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COMMENTO
09/06/2011
  •   |   Immanuel Wallerstein
    Le spine di Barack Obama

    Il presidente degli Stati Uniti è considerato l'individuo più potente del mondo contemporaneo. Barack Obama sta dolorosamente scoprendo di avere ancora un immenso potere di far male e praticamente nessun potere di fare bene. Credo che Obama se ne renda conto ma non sappia come porvi rimedio. Il fatto è che temo non ci sia niente da fare.
    Pensiamo per esempio alla sua più grossa preoccupazione attuale: la seconda rivolta araba. Non l'ha cominciata lui, anzi all'inizio l'ha colto di sorpresa come tutti gli altri. La sua reazione immediata è stata ritenere, correttamente, che presentasse grossi rischi per una regione del mondo già fortemente instabile dal punto di vista geopolitico. Gli Usa hanno cercato in tutti i modi possibili di arginare i danni e mantenere la loro posizione, nonché di restaurare "l'ordine". Non si può dire che i loro sforzi siano stati coronati dal successo. Giorno dopo giorno la situazione si è fatta più caotica ed è sfuggita sempre più al loro controllo.
    Barack Obama è, per convinzione e personalità, la quintessenza del centrista. Cerca il dialogo e il compromesso tra gli "estremi". Agisce dopo aver attentamente riflettuto e prende le sue decisioni con prudenza. È a favore del cambiamento lento e ordinato, un cambiamento che non minacci l'essenza del sistema di cui non solo fa parte ma è per decreto la figura centrale e il giocatore di punta. Oggi è vincolato da ogni parte a quel ruolo. E tuttavia cerca di continuare a svolgerlo. Ovviamente si chiede: che cos'altro dovrei fare? Quello che ne consegue è che altri giocatori (compresi quelli che un tempo erano stati suoi alleati subordinati ) lo sfidano apertamente e impudentemente e se la cavano - diminuendone vieppiù il potere.
    Netanyahu parla al Congresso degli Stati Uniti, che applaude con entusiasmo travolgente il suo discorso insensato, pericoloso e opportunista come si trattasse della reincarnazione di George Washington. Uno schiaffo in faccia per Obama, che tuttavia parlando all'Aipac aveva già ritirato de facto il suo timido tentativo di proporre i confini Israele/Palestina del 1967 come possibile base di una soluzione.
    Il governo saudita ha chiarito che farà tutto quanto è in suo potere per difendere i regimi del mondo arabo ed è irritato con Obama per l'accenno occasionale al discorso dei "diritti umani". Il governo pakistano gli ha detto in tutta franchezza che se volesse cercare di fare il duro con loro possono sempre trovare un alleato sicuro nella Cina. I governi russo, cinese e sudafricano hanno dichiarato che se gli Usa dovessero richiedere un'azione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro la Siria non avrebbero il loro sostegno e probabilmente non otterrebbero nemmeno la maggioranza dei voti - echi della sconfitta di Bush nel 2003 con la seconda risoluzione sull'Iraq. In Afghanistan, Karzai fa appello alla Nato perché fermi gli attacchi dei droni. E il Pentagono è sottoposto a pressioni per lasciare l'Afghanistan, perché l'operazione è troppo costosa.
    Per non cadere nell'illusione che la debolezza degli Stati Uniti sia una questione esclusivamente mediorientale basta dare un'occhiata all'Honduras. Gli Usa avevano praticamente sottoscritto il golpe contro l'ex presidente Zelaya. A causa del golpe, l'Honduras è stato sospeso dall'Oas. Allora gli Stati Uniti si sono dati da fare per far rientrare l'Honduras nell'Oas a pieno titolo con la scusa che era stato formalmente eletto un nuovo presidente. L'America Latina ha resistito a quelle pressioni perché a Zelaya non era stato permesso il rientro malgrado tutti i pretestuosi processi pendenti contro di lui fossero stati cancellati. E dopo? La Colombia (in teoria il miglior amico degli States in America Latina) e il Venezuela (in teoria la nemesi degli Stati Uniti in America Latina) si sono alleati e accordati col governo honduregno al potere per far tornare Zelaya alle sue condizioni. Il Segretario di Stato, Clinton, ha accolto con un sorriso malinconico quella ripulsa de facto della diplomazia statunitense.
    Infine, Obama è nei pasticci col Congresso per la guerra in Libia. Secondo il War Powers Act, Obama poteva impegnare le truppe in Libia solo per 60 giorni senza un'esplicita ulteriore approvazione del Congresso. Ormai i 60 giorni sono passati e non c'è stata alcuna iniziativa da parte del Congresso. Continuare la guerra in Libia è chiaramente illegale ma Obama non è in grado di ottenere quell'approvazione. E tuttavia ribadisce l'impegno in Libia. E il coinvolgimento statunitense potrebbe perfino aumentare. Dunque può nuocere, ma non può fare il bene.
    Nel frattempo, Obama si concentra sulla rielezione. Ha buone probabilità di successo. I repubblicani si stanno spostando sempre più a destra e politicamente stanno davvero esagerando. Ma una volta rieletto il presidente Usa avrà ancora meno potere di oggi. Il mondo va avanti rapidamente. E in uno scenario così pieno di incertezze e di attori imprevedibili la più pericolosa mina vagante sono proprio gli Stati Uniti.
    (traduzione di Maria Baiocchi- Copyright by Immanuel Wallerstein, distributed by Agence Global)


I COMMENTI:
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  • E' vero, dicono che l'America non ne azzecchi una, qualunque cosa faccia.
    Coloro che la criticano però, al momento del bisogno, corrono con le braghe in mano proprio dagli Americani, per essere salvati.
    Per questo, molta intellighenzia di estrema sinistra dovrebbe farsi un bell'esame di coscienza. 09-06-2011 12:37 - Prialo
  • Ma la rivolta in Libia non la avevano accesa i servizi segreti occidentali? 09-06-2011 10:14 - bozo4
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