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COMMENTO
12/04/2011
  •   |   Giampaolo Calchi Novati
    Libia, una guerra che divide

    Da alcuni giorni ho deciso di sospendere la collaborazione al manifesto per dare sfogo al mio disagio nei confronti del giornale, della politica della sinistra in generale e delle complicità diffuse con la guerra contro Gheddafi (perché di questo si tratta). Non scriverò dunque un articolo vero e proprio ma una lettera-intervento. Sono spinto a intervenire dallo scambio un po' rude fra Tariq Ali e Rossana Rossanda a proposito della guerra. L'articolo di Tariq Ali conteneva due considerazioni a mio parere fondate e una conclusione discutibile. Aveva il difetto però di usare un linguaggio grossolano, del tutto improprio in un dibattito civile. I due punti interessanti dell'articolo - oggetto poi della reprimenda di Rossana - riguardano il carattere spurio della rivolta di Bengasi e la volontà dell'Occidente (il triumvirato imperiale lo chiama Chomsky) di dar prova di mantenere malgrado tutto il controllo dell'evoluzione in atto nel mondo arabo e intanto nel Nord Africa. Dell'aspetto dell'articolo su cui dissento dirò dopo. La risentita reazione di Rossanda configura in modo plastico il mio distacco dal manifesto. Rossana non accetta nessuna equidistanza fra i rivoltosi e il regime e di fatto sposa la necessità della guerra visto che i rivoltosi hanno preso le armi e sollecitano i raids. Prendere le distanze da alcuni sottintesi di Sarkozy o di chi per lui, come fa anche Rossanda nel suo articolo, non ha molto senso perché la tesi in campo è appunto che la guerra di Francia-Nato-Onu speculi ad arte sul pretesto di difendere la popolazione libica per legittimarsi ma abbia altri obiettivi, più pesanti.
    Si presumeva che la sinistra cercasse di elaborare una strategia per le crisi del Sud plurale nel mondo globale che escludesse la guerra, che è poi l'immagine di marca dell'West nel suo confronto su scala mondiale con il Rest. Quando l'Onu ha approvato una risoluzione chiedendo «tutte le misure» per parare la minaccia incombente sui civili la sola «misura» che è venuta in mente al tandem Sarkozy-Cameron è stata una raffica di bombardamenti. Se quelle crisi generano mostri è anche perché la Left in Europa non offre più nessuna sponda di idee o di azione agli sforzi che i regimi e persino i movimenti anti-autoritari mettono o dovranno mettere in atto per uscirne. Tutto quello che sappiamo offrire a chi crede che l'Egitto, la Libia, la Siria o l'Arabia saudita debbano utilizzare in altro modo le loro risorse naturali e il dinamismo dei loro giovani e dei ceti medi in ascesa è un'azione militare che distrugge beni, non solo l'infrastruttura militare, ed esacerba le ferite fra gli individui, le comunità e le nazioni. Abbiamo dimenticato la Somalia, l'Iraq, l'Afghanistan, i Balcani? Il Nord convenzionalmente inteso non ha più il monopolio dei rapporti con il Sud. Cina, India e Brasile, che sicuramente non hanno il sofisticato apparato di libertà di cui ci vantiamo, partono dal presupposto che le guerre non si esportano. Anche per questo stanno vincendo in Africa. È ciò che, insieme a qualche risveglio neo-nazionalista o neo-radicale, fa tanta paura alla Francia. Il rimedio? Fare concorrenza all'America dimostrando che la Vecchia Europa, sbeffeggiata dai neo-cons dell'era Bush per i suoi flirts con la dea dell'amore, può indossare lo scudo di Marte. Senza accorgercene siamo tornati a Suez nel 1956 quando si evocava l'ombra di Monaco. È contraddittorio cospargerci il capo di cenere per aver avallato lotte di liberazione degenerate in dispotismi di diverso grado e dare nel contempo una patente preventiva e illimitata a movimenti figli di nessuno o dei soliti noti: per di più in un'epoca che non ammette modelli alternativi al capitalismo dipendente, che è all'origine sia dell'autoritarismo sia della disaffezione che esso ha provocato.
    Ora che il manifesto non può più essere un giornale-partito, mi sembra che studiare la complessità dei fenomeni, con tutti i dubbi che vi sono connessi, dovrebbe avere la precedenza sullo «schierarsi» con una pretesa di esclusività. Possiamo immaginare tutti molto bene, e applaudire, i sentimenti delle masse in Libia o in Pakistan. Non basta però la voglia di libertà per far finire le dittature e il dominio di classe. Anche i movimenti che hanno deluso avevano l'ambizione di interpretare le forze profonde delle rispettive società.
    Cominciamo col dire o ripetere che la guerra non ha mai salvato un popolo dall'oppressione dei poteri e dei saperi. Quand'anche il diritto alla resistenza fosse garantito a tutti allo stesso modo (e Rossana sa che non è così) la transizione ha bisogno di processi che non hanno nulla a che vedere con la violenza e le interferenze dall'esterno. L'assunto di Tariq Ali che non mi sento di condividere è che la guerra in Libia sia propedeutica alla politica del Neo-Impero per il futuro. In effetti, questioni morali a parte, la guerra più amata dagli italiani si porta dietro così tante indicazioni contrastanti che paradossalmente (eterogenesi dei fini) potrebbe costringere tutti a riconoscere la primazia della politica.



