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Alberto Asor Rosa
Non c'è più tempo
Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese. La domanda è: a che punto è la dissoluzione del sistema democratico in Italia? La risposta è decisiva anche per lo svolgimento successivo del discorso. Riformulo più circostanziatamente la domanda: quel che sta accadendo è frutto di una lotta politica «normale», nel rispetto sostanziale delle regole, anche se con qualche effetto perverso, e tale dunque da poter dare luogo, nel momento a ciò delegato, ad un mutamento della maggioranza parlamentare e dunque del governo?
Oppure si tratta di una crisi strutturale del sistema, uno snaturamento radicale delle regole in nome della cosiddetta «sovranità popolare», la fine della separazione dei poteri, la mortificazione di ogni forma di «pubblico» (scuola, giustizia, forze armate, forze dell'ordine, apparati dello stato, ecc.), e in ultima analisi la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire?
Io propendo per la seconda ipotesi (sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, - ma con seri argomenti - del contrario). Trovo perciò sempre più insensato, e per molti versi disdicevole, che ci si indigni e ci si adiri per i semplici «vaff...» lanciati da un Ministro al Presidente della Camera, quando è evidente che si tratta soltanto delle ovvie e necessarie increspature superficiali, al massimo i segnali premonitori, del mare d'immondizia sottostante, che, invece d'essere aggredito ed eliminato, continua come a Napoli a dilagare.
Se le cose invece stanno come dico io, ne scaturisce di conseguenza una seconda domanda: quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, - o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.
Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?
C'è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (la collusione di Vittorio Emanuele, la stanchezza premortuaria di Hinderburg).
Le democrazie, se collassano, non collassano sempre per le stesse ragioni e con i medesimi modi. Il tempo, poi, ne inventa sempre di nuove, e l'Italia, come si sa e come si torna oggi a vedere, è fervida incubatrice di tali mortifere esperienze. Oggi in Italia accade di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere (si pensi a cosa ha significato non affrontare il «conflitto di interessi» quando si poteva!) e può contare oggi su di una maggioranza parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l'area della corruzione, al centro come in periferia: l'anormalità della situazione è tale che rebus sic stantibus, i margini del consenso alla lobby affaristico-delinquenziale all'interno delle istituzioni parlamentari, invece di diminuire, come sarebbe lecito aspettarsi, aumentano.
E' stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare, e si è visto che è fallita (aumentando anche con questa esperienza vertiginosamente i rischi del degrado).
La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.
Se le cose stanno così, la domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la democrazia si annulla da sè invece che per una brutale spinta esterna? Di sicuro l'alternativa che si presenta è: o si lascia che le cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle regole democratiche (per es., l'esistenza di una maggioranza parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del «pubblico» in tutte le sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente, dell'alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente allo scopo di aprirne subito dopo un'altra tutta diversa.
Io non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?
Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.
Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.
Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose, ci se ne può dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva certezza (insomma: l'Italia del '24, la Germania del febbraio '33), non ci resti che dolercene.
- 30/04/2011 [11 commenti]
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personalmente sono pessimista e credo che purtroppo dovro' morire in un paese non libero. A meno di voler emigrare... 13-04-2011 16:26 - Atticus
Sì.
Il che può avere senso SOLO SE si legga la conclusione dell'articolo di Asor come "paradossale iperbole". Sorta di schiaffone in faccia a chi abbia orecchie per intendere (e abbia ancora una faccia da mostrare) affinché si svegli.
L'altra possibilità, e cioè che Asor stia DAVVERO caldeggiando un'ipotesi di "colpo di stato" seguito da "governo di emergenza", è talmente implausibile da non potersi nemmeno considerare uno scherzo.
Perché se l'alternativa è questa, allora tanto vale davvero che - per parafrasare Paul Newman nello "Spaccone" - ci mettiamo tutti quanti per terra, aspettando a scelta di morire o che "passi 'a nuttata": quella delle due cose che arriva prima.
D'altronde, in Belgio da parecchi mesi il governo manca, e - se non ho capito male - il paese è retto da una specie di "direttorato amministrativo" che si limita ad occuparsi della gestione ordinaria della pubblica amministrazione. E a quanto pare le cose vanno BENISSIMO.
Dunque, l'obiezione che si può muovere fin d'ora al "piano Asor" è evidentemente la seguente: e chi ci garantisce che, una volta spodestato il "Sultano" e "ristabilito l'ordine democratico", le cose come per incanto ricomincerebbero a funzionare? Qui c'è da ricostruire un "gap" di quasi vent'anni.
Dove sta, per esempio, nella sinistra che in questo momento non è rappresentata in parlamento e nella quale - presumo - tutti (più o meno) ci riconosciamo, un qualche abbozzo di "classe dirigente" che abbia lo stomaco, il coraggio, LE PALLE (se mi si passa la volgarità), ma soprattutto LE COMPETENZE per potersi far carico di tornare a governare in luogo degli attuali impostori? Dove sono - per dire - gli economisti di sinistra che dovrebbero prendere il posto di Tremonti alle finanze, o i giuristi di sinistra che dovrebbero sostituire Alfano alla giustizia, non semplicemente limitandosi a scaldare la sedia ma GOVERNANDO, e ATTUANDO QUELLE NECESSARIE RIFORME senza le quali questo paese è finito (perché quando il Sultano crepa, il sistema che ha messo in piedi farà la stessa fine di quello di Ben Ali in Tunisia: anzi, peggio)? Mi spiace, ma io non li vedo.
