militare in Somalia nel 1993, o le attuali stragi di civili in corso in Afghanistan, l'altro fronte bipartisan del quale si tace.
    L'interventismo ammantato di «protezione dei civili» venne assunto dalla sinistra perché bisognava dar prova di capacità di governo, anche con la perdita di sovranità necessaria all'insediamento del nuovo ordine mondiale dopo la fine della Guerra fredda e le svolte dell'89. Così la guerra è diventata uno status, una condizione costituente per la possibilità di una alternativa democratica. Come è evidente dalle parole del presidente della Repubblica Napolitano: «Non siamo in guerra, rispettata la Carta dell'Onu». Eppure c'è l'articolo 11 della nostra Costituzione che dovrebbe essergli cara, invece recita «l'Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Certo, nel capitolo seguente mette a disposizione le proprie strutture per operazioni degli organismi internazionali. Ma non per nuove guerre. Che Costituzione sarebbe la Carta di un paese che predisponesse il contrario esatto di quello che afferma nel dettato principale?
    Ma è la guerra che per la crisi in Libia è stata scelta subito dal Consiglio di sicurezza dell'Onu. E subito l'Italia di governo e d'opposizione ha aderito, nonostante Gheddafi sia stato, fino a poche settimane fa, l'alleato di ferro per fermare «l'invasione» dei migranti - il Trattato con Tripoli è stato votato anche dal Pd.
    Partono dai nostri aeroporti i cacciabombardieri britannici e americani e si sono già attivate le tecnologie di puntamento. Partecipiamo ai raid e cominciamo a sparare bombe e missili anche noi. Sul campo cominciano ad esserci ormai troppi morti civili, quelli di Misurata uccisi dalle truppe di Gheddafi e quelli del quartiere Tajoura di Tripoli assassinati dai jet occidentali.
    Anche queste vittime civili erano assenti dal dibattito del parlamento. Eppure il disastro della coalizione dei neo-volenterosi e della presunzione di Sarkozy della guerra a tutti i costi è sotto i nostri occhi. C'è scontro sul comando perché non c'è accordo sulle finalità, sugli obiettivi, sui mezzi, sui termini e sui tempi. Una débacle. Che non ferma la tenuta militare di Gheddafi. Tanto che il premier francese, Alain Juppé, già insiste per un'interpretazione «estensiva» del dispositivo Onu e già si parla dell'intervento di terra che fino a pochi giorni fa si giurava di escludere.
    Proprio mentre la Germania insiste a dire no alla guerra e i cinque paesi del Consiglio Onu (tra cui Russia e Cina) astenuti chiedono un cessate il fuoco verificabile sul terreno, con una missione di osservatori internazionali. Era questa la strada maestra fin da subito. Ma l'Italia dà le basi, pensa ai raid ed è assente anche su questa iniziativa. Basterà che domani la pace torni in piazza?

     


