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Ugo Mattei
Un voto costituente
Si vota! Sembra incredibile ma siamo riusciti a far esprimere il popolo sovrano su questioni fondamentali per il nostro futuro, senza la mediazione dei partiti e delle burocrazie politiche. Siamo riusciti ad aprire un dibattito serio nel paese e a proporre politicamente strumenti di azione ed un linguaggio nuovo, quello dei beni comuni, che esce dalle stanze degli addetti ai lavori.
Non è un traguardo da poco, né era scontato che saremmo riusciti a raggiungerlo. Un voto popolare per invertire la rotta rispetto ad un modello di sviluppo fondato sull'ideologia della privatizzazione e su un rapporto fra l'interesse pubblico e quello privato sempre più spostato a favore di quest'ultimo, non poteva che dar fastidio a molti. E i suoi esiti possono essere politicamente dirompenti, forse perfino costituenti di una fase nuova finalmente capace di superare in Italia il blocco del pensiero unico che paralizza ogni possibilità di uscita dalla crisi. Comunque, siamo riusciti a fermare il folle banchetto nucleare che pareva già imbandito quando, poco più di un anno fa, si siglavano gli accordi italo-francesi fra Edison ed Edf. Questo pactum sceleris poteva esser presentato, senza pudore, come un passo verso la modernizzazione sulle pagine dei giornali.
Adesso la Confindustria, che già aveva l'acquolina in bocca per i ricchi trasferimenti dal settore pubblico a quello privato, si agita vieppiù nervosamente perché rischia di veder sfumare anche il business dell'acqua, dei trasporti e della spazzatura. Infatti, se dovessimo vincere il referendum, organizzeremmo la gestione dell'acqua in modo coerente con la sua natura di bene comune: ne affideremmo la gestione ad un settore pubblico ristrutturato e democratico seguendo una logica ecologica e di lungo periodo. Troveremmo gli investimenti per un grande di intervento pubblico sul territorio, per ristrutturare le infrastrutture e prevenirne il degrado. Creeremmo così posti di lavoro garantiti come quelli che, sembra un secolo fa, avevano i cantonieri prima che Anas si trasformasse in un una agenzia di gestione di gare d'appalto.Perché il privato dovrebbe investire sul lungo periodo? Perché le gare dovrebbero essere trasparenti e meritocratiche? Perché non dovrebbero esserci soldi pubblici per una riconversione ecologica del nostro modello di sviluppo mentre ci sono (200 milioni al mese) per massacrare civili in Libia e Afghanistan, in brutale violazione della Costituzione?
Porre queste domande non è stato facile. Il governo ha iniziato inserendo addirittura nel preambolo del decreto Ronchi la grande menzogna per cui la dismissione a favore del privato del servizio idrico e degli altri servizi di interesse economico generale (trasporti e spazzatura) sarebbe stato obbligatoria sul piano europeo e quindi non sottoponibile a referendum. Questo argomento è stato il mantra ripetuto dai nostri oppositori (bipartisan) mentre noi raccoglievamo milioni di firme e iniziavamo un grande processo dal basso di alfabetizzazione idrica, ecologica ed istituzionale che, già da solo, ha reso l'Italia un luogo migliore. Poi la Corte Costituzionale ha accolto per due terzi il nostro impianto referendario, sbugiardando sul punto il governo, mettendo in chiaro i limiti culturali dell'impostazione dell'Avvocatura dello Stato, e riconoscendo l'importanza anche giuridica della nozione di beni comuni (poco dopo la nozione è stata elaborata anche dalle Sezioni Unite della Cassazione).
Da quel momento il governo avrebbe dovuto divenire "amministrazione", rispettando la Costituzione. Lungi dal farlo, il governo ha innanzitutto dilapidato 350 milioni (di quel denaro pubblico impossibile da trovare per riparare gli acquedotti) rifiutando l' "election day". Abbiamo puntualmente presentato ricorso contro questa autentica vergogna, ma né il Tar Lazio né la Corte Costituzionale hanno avuto il coraggio di opporvisi. Dal 4 aprile poi è scattata la par condicio, che ha reso tabù la discussione sui beni comuni mentre, nel frattempo, la maggioranza faceva melina in Commissione di Vigilanza per impedire che si emanassero i decreti necessari per assegnare gli spazi ai promotori.
