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Alessandro Portelli
Urgono i contropoteri
Io il sindaco di Terni lo capisco pure: dopo decenni di rivoluzione neoliberista, non si sa dove trovare gli strumenti, i diritti, i contropoteri per opporsi a un padrone arrogante e criminale che, condannato per gli operai che ha ucciso, minaccia di vendicarsi punendo altri operai e una città intera. Mi pare anche plausibile che il sindacato si preoccupi che l'articolazione della pena (per esempio, il sequestro della linea 5 di Torino) possa incidere sulla produttività della fabbrica ternana; e che, senza niente a cui appigliarsi, gli operai abbiano paura e possano pensare di barattare la propria sicurezza e la propria salute con la concessione padronale di un lavoro.
Ma penso anche che sia responsabilità delle istituzioni democratiche, a partire dal sindaco, e di quelle forze progressiste che esistono o credono di esistere, non limitarsi a deprecare e preoccuparsi, ma impegnarsi a mettere in campo tutti gli strumenti immaginabili per impedire che questo avvenga. Se no, dopo avere dato ragione a Marchionne, come si fa a dire di no alla ThyssenKrupp? La paradossale discussione che si è aperta dopo la sentenza di Torino è una specie di cartina di tornasole di tutti i temi aperti dalla contemporaneità. Non solo, come sottolineava Loris Campetti nell'editoriale di martedì sul manifesto, è evidente la relazione fra la filosofia di onnipotenza aziendale rappresentata da Marchionne e il ricatto minacciato dalla ThysennKrupp: se non accettate che io risparmio sui diritti degli operai, prendo i miei giocarelli e me ne vado. Ma c'è molti di più: in questa discussione confluiscono un po' tutti i temi caldi del momento che stiamo vivendo, non solo Mirafiori e Pomigliano d'Arco, ma anche la guerra fra Berlusconi e la magistratura, il disastro di Fukushima, persino l'unità d'Italia, e forse temi culturali più di fondo ancora.
Guardiamo la campagna di stampa messa subito in moto dagli imputati condannati: era una sentenza già scritta, è stato un processo mediatico, i giudici si sono fatti trascinare dalle emozioni... Ormai è diventato quasi automatico, in Italia, se uno è condannato prendersela coi giudici - un po' come, in quella cultura calcistica trapiantata da Berlusconi in politica, prendersela con l'arbitro se la partita va storta. Chiaro che le sentenze della magistratura si possono discutere, ma nell'autocrazia diffusa del neoliberismo è diventato un riflesso automatico quello di delegittimare chi pretende di farti rispettare le regole, e le regole stesse.
La delegittimazione non passa solo attraverso l'accusa ai giudici (e ai professori,e all'arbitro di Cesena-Milan) di essere «comunisti» o qualcosa del genere; usa anche strumenti pi9ù sottili. Uno di questi, anch'esso segnalato da Loris Campetti, è accusare i giudici di «emotività». Guarda caso, questa è esattamente la stessa solfa che abbiamo sentito nella discussione sul nucleare subito dopo Fukushima: in quel caso, come adesso, prima provocano le stragi e poi accusano di emotività chi cerca di impedirgli di farlo ancora.
L'emozione è per definizione un tratto subalterno, un segno di inferiorità, attribuito al popolo, ai bambini, alle donne, agli animali... Assegnarla come tratto dominante ai magistrati significa dunque assimilarli a soggetti diminuiti, e quindi negargli autorevolezza e rispetto. Ma non c'è bisogno di disturbare teorie contemporanee della ragione e delle emozioni (per tutte: Antonio Damasio, L'errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano) per sapere che non è così, che emozione e ragione non sono separabili, che una ragione senza emozioni non ha nulla di razionale: nel caso in discussione, come ragioniamo sul significato dell'uccisione una o sette persone, e del modo di quell'uccisione, senza tener conto del dolore che provoca in chi rimane - cioè in tutti, non solo nei familiari? O è solo questione di reddito cessante risarcibile a misura attuariale? Una signora mia amica in Kentucky, dopo un disastro ambientale, rispondeva al'avvocato aziendale che la accusava di «emotività»: aspetti di vedersi morire intorno tutti quelli che le sono cari e poi vedremo se non diventa emotivo anche lei.
In questo senso, trovo divertente che il comunicato della Fiom di Terni accusi invece proprio la ThyssenKrupp di «procedere in modo emotivo penalizzando quanto di positivo è stato costruito sia sul piano industriale che sul piano sindacale». Come dire, siete incavolati per la sentenza e ve la prendete con noi senza ragionare sul senso e le conseguenze di quello che succede. Forse il potere oggi si gioca anche sul controllo di dove, come e perché è lecito emozionarsi: nessuno ci ha detto di non farci prendere dall'emotività dopo l'11 settembre. E quanta emotività d'accatto ci hanno riversato addosso sul caso Englaro? Anzi: noi audience televisiva, spettatori passivi, noi cittadini governabili, siamo continuamente chiamati a condividere, provare, trasmettere «emozioni» - nella forma più banale, consumistica, transitoria - tanto poi quando si passa alle decisioni che contano, tutto torna nelle mani dei depositari della «ragione». Perciò va detto forte: dopo Chernobyl, Fukushima, la ThyssenKrupp, e magari dopo i tanti bombardamenti umanitari di questi decenni, l'unica cosa razionale che si può fare è provare dolore e rabbia, e ragionarci sopra.
