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Gaetano Azzariti
La Costituzione vittima di guerra
Le ragioni del costituzionalismo sono duramente messe alla prova dinanzi alla forza brutale e senza regole della guerra. Ammutoliamo di fronte ai fatti drammatici. Da un lato la convinzione che è dalla parte degli insorti che bisogna stare, dall'altro la consapevolezza che l'intervento delle potenze occidentali si gioca essenzialmente in base a calcoli politici ed economici per nulla "umanitari". Eppure non si può tacere. Se non si vuole accettare l'idea che ci si debba ormai affidare esclusivamente alle logiche perverse della politica di potenza, se non si vuole rinunciare al governo delle leggi delegando al governo degli uomini (buoni o malvagi che siano).
Ed allora è necessario tornare a denunciare che la scelta di sistema del nostro costituente è chiara e inequivocabile. La formula scolpita nel testo della nostra Costituzione non si presta ad ambiguità: «L'Italia ripudia la guerra». L'uso delle forze armate per fini bellici è prevista esclusivamente allo scopo di difesa dei confini (in realtà la Costituzione assegna ad ogni cittadino e non solo ai militari il "sacro dovere" di difendere la patria) ed anche in questo caso c'è una specifica procedura garantista tesa a sottrarre al governo la decisione ultima, facendo intervenire il Parlamento e il presidente della Repubblica. La nostra costituzione non prevede nessuna forma di intervento armato fuori dai confini per la risoluzione delle controversie internazionali ovvero come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Nessuna interpretazione evolutiva del testo costituzionale - per quanto autorevolmente espressa - può legittimare la tesi secondo cui le limitazioni di sovranità cui l'Italia consente per assicurare la pace e la giustizia tra le nazioni possano spingersi sino a comprendere l'uso della forza bellica. Anche perché l'uso della forza è espressione massima della sovranità degli Stati, non invece una sua limitazione. Nel caso della Libia, infatti, non ci si è limitati a fornire le basi militari (limitando la propria sovranità), ma si sta operando attivamente svolgendo un intervento diretto di aggressione armata contro un nemico per imporre una propria sovranità.
Questo il quadro costituzionale, dal quale emerge con nettezza la scommessa del costituente. Quella stessa sfida che, dopo la barbarie del secondo conflitto mondiale, ha innervato tutte le costituzioni nazionali e che indussero gli Stati a dar vita all'Organizzazione delle Nazioni Unite, con l'esplicito compito di «salvare le future generazioni dal flagello della guerra». La guerra è un male in sé, questa la convinzione comune tra le Nazioni. È ancora così?
Qui è il discrimine politico, ma anche giuridico e costituzionale. Non sarà l'ipocrisia del linguaggio (chiamare l'uso della forza contro una potenza straniera "azione di polizia internazionale" ovvero negare che l'Italia si trovi in guerra) o la diversa qualificazione data alla guerra (umanitaria, giusta, legittima) a rendere meno drammatica la vera questione che la storia ci propone. L'uso della guerra torna ad essere uno strumento della politica. Il diritto può tentare di limitarlo, ma il ritorno dello ius belli se forse può rendere legittimo, in base ad una ambigua risoluzione Onu, l'intervento armato sul piano internazionale, non perciò può essere interpretato come una scelta conforme alla Costituzione, né - io credo - facilmente riconducibile alle finalità di quell'organizzazione che ha come missione di assicurare la pace tra le nazioni.
Il flagello della guerra è tornato tra noi, tra le sue vittime c'è la Costituzione. E non si affermi, per cortesia, che non poteva essere altrimenti. È invece questo un esito voluto, nessuno è esente da responsabilità. Non si dichiari che in tempi di globalizzazione l'unico modo per stare dalla parte giusta, quella dei rivoltosi di Bengasi, è fare la guerra a Gheddafi. Non si è neppure tentato di seguire una via alternativa: prima della risoluzione 1973 che ha autorizzato l'intervento armato il Consiglio di sicurezza ha adottato solo la debole risoluzione 1970 dagli effetti irrilevanti, l'Italia ha continuato sino all'ultimo (ancor oggi in verità) a blandire il rais, cercando di preservare interessi economici e rapporti commerciali. La guerra non è stata l'ultima ratio, bensì la prima scelta. Una storia antica si ripete, una storia che il costituzionalismo voleva archiviare per tutelare i diritti umani attraverso politiche di pace. Almeno dovremmo impedire a chiunque di affermare che ciò rientra pienamente nell'ordine costituzionale. Non è così, la guerra calpesta la Costituzione.
Mi chiedo da ultimo: chi crede ancora nella superiore legalità costituzionale, nel valore vincolante delle sue disposizioni, nella scommessa pacifista che vi è contenuta, è veramente disarmato di fronte alle aggressioni del potere? È vera l'accusa che viene rivolta a chi non accetta la politica delle bombe di voler sacrificare per astratti principi la vita di popolazioni oppresse? La sfida della nostra Costituzione è irrimediabilmente perduta? La mia risposta è no. Basta saper leggere la storia del costituzionalismo, una storia di ribellioni, contro i dittatori e per l'affermazione dei diritti umani. È il costituzionalismo che ha rivendicato il principio all'autodeterminazione dei popoli, ha legittimato il tirannicidio, ha affermato il diritto di resistenza. Essere pacifisti non significa essere pacifici.
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A parte ogni schermaglia tra noi sui morti dalle due parti che non è destinata per ovvie ragioni ad arrivare a conclusioni condivise, non pensa pietro ancona che la diretta conoscenza -indotta dai media e dall'emigrazione- delle condizioni di sfavore sociale in cui quelle popolazioni sono costrette a vivere sia il motore delle rivolte???
Una volta che si fosse d'accordo su questo potremmo parlare anche delle guerre e del sangue versato che ne deriva senza accapigliarsi tra noi che dovremmo conoscere da sempre il fatto non sorprendente che le violenze, indotte dalle rivolte popolari, sono tragiche ma ineluttabili. 29-03-2011 08:57 - valerio caciagli