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Ida Dominijanni
Le sue bambine
Silvio Berlusconi potrà pure scamparla con la prescrizione breve e col processo lungo sui casi Mills e Mediatrade. Potrà perfino riuscire, grazie al genio dei suoi avvocati, alla servitù della sua corte e al potere del suo danaro, a costruire, nel processo Ruby, una verità giudiziaria diversa dalla verità effettiva (si sa che esse raramente coincidono). Ma sa lui stesso che nel caso Ruby c'è scritta la sua fine. Firmata dalle testimoni. Donne. E' il punto cruciale su cui ha sbagliato i suoi calcoli: «le sue bambine» non sono tutte a sua disposizione. Quale che sarà la verità giudiziaria, è firmata da loro la sua fine politica. E con la sua fine politica, la fine di un'epoca, di un'etica e di un'estetica.
Non sono nuovi i fatti che emergono dalle deposizioni, rese spontaneamente, di Ambra Battilana e Chiara Danese, meno di diciannove anni ciascuna oggi, poco più di diciotto al tempo, agosto 2010, della loro prima e unica cena a Arcore: i particolari inediti - e raggelanti - confermano e aggravano un quadro già noto, e al quale il premier conta, quando la mette in burletta ostentando pubblici inviti al bunga-bunga, che ci siamo assuefatti. Nuovo però è lo sguardo, nuova è la voce, nuovo il vissuto e lo sconcerto delle due ragazze. A conferma che in questa storia quello che è decisivo non sono i nomi comuni - escort, prostitute, veline, meteorine - con cui si continuano a guardare le protagoniste e le comparse, ma i nomi propri, le storie singolari e le parole singolari; la singolare posizione di soggetto che ciascuna riesce o non riesce a conquistare, contro la comune condizione di oggetto cui il sultano e i suoi complici le vogliono costringere.
Soggetto non si nasce, si diventa: bisogna che qualcuno o qualcosa ci interpelli, perché riusciamo a dire «io». Può essere il richiamo della legge, può essere lo scandalo della menzogna. Per Chiara e Ambra, è lo scandalo della menzogna di un premier che sulla scena pubblica definisce «cene eleganti» quelle serate fatte di volgarità trash, con seni e sederi che si offrono alla sua bocca, barzellette «tanto sconce da essere irritanti» e statuette falliche da adulare a mo' di totem ma senza tabù. Sentirle definire eleganti, «proprio no», non era sopportabile, dice Chiara. E nemmeno era sopportabile, aggiunge Ambra, vedere il proprio nome associato, su Google, al bunga-bunga, oppure, sui giornali, a un numero, quello delle trentadue (o cinquantacinque che siano diventate nel frattempo) prostitute frequentatrici di Villa San Martino. E' stato di fronte a questa doppia e insopportabile menzogna che hanno detto «io», e deciso di consegnare ai magistrati la loro verità sulle notti di Arcore, assistite da un'avvocata, «che perdipiù è donna».
Non si sentono e non sono prostitute, Ambra e Chiara. Giocavano a diventare Miss Italia, prima e terza alle selezioni del Piemonte, quando il ruffiano di corte Emilio Fede le invita a Arcore, dopo averle «provinate» per fare le meteorine e averle già fatte passare per il primo esame: mani sui fianchi e sguardi sul sedere, così procede il direttore del Tg4 per decidere chi è degna e di no. Le due ragazze potevano e dovevano sottrarsi già a quel punto, e lo sanno: già nella cena con Fede, racconta Ambra, «ero stupefatta e mi vergognavo tantissimo», «non era un atteggiamento normale», «eppure non riteniamo di andare via, perché ci interessa quel tipo di contratto con il direttore che, tutto sommato, si era mantenuto abbastanza nei limiti». Tutto sommato, abbastanza nei limiti: è la contabilità misera e amorale in cui vivacchia il precariato di massa sotto perenne e sistematico ricatto. Tutto sommato, mi serve un contratto; il direttore è un porco, ma se si tiene abbastanza nei limiti glielo strappo e ne esco in piedi. Invece quello era solo l'assaggio; il piatto forte arriva la sera dopo a casa del Presidente. Conosciamo la scena ed è inutile tornare a descrivere la cena e il dopocena, le canzoni e la lap-dance, le paroline dolci e le palpatine ruvide del padrone di casa. Anche se degli inediti particolari raggelanti di cui sopra, corre l'obbligo di segnalare il tasso di feticismo che promana da quell'oggetto che viene fatto passare di mano in mano e di bocca in bocca: «E' una specie di guscio. Dal guscio esce un omino con un pene grosso. Ha le dimensioni di una bottiglietta d'acqua da mezzo litro. Il pene è visibilmente sproporzionato». Il feticcio giusto, per uno che appena può si definisce «un premier con le palle» e che dallo stato maggiore del suo partito, sezione lombarda, riceve in dono un toro Swaroski «con due palle come le tue, Silvio», e un uovo di Pasqua alto due metri con dentro Charlotte Crona in carne e ossa che suona il violino (dalle cronache della cena offerta da Berlusconi a villa Gernetto due sere fa).