I COMMENTI:
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  • L'azione militare contro la Libia è illegale. L'interferenza delle potenze occidentali negli affari interni alla Libia è una palese violazione della carta delle nazioni unite. Con il pretesto di difendere i civili(che poi civili non sono visto che sono armati fino ai denti), si vuole rapinare il popolo libico delle risorse petrolifere. Gheddafi ha tutto il diritto di resistere a questi balordi, su tutti il presidente francese Sarkozy. Le bande criminali, che vorrebbero girare il governo libico, sono state finanziate dalla Francia e da altre potenze occidentali. In nome del capitalismo da rapina, si vuole far credere all'opinione pubblica che si tratta di un intervento necessario. Sicuramente Gheddafi non è il miglior politico del mondo, sia per il suo passato, sia per il suo presente, ma l'ingerenza negli affari del suo paese è inaccettabile. La stessa carta delle nazioni unite, prevede l'uso della forza per difendere il proprio stato da possibili minacce, perché non dovrebbe farlo la Libia? Concludo dicendo che i media ed i politici italiani sono quasi tutti dei venduti e degli opportunisti. Il loro strisciante filo americanismo, filo nato, filo capitalismo e quant'altro, ha superato da tempo i limiti della decenza. 25-03-2011 18:03 - Marx
  • Juppè è il ministro degli esteri, Fillon il primo ministro 25-03-2011 18:02 - ernesto bernaud
  • Al bravo Di Francesco è sfuggita una coincidenza: ieri 24 marzo era il 12 anniversario dell'inizio dei bombardamenti a Belgrado. E C'ERA SEMPRE LUI: MASSIMO D'ALEMA.....ogni commento è superfluo 25-03-2011 17:52 - Ernesto
  • MASSIMINO STA MEGLIO VESTITO DA SOLDATO.
    Ricordate la simpatica vignetta che lo faceva soldatino nella guerra coi serbi?
    Certo con la barca che ha, sarebbe meglio, se facesse il marinaio,ma quella la tiene per divertimento.
    Con noi fa il soldatino.
    In parlamento quando incita all'interventismo come faceva Mussolini a suo tempo veste da caporale di fanteria,così noi ci entusiasmamo e lo seguiamo.
    Ma quando sta al suo porticciolo e parla con i suoi simili è un magnifico capitano di vascello. 25-03-2011 17:46 - mariani maurizio
  • magari d'alema fosse altrettanto assente, non sono dalle aule ma proprio dalla sinistra 25-03-2011 17:39 - antonella
  • Premetto che da buon comunista non sono mai stato pacifista, ma sono sicuramente sempre stato contrario alle varie guerre promosse dalle forze imperialiste nel mondo. Questa come altre è sicuramente una guerra mossa da forti appetiti economici dei Paesi Occidentali e quindi sicuramente non accettabile. Quindi, riproponendo un vecchio slogan, nè con il Rais nè con la Nato (o forze volenterose se vogliamo), però faccio una domanda a me stesso e a tutti i compagni: oggi esiste un altro modo per sostenere la "guerriglia" del popolo libico evitando che il Rais soffochi nel sangue il germe della "rivoluzione"? Se si, quale? Faccio questa domanda perchè se non riusciamo a dare alternative credibili al conflitto in corso, penso che sarà difficile rendere comprensibile il nostro dissenso alla pubblica opinione. 25-03-2011 17:10 - tony
  • Quando il popolo della sinistra scaricherà questi opportunisti con Massimo D'Alema in testa? Quando questo losco figuro verrà inchiodato alle sue responsabilità dirette di strage di innocenti in Jugoslavia e meno dirette ma pure gravissime per quest'ultimo disgraziato intervento omicida in Libia?
    Credo ci siano tutti i requisiti perchè sia istruito un processo dal Tribunale Internazionale dell'Aia per azioni con finalità di terrorismo e conseguenti crimini contro l'umanità. 25-03-2011 17:07 - luca bianchi
  • E allora era giusto lasciar massacrare gli abitanti di Bengasi dalle truppe di Gheddafi ? lo capite o no che una scelta andava fatta ? non è possibile essere contro Gheddafi e contro chi lo bombarda !L'immobilismo va a favore di chi ha il potere ! 25-03-2011 17:02 - ALFIO
  • ASPETTANDO CHE DI FRANCESCO TROVI LE PROVE DEI CIVILI UCCISI IN UN QUARTIERE DI TRIPOLI NON SAREBBE MALE FAR CONOSCERE QUESTO REPORTAGE PUBBLICATO SI MICROMEGA:

    In diretta dal fronte di Bengasi
    Il coraggio di Ahmed
    di Gabriele Del Grande*, da fortresseurope.blogspot.com

    [Gabriele Del Grande, collaboratore di Peace Reporter, Edizioni Gruppo Abele e Redattore Sociale, nel 2006 ha fondato l’osservatorio sulle vittime dell’emigrazione Fortress Europe]

    Viaggio a Benghazi, 23 marzo 2011

    Sua moglie glielo aveva detto di parlargli. E anche i fratelli avevano insistito che lo bloccasse. Ma la verità è che Hasan non era mai stato così fiero di suo figlio Ahmed come quel giorno, quando gli disse che si univa al fronte per liberare il paese. E lo lasciò andare con la sua benedizione. Come padre, apprezzava quel coraggio e quella generosità. Partire a 24 anni come volontario, con una laurea in medicina e senza armi, per curare i feriti di guerra, in nome della libertà. Sono passati 13 giorni da quando se ne è andato. E oggi suo padre è la prima volta che viene a cercarlo al fronte. A cercarlo sì, perché nel frattempo Ahmed è finito nella lista dei dispersi. Dicono che sia stato fatto prigioniero a Ras Lanuf. Ma sono solo voci. La verità è là davanti. Tra il deserto e il mare, dove si leva alta nel cielo una colonna nera di fumo, alle porte di Ijdabiya, 160 km a sud di Benghazi. La strada davanti a noi è chiusa da una transenna. Entrano soltanto le macchine degli uomini armati. Siamo a Zuwaytina e la guerra è lì davanti, dopo la curva, saranno cinque chilometri. Dalla corsia opposta tornano dal fronte le auto dei rifornimenti e i civili in fuga da Ijdabiya. Una folla di curiosi sta a guardare. Mentre Hasan discreto, chiede in giro se qualcuno conosce suo figlio. Ma le notizie che arrivano fanno solo rabbrividire.