A proposito di emozioni: abbiamo appena passato un'ondata emotiva sull'unità d'Italia. Giustamente ribadita nei confronti di separatismi e localismi; ma non approfondita abbastanza da non andare in frantumi appena messa alla prova. A Torino, Chiamparino e Fassino elogiano la sentenza; a Terni, il sindaco commenta, «Se fossi sindaco di Torino forse avrei detto lo stesso. Ma sono sindaco di Terni». Io avevo sempre avuto l'impressione che Terni e Torino facessero parte dello stesso paese, e che la forza politica che magari non rappresenta più gli operai ma vuole comunque i loro voti, e cui appartengono entrambi i sindaci, fosse la stessa in entrambi i luoghi, e avesse il compito di fornire una sintesi e una strategia che li tenesse insieme. E invece qui viene alla luce un elemento problematico che era già emerso dopo la tragedia alla ThyssenKrupp: la reazione spaventata di almeno una parte dei lavoratori ternani che pensavano di proteggere un proprio senso di sicurezza (più psicologico che reale: di morti, alla ThyssenKrupp di Terni, ce ne sono stati ancora, anche dopo) prendendo le distanze da Torino. Giustamente, la Fiom ternana scrive che i sindacati umbri «respingono il tentativo strumentale di contrapporre interessi diversi tra i lavoratori di Terni e di Torino, ricordiamo che sicurezza lavoro e dignità sono argomenti che unificano e non dividono».
Martedì mattina, ho tirato in ballo la ThyssenKrupp in un dibattito in cui si doveva parlare d'altro, e un sindacalista della Uil (della Uil, non un irresponsabile estremista della Fiom) ha detto una cosa semplice: la sicurezza non può essere materia contrattuale, non può essere materia contrattabile. Ma come si fa a fare di questa affermazione di principio una pratica reale, se appena qualcuno lo afferma e ne trae le conseguenze ci affrettiamo a prendere le distanze? Ripeto, non me la sentirei di criticare gli operai che lo fanno: sono soli, il lavoro non è più un diritto costituzionale ma una merce sempre più rara (senza nessun bisogno di sentenze «emotive» della magistratura, nel ternano stanno chiudendo a raffica le aziende del settore tessile e del chimico, «stanno smantellando tutto» dice Lucia Rossi, segretaria della Camera del Lavoro), e quindi una merce che si compra per vivere anche a rischio della propria morte. Ma a loro fianco non ci dovrebbe essere una politica, uno stato, un quadro di istituzioni e di forze politiche capace di dire all'arroganza padronale che il loro ricatto non può passare? E se non c'è, perché?
- Te la faccio breve : secondo me i problemi ecologici lo stallo economico e le instabilita' sociali si comincerebbero a curare bene frenando la immigrazione e dimezzando la settimana lavorativa portandola a 20 ore. Ma oggi a sostenere questo ti guardano come se fossi omosessuale se non pedofilo; siamo tutti sotto lavaggio del cervello neoliberista ;-) 22-04-2011 10:36 - bozo4
- Murmillus io non ho una definizione seria di borghesia; so solo che forse il 70% di noi vuole guadagnare di piu' sfruttando il lavoro di qualcun altro (giocare in Borsa, "creazione di posti di lavoro" e simili eufemismi ...) e forse non lo sa ; intanto pero' rischia di votare per il Venditore di Fumo Tossico ... io pensavo che fosse il 10% non il 70, e con questo ho sperato per anni che il popolo avrebbe mandato a casa i Chicago Boys. Ora non so piu' cosa si possa realisticamente sperare ... 22-04-2011 10:30 - bozo4
- E’ chiaro che i giudici sono succubi della loro emotività, potrebbe essere forse perfino accaduto che qualche giudice abbia mandato al patibolo piangendo qualcuno che hanno condannato a morte e sono succubi della loro emotività anche quando si imbattono per caso e per strada in un gorilla fuggito dal circo che ha installato il suo tendone lì vicino, ma questi giudici non sono in alcun modo gli stessi giudici che giudicano berlusconi ….. Certo l’emotività gioca un ruolo fondamentale, si piange quando si trova un lavoro, si piange quando si perde il lavoro, quando ci si sposa, quando ci si separa, quando si ride a crepapelle, quando muore qualcuno, dimmi quando, quando, quando …… piangiamoci sopra ……… 21-04-2011 21:29 - Pagliaccio ridente
- PERCHE I SINDACATI NON PARLANO DELLA DIRETTIVA BOLKENSTEIN E DEL TRATTATO DI LISBONA CENTRA CENTRA 21-04-2011 19:14 - MURIEL
- Bozo4, quella che dici tu non e' la borghesia che detiene i mezzi di produzione, a cui mi riferivo, piuttosto la piccola borghesia e aspirante tale, come da copione televisivo. Una vita comprata a rate si cantava una volta. Una vita verso la bancarotta si potrebbe dire oggi. Vedi l'altissimo tasso di bancarotte personali, istituto che noi non abbiamo, che si verifica in USA. 21-04-2011 18:15 - Murmillus
- Mah io ho paura che oggi in Italia la borghesia grande o piccola si estende forse al 70% della popolazione ... e vuole un tenore di vita a cui potrebbe aspirare se fosse l' 1% !! ;-) 21-04-2011 16:49 - bozo4
- Nella societa' borghese, quella in cui viviamo, la borghesia domina e cerca in continuazione di aumentare il suo potere a scapito naturalmente delle classi subalterne. Queste hanno come unica difesa la sindacalizzazione e la organizzazione in partito alternativo in vista di una societa' piu' giusta. Queste e altre recenti vicente dovrebbero richiarire questo punto elementare e portare ad una rivalutazione, magari critica, del marxismo. Invece la demonizzazione fatta degli ideali di giustizia e uguaglianza propri dell'ideale comunista, a favore di miraggi usa e getta lo sta impedendo. In questo le responsabilita' degli ex comunisti scivolati nella consueta deriva socialdemocratica lo sta impedendo. 21-04-2011 16:21 - Murmillus
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