Quando la terribile tragedia di Fukushima rende impossibile non parlare di questione nucleare, il governo, come un bambino beccato dalla mamma con le mani nella marmellata, mette a segno l'autogol per far saltare i referendum. Con l'approssimazione giuridica che contraddistingue una maggioranza che a furia di disprezzare la legge non sa più utilizzarla, il decreto omnibus, cerca di cancellare il voto sul nucleare.
Se per qualche settimana la confusione prodotta nell'opinione pubblica è stata totale, il tentativo di scippo goffo e maldestro dell' ultimo minuto ha scatenato nel corpo elettorale gli anticorpi dell' indignazione. La nostra energia si è moltiplicata, nuovi appoggi, fino a quel momento impensati, sono arrivati alla nostra compagine. Mentre il legame culturale fra il nucleare e l'acqua, declinato nella riflessione sui beni comuni faceva crescere lo spessore politico delle nostre analisi ed il significato del referendum, il mondo cattolico, mobilitato da quel grande campione di visione politica di lungo periodo che è Alex Zanotelli scendeva apertamente in campo.
In questo scenario sociale i referendum, con la rete di diverse decine di migliaia di attivisti per gran parte estranei ai partiti, paiono proprio il corrispondente italiano delle primavere arabe e degli indignados spagnoli. Fra poche ore sapremo se il nostro disegno di conferire forza politica costituente a un grande ripensamento dei rapporti fra pubblico e privato attraverso lo strumento dei quesiti referendari abrogativi sui beni comuni, sarà condiviso dalla maggioranza del popolo italiano. In caso affermativo, l'avidità per l'oro blu avrà sciacquato via, almeno in Italia, la fine della storia ed il pensiero unico.
- 30/06/2011 [25 commenti]
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di gianni - 06.08.2013 06:08












Infatti, le opinioni presentate in questo pezzo potrebbero essere in pur minima parte condivisibili, a patto però che l' autore non cerchi d' inventarsi anche delle cose che non stanno né in cielo né in terra e che non esistono neppure MINIMAMENTE nella realtà.
Mi riferisco ad un aspetto particolare della vicenda, ma tutto sommato d' importanza ASSOLUTAMENTE DECISIVA, ovvero i famosi investimenti (o, dovrei forse dire, famigerati? Almeno x moltissimi lettori del Manifesto...).
Ad essere generosi, si potrebbe dire che siano nel puro campo del "wishful thinking": pertanto il signor Mattei la smetta di confondere i propri sogni e/o desiderata x una possibile e reale evoluzione positiva della situazione...
Una semplicissima domanda: lo Stato dove troverebbe questi soldi, visto che siamo alla canna del gas??? Come mai la rete idrica, fino ad ora con questo tipo di proprietà largamente pubblica, è stata fatta marcire impunemente? Quale concreto indizio gli fa remotamente pensare che lo scempio attuale possa finire e che si giunga, prima o poi, ad un cambiamento positivo???
Quanto poi alla fine del degrado della rete, alle famose manutenzioni, addirittura alla creazione di posti di lavoro, etc. grazie alla gestione PUBBLICA (???) del settore idrico: QUI SI STA DAVVERO DELIRANDO! Basta vedere come il settore pubblico sia un' autentica schifezza, qui ed ora in Italia, quanto ad inefficienza, inefficacia, costi esorbitanti, ecc., per capire subito ed immediatamente che qui siamo veramente nel mondo dei sogni!
Si potrebbe più correttamente impostare il discorso / referendum in maniera molto meno altisonante, ma tutto sommato molto più aderente alla realtà...
La domanda corretta ed onesta suonerebbe più o meno così: cari elettori, volete voi lasciare le cose esattamente così come stanno oggi, ovvero: rete disastrosa, servizio abbastanza scarso, nessun investimento e pochissima manutenzione ma, almeno, bollette ferme ed ingessate per i prossimi anni? Tanto, poi, i buchi li paga pantalone...E la rete idrica? Così facendo, accendiamo un enorme cero alla Madonna ed andiamo tutti a pregare, sperando che lo sfascio definitivo arrivi tra 20 o più anni almeno (ovvero, quando saranno …"volatili"…ma per i posteri)...