    Nasser Idris ha appena parcheggiato il fuoristrada e si fa largo tra la gente a passi svelti. Cerca un giornalista. Ha bisogno di raccontare a qualcuno l'orrore. Un po' per liberarsi di quelle immagini, un po' per ricordarsi cos'erano la compassione e l'umanità. Erano in pattuglia, lui e Yousif Quwairi, un ragazzo di vent'anni, che mi conferma tutta la storia con lo sguardo perso nel vuoto, ancora sotto shock. Poco dopo il chilometro nove della strada per Ijdabiya, alla periferia della città, dove una quarantina di miliziani di Gheddafi, con cinque carri armati e un lanciamissili Grad, presidiano l'unica strada appostati su un'altura di sabbia e colpendo ogni veicolo in movimento, con l'appoggio dei cecchini sui palazzi intorno.

    Nasser e Yousif all'inizio non hanno pensato che fosse una trappola. Hanno visto un fuoristrada Toyota con la portiera aperta e l'autoradio accesa. Quindi si sono avvicinati per vedere se ci fosse qualcuno. E dentro ci hanno trovato i corpi mutilati di due ragazzi dell'armata rivoluzionaria. La pancia aperta con una coltellata, la testa senza lo scalpo, le orecchie mozzate e le gambe amputate. Quando hanno fatto per caricarli sulla macchina per portarli alla camera mortuaria dell'ospedale, da un'altura gli hanno tirato addosso sette razzi. Fortunatamente li hanno mancati e sono riusciti a scappare tra i conati di vomito e le lacrime agli occhi. Sulla via del ritorno giurano di aver contato altri venti cadaveri. Tutti ragazzi della rivoluzione. Tutti uccisi dalle schegge dei missili delle milizie di Gheddafi, a giudicare da come sono martoriati i loro corpi senza vita.

    Un altro volontario dell'armata rivoluzionaria, Suleiman Abderrahman, di Baida, conferma la notizia. Lui ieri pomeriggio di morti lungo la strada ne ha contati sei. Con l'aria che tira, i loro corpi resteranno abbandonati ai bordi della strada fino alla fine della battaglia. Di ambulanze al fronte oggi ce ne sono tre. Aspettano i feriti, ma da qui non si muovono, troppo pericoloso. Una ha il vetro della portiera rotto. È andato in frantumi con un colpo sparato sabato scorso nella battaglia di Benghazi, nel quartiere di Gar Younis. Stavano caricando un ferito e sono finiti nel mirino degli uomini di Gheddafi. Dentro c'era il dottor Bilal Fayturi, che adesso è ricoverato in terapia intensiva con un proiettile nel petto. L'autista di un altra ambulanza è scomparso sulla strada per Ijdabiya sette giorni fa, e un terzo è in una cella frigorifero dell'ospedale Jala con gli occhi cavati dalla faccia dopo che l'anno ucciso sparando sulla sua ambulanza al fronte di Ijdabiya.

    E proprio da Ijdabiya si rincorrono da giorni le voci di un massacro. Siamo a dieci chilometri dai quartieri orientali, ma anche da qui è difficile verificare. Chiediamo ai pochi civili che riescono a scappare dalla periferia sud della città, tagliando dal deserto. Ma hanno poche informazioni, perché sono rimasti chiusi in casa per giorni, terrorizzati dai cecchini. Ci confermano solo che la città è da sei giorni senza acqua, elettricità e telefono. E che i due quartieri di Atlas e 7 Ottobre sono stati rasi al suolo dai bombardamenti a tappeto effettuati dai lanciamissili Grad. Hanno colpito tutto. Case e moschee. Ma i soccorsi non riescono a entrare. L'ingresso in città dalla porta orientale e da quella occidentale è controllato dai cecchini di Gheddafi. Sparano a chiunque si muova, ambulanze comprese. Insomma nessuno in questo momento è in grado di sapere quanti civili siano rimasti intrappolati nelle case e quanti invece siano riusciti a scappare prima.