Purtroppo, e qui tocca diventare cattivi, QUESTA sinistra, di cui questo giornale è una parte essenziale, temo che abbia un'enorme corresponsabilità nel disastro. Perché questa situazione, che oggi dà veramente l'impressione di essere sfuggita di mano, poteva essere corretta per tempo, quando il malaffare non era ancora così radicato ed "incistato".
Ma allora la "sinistra SINISTRA" era in tutt'altre faccende affaccendata. Perdere tempo con le istituzioni dello stato, con l'attività di governo, l'attività legislativa, il lavoro nelle commissioni? Non sia mai!! C'erano cose più interessanti da fare: tipo, andarsi ad abbeverare alle nuove fonti della "teoria critica" nella Selva Lacandona, o andare a studiare "teoria della governo" dal nuovo vate Marcos, invece di studiare l'economia politica o la teoria del diritto, o magari - perché no? - la termodinamica; o ancora andare a dare manforte agli zapatisti. E così via, allontanandosi dal "lavoro sporco" della democrazia "di processo" (perché troppo noioso / faticoso / da borghesi), e perdendo tempo ad inseguire utopie tutt'altro che "concrete". Dico "perdendo tempo", non perché io nutra un disprezzo a prescindere per tutto quanto non sia "tecnocratico" e odori di "rivoluzione popolare", ma perché OGGETTIVAMENTE di tutti quei tentativi, ad anni di distanza, non sono rimasti che gli echi, la polvere, l'odore, le memorie nostalgiche.
Nel frattempo, però, il mondo, ad onta di tutte le esecrazioni e gli scongiuri e gli esorcismi della sinistra "altermondialista", è andato avanti per la sua irresistibile e materialistica strada: ed oggi è BEN LONTANO dall'essere POSSIBILMENTE ALTRO, DIVERSO e MIGLIORE. Invece, è un mondo più caotico e rischioso, nel quale molti dei problemi che quindici anni fa erano solo all'orizzonte sono diventati realtà (esempio: le fortissime interrelazioni fra i mercati finanziari globali delle materie prime e delle derrate alimentari, che fanno sì che se dovesse ripetersi una crisi dele genere di quella di due anni fa NEL SETTORE DEI DERIVATI SULLE MATERIE PRIME ne potrebbe seguire qualcosa di ben peggiore della pur gravissima crisi di sistema che è seguita allo scoppio della bolla sui "subprime"). Ma noi, la sinistra, SIAMO BEN LONTANI dall'avere anche solo una parvenza degli strumenti concettuali che servirebbero per poter contribuire a "governare" il sistema, tracciando una nuova rotta che lo porti fuori da quella su cui è inchiodato adesso, diretta verso gli scogli.
E allora, torno a ripetere: chi, dove, come, quando si occuperà di tracciare questa rotta, una volta che "Carabinieri e Polizia" avessero eventualmente restaurato l'ordine?
Oggi, Manifesto, pagina della cultura, un paginone sul successo che starebbe avendo in America e nei paesi anglosassoni la cosiddetta "Italian Theory" (Negri, Virno, Agamben, Esposito, etc.), che avrebbe pian piano preso il posto di rispetto una volta occupato dalla "French Theory" (dimenticandosi, fra le altre cose, che gli americani hanno cominciato a parlare di "French Theory" con una buona dose di sarcasmo, soprattutto da dopo lo "scoppio" della geniale beffa di Sokal ai danni dei post-modernisti di "Social Text": e che quindi il fatto che ora si parli di "Italian Theory" non è di per sé sinonimo di qualità). Una pagina intera per parlare di un'"entità" che, se si deve stare alla Bibbia di Internet (=> Google), in realtà nemmeno esiste. Una pagina che avrebbe più opportunamente potuto essere usata per dare più spazio a Ferrari e ai suoi magnifici articoli sull'energia nucleare, o - che so? - per parlare dello stato dell'arte nella regolamentazione finanziaria internazionale: o per parlare di meteorologia, di scienza del clima, di scelte in materia di energie rinnovabili (giorni fa Rubbia diceva che abbiamo una risorsa geotermica, sotto l'Appennino, di valore incalcolabile, oggi utilizzata per una percentuale IRRISORIA: ne vogliamo parlare?).
Insomma: è chiaro, il punto? Una volta fatta "tabula rasa" d'"er Patata" e dei suoi caudatari, chi ci va a fare lo sporco lavoro del GOVERNARE? Io, lo ripeto, da questa parte vedo e sento fare solo un mucchio di chiacchiere... 13-04-2011 15:31 - Harken
Antonio - Caserta 13-04-2011 15:19 - antonio -+caserta