L' alternativa possibile, invece, è cercare con l' aiuto dei privati di rendere anche questo settore minimamente competitivo ed "industriale". Quando ciò è stato fatto, almeno fino ad ora, onestamente si deve riconoscere che le cose sono andate piuttosto male; pertanto. quale sarebbe la certezza, con questo tipo di scelta? Che le bollette aumenteranno sicuramente molto di più dello "status quo". La speranza? Che grazie agli "investimenti" di cui sopra, le perdite d' acqua si riducano ed il servizio migliori, almeno nel medio lungo termine... 12-06-2011 16:59 - Fabio Vivian
Ragioni valide per recriminare le mancate riforme della Costituzione ce ne sono a iosa, una più urgente dell’altra. Tuttavia, da circa trent’anni, se ne parla come di una filastrocca che i poteri intonano scaricandosela addosso come accusa ai singoli governi che blaterano di riforme ma solo per demagogia populistica o per raffazzonati provvedimenti ad personam. Il Club degli autocrati che tirano i fili del potere “democratico” si danno da fare e ogni occasione sembra loro quella buona per scaricare sull’avversario di turno (non solo politico) le ragioni di un mancato riformismo che riduce la democrazia a un simulacro di libertà e diritti vituperati.
Non manca mai il “Pierino” di turno che strombazza la sua morale democratica e rampogna tutti quelli che osano pensarla diversamente da lui. Un “Pierino” assuefatto al potere che si comporta irreprensibilmente dopo anni di giovinezza scapestrata, da “bravo”, di un regime che al celeberrimo Don Rodrigo non avrebbe avuto alcunché da rimproverare.
Ci s’accorge della necessità delle riforme in tutte quelle occasioni che una Costituzione riformata avrebbe favorito il potere del sovrano (il popolo), conculcato da quelle impossibilità legittime che gli son precluse per cialtroneria dei potenti travestiti da riformatori. È una lotta defatigante ed è la governabilità democratica a subirne le conseguenze.
Siamo giunti, fra diatribe da “Commedia dell’arte”, al 12-13/6/2011, data fatidica che celebrerà lo svolgimento di quattro referendum (abrogativi) che incideranno profondamente sulle scelte che il governo pretenderebbe di assumere in piena legittimità democratica.
Facinorosi e demagoghi dell’opposizione hanno brigato perché al governo fosse impedito di fatto la governabilità del Paese. Si ricorre ai referendum abrogativi proprio per impedire che certe scelte governative producano gli effetti positivi di soluzioni in uso in tutti i Paesi democratici a governabilità garantita. Costituzionalmente è previsto (Art.75) che il referendum non è valido se ad esso non partecipa la maggioranza degli aventi diritto. Pacifico? Legittimo? nient’affatto!
I demagoghi in agguato, e il “Pierino” favoreggiatore, pretendono che al voto si partecipi rigorosamente, essendo quella manifestazione votatoria un dovere civico il cui mancato adempimento lederebbe profondamente la struttura democratica del nostro Paese. La Costituzione legittima il “Quorum”, ma i dissidenti (costituzionalisti usque ad ungues) imprecano e vorrebbero costringere i cittadini a partecipare “doverosamente” al referendum per instaurare il loro dispotismo oligarchico: inaudito.
Tutto ciò prescindendo dal fatto che certe soluzioni affidate alle passioni del popolo, non sempre possono collimare con le necessità tecniche e legislative del Paese, e spesso restano (le soluzioni) prigioniere di artifici legislativi che rinnegano qualsiasi responso referendario. Un esempio per tutti “la responsabilità civile dei giudici” rimasta lettera morta in un bailamme giudiziario che ha visto travolti fior di galantuomini incarcerati arbitrariamente senza che nessuno risarcisse loro i danni patiti.
Questo è lo stato dell’arte nel nostro Paese, queste le necessità che imporrebbero ben precise riforme alla nostra Costituzione: per esaltarla e per dare agli italiano la certezza di una democrazia all’altezza dell’intelligenza legislativa.
Celestino Ferraro 12-06-2011 13:51 - lectiones