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COMMENTO
10/04/2011
  •   |   Peppe Allegri
    Un nuovo welfare

    Genera un po' di frustrante indignazione l'intervento sul Corsera a firma Pietro Ichino, Nicola Rossi e Luca Cordero di Montezemolo, perché sembrano accorgersi solo oggi dei danni prodotti da un ventennio in cui (anche loro) sono stati classe dirigente. Inoltre il loro argomentare trasuda paternalismo, irenico patto dei produttori e intergenerazionale, quindi, soprattutto, sembra fermo ad anni fa, quando il Pd poteva ancora governare e la crisi economico-finanziaria era solo agli albori. Fingono di prendere la parola come interlocutori delle piazze di ieri, con migliaia di precari-e, intermittenti e lavoratori indipendenti a rivendicare «il nostro tempo è adesso». Si propongono come riformisti, mentre appaiono stanchi ripetitori di ricette che questo Paese avrebbe dovuto sperimentare negli anni '90, quando invece si preferì "riformare" il mercato del lavoro, senza garanzie e tutele, quindi svendere i servizi pubblici della Repubblica ai soliti noti della finanza e del nostro capitalismo straccione, fondato sui contributi statali, il silenzio sindacale e le rendite private. Pensano che questa mobilitazione dei precari sia la prima e «convocata via Internet»: poveri, inconsapevoli, sordi interpreti di questi strani tempi ipermoderni! Eppure, da uomini di mondo quali sono, dovrebbero sapere che fuori, nella società civile, di cui molto blaterano sembra senza frequentarla (se non forse quella troppo "alta") ci sono milioni di singoli individui, persi nella nuova grande trasformazione delle forme del lavoro. Milioni di individui che le rappresentanze sindacali del movimento operaio e la tradizionale sinistra politica hanno ignorato e le forze industriali hanno spremuto fino alle midolla; mentre l'esaltato berlusconismo inventava quell'immenso centro spettacolare per l'impiego, prevalentemente femminile, che dal Grande Fratello porta dritto ad Arcore.
    Questi milioni di nuovi lavoratori senza diritti, lasciati soli da tutti e capaci di inventarsi un San Precario cui votarsi, sono precari-e di tutte le risme. Nuove e vecchie partite iva, freelancers, autonomi, indipendenti: intermittenti della retribuzione e delle commesse, versano i contributi puntualmente in gestione separata, non hanno garanzie e non avranno la pensione, ma meglio non farlo sapere, altrimenti si rischia un «sommovimento sociale» (così Mastrapasqua, presidente Inps, ricordato proprio nell'azione alla sede Inps di Roma: altro che via Internet!). Non hanno quasi mai conosciuto un contratto decente; raramente un reddito minimamente dignitoso; non sanno cosa voglia dire assegni familiari, tutele sociali, malattia, maternità e ferie pagate; non sono neanche consapevoli di avere dei diritti. Sono giovanissimi, ma anche molti over-40, che incontrano la solitudine dei più anziani, espulsi dal mercato del lavoro con l'avvio della crisi globale e ora non più reintegrabili. Per questo stona del tutto la retorica sull'apartheid precaria e sulla cittadella assediata dei garantiti. Ieri erano in piazza per formare una coalizione che da domani ottenga, qui e ora, continuità di reddito, tutele dentro e fuori dal mercato del lavoro, nuovo Welfare: le condizioni per una vita dignitosa e per scegliere autonomamente come realizzarsi nel proprio percorso esistenziale, senza essere schiavi del lavoro e della sua mancanza, per accedere a una cittadinanza piena. Sanno bene anche a chi far pagare questa necessaria riforma del patto sociale. Forse proprio per questo un politico democratico, un economista di partito e un capitalista di Stato (sembra una barzelletta!) mettono subito le mani avanti. Che abbiano il coraggio di metterle nel loro portafogli: una volta tanto! Solo dopo se ne potrà parlare serenamente.

     


I COMMENTI:
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  • Forse è il momento di far luce su chi comanda veramente il nostro Paese. A cominciare dalle incredibili dichiarazioni del prof. Roberto De Mattei, vicepresidente del CNR, che sono tanto importanti perché espresse da uno di "loro" quanto sembrano essere svanite nel nulla. 10-04-2011 18:23 - GiorgioViscontiBrebbia
  • Tra i miasmi delle nebbie padane, mi torna alla mente un articolo molto datato scritto da Toni Negri molti anni or sono, sul significato e sul valore del "lavoro" ..... purtroppo la memoria ha le gambe corte e pertanto non me la sento di riassumerlo ....., ma non disperiamo, il premierato è specializzato nel costruire Casini e Casinò, potremmo suggerirgli di costruirne uno molto grande, non pensate che già ci sia, capace di contenerci tutti ..... 10-04-2011 17:05 - richiesto
  • Vediamola com'è, o come la vedo io, uno dei tanti che subisce.
    La classe dirigente per poter governare ha bisogna del ricatto.
    Il ricatto rende più malleabile e quindi sfruttabile tutta la classe lavoratrice ed i piccoli imprenditori, quest'ultimi non hanno nulla se non il credere d'avere qualcosa in più di chi ha un lavoro dipendente.
    Questo perchè le classi dirigenti, sindacali-politiche-finanziarie-industriali, ormai non hanno più nulla da dare ai governati, se non una diminuzione delle aspettative derivate propio dalla loro poca propensione alla prospettiva di uno sviluppo futuro, sono lì avvinchiati alla sedia che rende bene e dalla quale è difficli scrollarli quando hanno la mazz<etta, la cervicale bassa o la minore disponibile, per cui perchè dovrebbero faticare, sacrificarsi per quel popolo che non è loro se non per la resa che gli permette?
    Pretendono che lo scontento sia manifestato secondo le regole del buon padre di famiglia, mentre la spregiudicatezza, la sfrontatezza, l'arroganza e la prepotenza vengono tranquillamente profuse all'uditorio, praticamente alla violenza, perchè di violenza si tratta, il cittadino deve sottostare, tacere ed assoggettarsi.
    Ma questa può chiamarsi ancora classe dirigente, possono ancora chiamarsi leggittimi rappresentanti e curatori degli9 interessi del popolo o forse stanno ricoprendo un altro ruolo meno nobile? 10-04-2011 16:45 - Gromyko
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