I COMMENTI:
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  • Quella Libica non è la prima “Guerra Umanitaria”. C'è stato Panama, l'Irak, il Kossowo, l' Afghanistan.
    Che cosa fa sperare alla compagna Rossanda che questa volta sia diverso?

    Ricordo che 10 anni fa Giovanni Berlinguer, nel votare a favore dell' intervento italiano in Afghanistan espresse candidamente l' auspicio che non vi fossero vittime.

    Intuisco qualche ragione per cui questo nostro disgraziato paese, nonostante abbia avuto il movimento operaio più forte d' Europa, si ritrovi i salari più bassi, il Welfare più scalcinato e i delinquenti al potere . Volessero i dirgenti di allora , invece che allinearsi al nuovo pensiero dominante, esercitare un po' di memoria e un poco di autocritica. 12-04-2011 17:12 - Antonio Antonelli
  • E’ decisamente condivisibile il suo richiamo alla pacatezza e a una discussione più approfondita.
    E allora mi permetto alcune considerazioni. La prima, che sembra sempre sfuggire ai non interventisti, è che non hanno ancora proposto un’alternativa credibile alla strampalata idea di Sarkozy di bombardare l’esercito di Gheddafi. Ovviamente a parte la strampalatissima idea di inviare i caschi blu: cioè invadere un paese contro la volontà di tutta la popolazione, dividendolo oltretutto in due con in mezzo il petrolio. (Vogliamo immaginare le conseguenze? E poi sarebbe stata meno imperialista?)
    La seconda è invece più generale. Lei dice che non basta la voglia di libertà per far finire le dittature e il dominio di classe. E’ vero, nel senso che purtroppo occorrono anche i morti, come è successo in Tunisia, dove la rivolta è cominciata da un suicidio, e in Egitto e sta accadendo in Siria. Però, appunto, con quei morti, quei feriti, quei prigionieri torturati, e quelle manifestazioni di piazza, qualcosa è cambiato o perlomeno sta cambiando, e in meglio: due feroci dittatori se ne sono andati. Certo moti degli apparati rimangono in piedi, e c’è sempre la possibilità che tutto cambi perché non cambi nulla, ma lasciamo il beneficio del dubbio a quei ragazzi, a quei giovani a quei popoli. Anche se non hanno deciso di sovvertire il dominio di classe. Non hanno fatto una rivoluzione proletaria contro il capitalismo. I giovani Tunisini e Egiziani sono scesi in piazza chiedendo che un regime illiberale e poliziesco, che sosteneva un capitalismo delinquenziale (O.K. più delinquenziale di altri…), un’economia basata sulla corruzione e le clientele e un sistema giudiziario e universitario fondato sulle mazzette, se ne andasse e lo hanno ottenuto. Sono scesi in piazza con l’idea diffusa che liberandosi del dittatore, in un sistema più libero e giusto e meno corrotto, per qualcuno anche più islamico forse, e per altri più occidentale, si potesse vivere meglio e guadagnare di più. Il modello di società a cui aspirano lo devono ancora costruire, ma non sarà certo anticapitalista. Non ci riusciamo noi a proporne uno, perché dovrebbero farlo loro.
    E molti di quei giovani che hanno fatto la rivoluzione in Tunisia, sono a Lampedusa o aspettano di imbarcarsi perché la loro aspirazione è sfuggire alla miseria, allo sfruttamento, anche delle imprese occidentali, e cercare qui, nel bel mondo del capitale, della modernità, una vita migliore come vedano alla tv, o negli amici che tornano d’estate ben vestiti, con la grana e l’automobile.
    Dispiace che non ci siano, almeno non solo, ideali rivoluzionari strategici dietro quei ragazzi ma molto puro becero materialismo, desiderio di possedere la stessa merce, magari firmata, le stesse possibilità dei loro coetanei occidentali. Anche a costo di farsi sfruttare qui.
    Sappiamo bene tutti che ciò non è possibile ma lasciamoli tentare, almeno.
    Per le stesse motivazioni, e con l’orgoglio di non rimanere indietro, sono scesi in piazza i giovani Libici, che non sono figli di nessuno, come sostiene lei, e nemmeno dei soliti noti, ma di internet, facebook, youtube, e Al Jazira, e tutte le altre tv satellitari, RAI e Mediaset comprese, che le piaccia o no. (Ma ho l’impressione che proprio non riusciate a trovarli simpatici. Non quanto vi era simpatico Gheddafi un tempo almeno…)
    Certo è che non è a questi ragazzi però che si deve imputare il fatto che non sono riusciti con pochi morti soltanto a liberarsi di un dittatore, ma c’è una guerra. Sono stati meno bravi dei loro coetanei Tunisini o Egiziani? No, si sono trovati un esercito di fronte. Innanzitutto perché in Libia non c’è un esercito popolare che è più difficile convincere a sparare sui propri fratelli o cugini o amici o compaesani, come in Tunisia o Egitto. E secondo luogo perché qui, a differenza di Egitto e Tunisia, Stati Uniti e occidente avevano meno mezzi (leggi finanziamenti ai militari, primizia della politica) per tenere a freno le armi. Gheddafi ha i soldi del petrolio per pagare i suoi militari, Ben Ali e Mubarak non li avevano.
    Certo, adesso fra questi giovani ci sono anche pessimi elementi, e sono armati, in Libia è scoppiata una guerra, e si deve sperare che finisca il più presto possibile.
    Lei dice che non ci si dovrebbe schierare. Forse ha ragione, apprezzo moltissimo il suo tentativo di riconciliazione, ma io non posso non schierarmi, perché quei ragazzi sono i miei amici, ne conosco a decine, ci ho vissuto e mangiato assieme, e sono contento per loro, orgoglioso di loro.
    E se vogliono un mondo migliore diverso da quello che io considero davvero migliore, non mi importa, perché sono loro che devono decidere la felicità a cui aspirare, o almeno quale infelicità non vogliono più. Mi importa più di loro, dei loro volti, sguardi, desideri, che della sconfitta del capitalismo.
    Alessandro Golinelli 12-04-2011 16:06 - alessandro golinelli
  • Io sostengo le ragioni della Rossanda, perchè non sono poi così diverse da quelle per le quali è stata combattuta la II guerra mondiale.
    La democrazia ci è stata imposta !

