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Marco D'Eramo
Obama, l'audacia più cauta
Barack Obama ha ieri esposto alcune delle più coraggiose affermazioni mai pronunciate da un presidente degli Stati uniti. Nei 50 minuti e passa del suo atteso discorso sul Medio oriente, ha osato l'indicibile, contro cui avevano scommesso molti esperti: ha detto che i confini del 1967 devono essere la base di ogni futuro accordo tra Israele e palestinesi. Ha bacchettato il re del Bahrein, Hamad bin Isa Al Khalifa. Ha posto il leader siriano Bachir el Assad di fronte all'alternativa: «o guida le riforme o se ne va». Ha detto che la politica Usa deve liberarsi dalla gretta difesa dei propri interessi immediati, altrimenti si avrà una divaricazione crescente tra mondo arabo e America. Ha lanciato un «piano Marshall» per i paesi che imboccano le riforme. E la lista è ancora lunga.
Il problema, come ormai accade spesso con Obama, è che tutte queste tesi coraggiose sono state dette con cauta timidezza, bilanciate da silenzi, clausole e contrappesi, tanto da essere smussate, e infine neutralizzate. Così la difesa della democrazia è compensata dal fragoroso silenzio sull'Arabia saudita e sulla sua anacronistica monarchia. L'alternativa posta al siriano Assad non è accompagnata da nessuno strumento per farla rispettare. Il ritorno ai confini del 1967 è invocato senza accennare alle centinaia di nuovi insediamenti che, proprio in contemporanea col discorso di ieri, venivano lanciati in Cisgiordania. E l'esigenza forte e convinta di due stati sovrani è azzoppata dalla pretesa che solo uno dei due (l'israeliano) possa difendersi con un esercito, mentre l'altro (palestinese) dovrebbe essere smilitarizzato.
E comunque annunciando che a settembre gli Usa non appoggeranno all'Onu uno stato palestinese indipendente. Tanto che i commentatori israeliani hanno potuto - in modo certo interessato - sostenere che in questo discorso non c'è niente di nuovo, mentre in Egitto sottolineano come Obama non ha fatto cenno ad alcuno strumento per incentivare le parti alla trattativa o, in caso contrario, a nessun deterrente per sanzionare la reticenza al negoziato. Persino il paragone tra le primavere arabe e il crollo dei paesi dell'est nel 1989 è stato sussurrato en passant, quasi vergognandosene. Ma anche la retorica conta: in un'altra stagione, con altri intenti e per altre aree geografiche Obama lo avrebbe martellato questo paragone per delineare un nuovo quadro nella regione. È perfettamente legittimo anche l'accenno all'Iran («il primo movimento democratico è nato ed è stato represso nelle piazze di Teheran»), ma ha lasciato sullo sfondo, quasi dietro le quinte, la questione iraniana che invece incombe come una cappa su ogni scenario: è curioso il silenzio sul progrmma nucleare iraniano mai citato esplicitamente. Né basta invocare il diritto della maggioranza sciita a vivere pacificamente nel Bahrein governato dai sunniti.
Sul Medio Oriente in generale non è possibile non essere d'accordo con la quasi totalità delle affermazioni di Obama. Ma l'ovvietà delle sue tesi pone un'ulteriore domanda. Chi infatti non preferisce la libertà alla schiavitù? E chi vorrebbe vivere sotto una tirannia invece che in una democrazia? E che forse la pace non è meglio della guerra? E la tolleranza meglio del fanatismo? E la storia di Mohamed Bouazizi, il giovane venditore ambulante tunisino che si lascia bruciare, non è forse un exemplum virtutis civilis da manuale? A sentire Obama descrivere quel che è successo in Egitto, Yemen, Tunisia, Libia, Bahrein e Siria, sembrava di ascoltare un attento lettore medio del New York Times: un benpensante ben informato. Ma tale non era Obama, bensì l'ascoltatore che lui aveva in mente.
Questa sensazione fornisce perciò una seconda chiave di lettura, forse più pertinente, di questo discorso: il presidente si è rivolto sì ai suoi pubblici mediorientali (arabo e israeliano), ma la sua audience primaria era l'opinione pubblica americana.