    L'esodo è iniziato martedì della settimana scorsa con i primi bombardamenti dell'aviazione di Gheddafi sulla città. E non si è mai fermato. Anche oggi, mentre parliamo, vediamo spuntare dalla curva un camion carico di donne e bambini. Cappotti neri, veli colorati e mani piccole levate al cielo con le due dita aperte a v in segno di vittoria. Suonano il clacson, riparano a Sultan, 30 km più a nord, dai parenti. Li seguono altre macchine con le valigie sul tetto. Ma il dubbio atroce è che non siano tutti. E il dubbio diventa certezza non appena da Ijdabiya arriva Hisham. Un ragazzo sulla trentina, in preda a una crisi di nervi, che gira tra la folla continuando a ripetere come un matto che dentro ci sono ancora molte famiglie ma che non hanno macchine su cui viaggiare. Detto fatto, alcuni volontari si prendono il rischio, girano la chiave e accendono i motori.

    Sono i nuovi ragazzi della Libia che verrà. Quelli che non hanno più paura. Gli stessi che sul fare del tramonto, quando rientriamo a Benghazi, marciano pacificamente sventolando la vecchia bandiera libica dell'indipendenza, quella francese dei cacciabombardieri, e quella del Qatar di Al Jazeera. E i loro slogan rimbombano tra i palazzi davanti al mare: “Dam ashuhada ma yamshish shebab!”, che in italiano vuol dire: “Ragazzi, il sangue dei martiri non se ne andrà!”. Per il colonnello Gheddafi suona quasi come un avvertimento. Nonostante le stragi, il morale della resistenza è ancora alto.

    A questi ragazzi il coraggio non manca. E ce ne vuole per continuare a resistere. Per questo che il figlio di Hasan, Ahmed, Nasser, Yousif, Suleiman, Bilal, Hisham, meritano tutta la solidarietà della nostra generazione che vive quieta sulla riva nord di questo stesso mare. Pensando a loro e pensando alle decine di morti che ho visto in questi giorni negli ospedali di Benghazi, mi chiedo se davvero valga la pena perdersi nel dibattito guerra sì guerra no, quando la guerra c'è già. Ma davvero non ce ne rendiamo conto? Va avanti dal 17 febbraio. Ed è una guerra civile. Di un dittatore corteggiato per anni dai nostri governi, che usa mercenari stranieri e artiglieria pesante per uccidere chi chiede la fine del regime. I morti sono già almeno un migliaio, quasi tutti ragazzi che hanno preso le armi per difendere le proprie città dall'armata di Gheddafi.

    Ma in Italia continuiamo a leggere i fatti come se fosse una guerra tra clan, un complotto islamista o un progetto della Cia. Anche questo si chiama razzismo. Ed è l'incapacità di riconoscere ai popoli della riva sud la capacità di lottare per la libertà. Lo ripeto: qui la guerra c'è già. Ed è una guerra di liberazione. Presente i partigiani e bella ciao? Secondo me si tratta semplicemente di decidere da che parte stare. Se con la dittatura o con il popolo libico. E poi di decidere come sostenere la parte che si è scelta. Con le manifestazioni pacifiche? Sono il primo a sostenerle, ma facciamole seriamente. Perché qui intanto ogni giorno c'è gente che muore sotto il fuoco di Gheddafi. Un uomo che deve finire in galera. Ma come fanno alcuni di voi a sostenere che il suo sia ancora un potere legittimo perché una parte del popolo lo appoggia? Anche Hitler e Stalin avevano i loro sostenitori... E di nuovo il razzismo: scusate ma in Libia non valgono lo stato di diritto e il codice penale? Il mandante di mille omicidi nell'ultimo mese può essere assolto in nome di qualche ragione politica?

    (24 marzo 2011) 25-03-2011 16:59 - valerio caciagli
  • Sotto gli occhi di tutti è anche che Vendola ha distrutto l'unica opposizione credibile per flirtare con un partito di guerrafondai impenitenti (sapendolo bene da sempre).
    Ora può anche arrotolarsi nella bandiera della pace... 25-03-2011 16:53 - Ateo
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