    Se Calchi Novati non le ricorda, vuol dire che la Storia dovrà ripetersi (almeno per lui).
    Anche in quella occasione è stata fatta una guerra per liberare l'Europa da chi non sapeva cosa fosse il rispetto dell'uomo, e ciò di cui oggi godiamo è frutto di quello sforzo.
    Sforzo al quale hanno partecipato, combattendo e morendo, anche i comunisti.
    Formulare una'accusa contro le "guerre coloniali" dell'occidente, quando la Cina esporta in Africa quello che tutti sanno, è puro tafazzismo.
    (E per chi non lo ricorda , consiste nel darsi bottigliate d'acqua sui genitali maschili) 12-04-2011 15:45 - alvise
  • Ha ragione l'autore dell'articolo. Ci sono negli interventi due posizioni ben distinte. Però aggiungo che queste posizioni sono totalmente incompatibikli. Io che sono andato a vendere porta a porta i primi numeri del Manifesto ricordo bene i motivi perchè uscimmo tutti dal PCI. Per questo la posizione della Rossanda mi sembra coerente con chi all'epoca difendeva una rivolta di giovani contro l'apparato. Francamente con chi mette le virgolette a dittatore sanguinario e a ribelli non mi sento di avere niente in comune. Mi sembra gente che ha rinunciato a capire la società odierna spremendola in vecchi e superati schemi. Fortunatamente sono destinati all'inesorabile estinzione perchè se fossero al potere mi farebbero molta paura. 12-04-2011 15:27 - mario burgassi
  • Grazie per averci scritto almeno una lettera. Grazie per non averci lasciato soli... o almeno un po meno soli. Scrivici ancora quando puoi.
    marco pinzani
    un lettore affezionato al manifesto ma soprattutto alle persone che ci scrivono 12-04-2011 15:11 - marco
  • Non credo che ci siano differenze notevoli tra gli squadroni della morte addestrati da Negroponte ed usati prima in America latina ed oggi ancora in Irak ed Afghanistan per tenere a subbuglio i due paesi con periodici massacri di gruppi sunniti o sciiti e i "combattenti" di Bengasi.
    Ieri hanno rifiutato l'offerta dl grande geniale pacifico Gheddafi alla pace. E' chiaro che la Francia Obama e Cameron vogliono la morte di Gheddafi e non solo la sua resa. Uccidendo Gheddafi uccidono la Libia moderna fondata da Gheddafi nel 1969 dopo decenni di colonialismo.
    Essendo Rossana Rossanda persona colta e di grande intelligenza penso che le sue affermazioni siano in malafede e provocatorie. Quando afferma che non si tratta di un episodio di colonialismo, quando non si preoccupa per la pace nel Mediterraneo, quando mostra interesse soltanto alle "libertà" che sarebbero state conculcate da Gheddafi ed a niente altro. 12-04-2011 14:37 - pietro ancona
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