Come va di moda dire oggi, Obama aveva bisogno di riorientare la sua «narrazione» mediorientale. Il presidente che due anni fa (giugno 2009) parlava al Cairo era il candidato dei progressisti e dei liberal Usa, il futuro premio Nobel della pace, presidente eletto dal mondo ancor più che dagli statunitensi. Invece l'Obama che ha parlato ieri si rivolge sempre agli arabi con la promessa di voltare pagina alla politica Usa, ma non è più quello che i generali Usa chiamavano in privato «la femminuccia», bensi è il presidente che ha ordinato l'uccisione di Osama bin Laden e che vi ha assistito con un parterre di ospiti selezionati. È quindi un uomo che non deve più ricevere lezioni di patriottismo da nessuno, tanto meno dalla comunità ebraica americana che due anni fa era scatenata contro di lui: non dimentichiamo che furono i più oltranzisti fra gli ebrei Usa a lanciare la favola - su cui è cresciuto il movimento del Tea Party - dell'Obama segretamente musulmano ex frequentatore di madrassas.
La carta bin Laden ha permesso a Obama di riposizionare la propria politica mediorientale. Di «vendere» agli elettori Usa la sua iniziativa di pace non come una velleità pacifista sinistrorsa di uno snob liberal laureato ad Harvard - quale poteva apparire due anni fa - , bensì come gestione più lungimirante degli interessi a lungo termine di una potenza imperiale. Ma anche qui lasciando la porta aperta alla difesa del portafoglio: «A volte i nostri interessi a breve non collimeranno con la nostra visione a lungo termine per la regione, ma noi possiamo e vogliamo lo stesso difendere i nostri principi».
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http://managua.tomalacalle.net/
è un sito complottista? non mi sembra... 24-05-2011 12:14 - mul
Chi invece non ci arriva, e perde tempo a fare le pulci ad Obama (ad esempio perché - ah, la meschina carogna! - non ha trasformato gli Stati Uniti in una repubblica popolare socialista nel giro di tre mesi), beh: se ne resti pure sepolto nel ventesimo secolo, o magari addirittura nel diciannovesimo, a dedicarsi all'esegesi filologica di uno dei tanti testi sacri della critica "Critica", a scelta: oppure a scovare complotti che esistono solo nella sua testa ;)
"ma quello che scrive carlos sull america latina non lo legge mai nessuno ?"
E perché mai, scusa, uno dovrebbe perdere tempo a leggersi le tirate paranoiche e urlate di un tizio, che millanta competenze "sul campo", ma fino a prova contraria potrebbe benissimo essere il mio portinaio? ;)
La paranoia dei teorici del complotto, oltre ad essere profondamente noiosa, non aumenta neppure per sbaglio la quantità d'informazione disponibile a proposito di quel che accade nel mondo: dunque, per quanto mi riguarda, è come se non esistesse. È solo rumore... 23-05-2011 15:34 - Harken
Ma l' uccisione di Bin Laden è un passo verso quell'obiettivo.
La guerra in Libia l'ha provocata Gheddafi e non credo durerà ancora a lungo.
Quanto alle bombe e ai morti civili: mi pare che la maggior parte delle vittime civili in Afghanistan siano da attribuire ai talebani. E questo anche senza mettere nel conto gli anni di guerra e di stragi fra la ritirata dei sovietici e l' intervento americano.
Questo naturalmente non assolve gli USA (e i loro alleati).
Ma -proprio come nel caso di Gheddafi- perchè si punta l'indice contro gli USA e si dimentica sistematicamente di ricordare quale genere di nemico stanno combattendo? 20-05-2011 23:35 - Galaverna
Tuttavia a me sembra che il suo tentativo sia quello di chiudere con l'eredità delle guerre e riaprire al dialogo politico.
Certo: riproponendo un modello sociale ed economico preciso che, in una parola, può essere definito "democrazia".
Questa proposta è un passo avanti o un passo indietro rispetto alla realtà dei paesi arabi?
E c'è qualcuno che a quei popoli offre, ora e in modo credibile, qualcosa di meglio?
Per dirne solo una (e giuro: tremo all'idea che qualcuno mi risponda) è meglio la proposta di Obama o sono meglio altri 50 anni di Intifade?
Stasera mi piace rischiare, perciò vi rivolgo un'altra domanda da brivido: i tentativi di dialogo di Obama vi fanno mica venire la nostalgia delle bombe di Bush?
Certo, con i Bush tutto era più facile... 20-05-2011 19:34 - Galaverna