Corre l'obbligo, ancora, di segnalare l'insistenza con cui le due ragazze vengono vigorosamente invitate a lasciarsi prendere da un gioco dal quale vogliono scappare. E il cinismo con cui, quando se ne vanno senza averci partecipato, il direttore del Tg4 le avverte che così sfuma il loro contratto e il loro sogno. Questa è la scena che un noto intellettuale di punta berlusconiano, intervistato sul Riformista di ieri, definisce «amicale» e improntata a libere e consapevoli strategie seduttive nelle quali, si sa, sono le donne ad avere in mano il gioco e a sfruttare l'uomo di potere. Per fortuna, nel caso di Chiara e Ambra, ci sono alle spalle due madri che loro definiscono «semplici». Due collabortatrici domestiche, disposte ad accompagnarle nel sogno di diventare miss. Ma capaci di dire, al momento giusto: il gioco è finito, andate a dire la verità.
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Certo, è un vecchietto patetico, il nostro Premier, è uno che soffre malamente la sua impotenza mostrando statuette falliche a giovani ragazze. Ma ancora più vecchi sono i suoi atteggiamenti, il suo gesticolare, le sue idee che tanfano come vestiti usciti da un armadio ammuffito, c'è del marcio dentro e intorno a questo decrepito "capobanda" che muove i fili di un disonore ormai conosciuto in tutto il mondo.
Ho la fortuna di viaggiare in atri continenti, quando dico a qualcuno che sono italiano, la risposta, con un risolino tra le labbra, sempre è: Berlusconi, donnine, inquisito! Questa è la prima impressione della nostra povera Italia.
Per l'opposizione è invece costantemente l'ora di dormire...Si stanno spegnendo le luci, buonanotte Italia. 14-04-2011 16:58 - Alfredo Allegri
Per quanto riguarda i dati più "culturali" del cd berlusconismo secondo me bisogna distinguere il concetto di libertà dei costumi dalla degenerazione dei costumi. Con la vicenda che si è scoperchiata a partire dal caso D'Addario per passare a Noemi e Ruby è evidente che ci troviamo nel secondo caso. Una situazione in cui è chiaro anche il sottofondo politico della questione, le relazioni sessuali hanno anche una connotazione di potere come ci invita a pensare Foucault, dato da una concezione in base alla quale l'Uomo di vertice si asservisce sessualmente le donne costruendo una dimensione di harem. E' ovvio che questa rete di rapporti sociali è una proiezione oltre che concreta anche simbolica in cui il maschile patriarcale si riafferma in una parte di società che reagisce davanti allo sconvoglimento provocato dall'avanzata dell'uguaglianza di genere. 14-04-2011 16:22 - Gabriele
Ma cos'è,una riedizione riveduta e corretta dei " Racconti di Canterbury" ?.... ( non infango Pasolini ) 14-04-2011 15:47 - Nano ghiacciato
Meglio così, si potrà sperare che finito Berlusconi finisca anche l'antiberlusconismo (il berlusconismo non so cosa sia, secondo me l'inutile claque al palazzo di giustizia pro-Berlusconi è pagata dagli antiberlusconiani), del quale mi sono ampiamente rotto le palle. Tuttavia, rotture di palle a parte, nulla cambierà, il capitalismo è vivo e vegeto, e con o senza Berlusconi i lavoratori continueranno ad essere sfruttati. E questa è l'unica cosa che conta. 14-04-2011 15:15 - Alessandro