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COMMENTO
19/06/2011
  •   |   Ida Dominijanni
    Il rischio sotto la vittoria

    È nel momento della vittoria che si annida il massimo rischio; ed è nel momento del massimo rischio che si annida la salvezza. Vale alla perfezione per la sinistra uscita vittoriosa dalla doppia prova delle amministrative e dei referendum. E dunque, se Nichi Vendola fa bene a rivendicare gli enormi spostamenti culturali realizzati nella "primavera italiana", fa altrettanto bene Fabio Mussi ad ammonire che mai come a questo momento si addice il motto evangelico estote parati: bisogna stare pronti, e bisogna stare attenti. Perché, ecco, «cambiamento culturale e cambiamento politico sono collegati, ma sono anche asimmetrici»: e tutto il problema sta in questa asimmetria.
    Sul conto del cambiamento culturale si possono mettere oggi, annota Vendola, risultati che solo due mesi fa parevano sogni minoritari: lo spostamento dell'ordine del discorso provocato dal movimento delle donne («il primo ad aver svelato la natura ideologica del berlusconismo»), da quello dei precari, dalle lotte operaie; lo scompaginamento del campo riformista, un aggettivo troppo a lungo sequestrato dal moderatismo e che ora può tornare a declinarsi con questioni radicali, da quella dei beni comuni a quelle poste dal gay pride; la sconfitta del politicismo politologico («o ch'è lo stesso, della politologia politicista») e dei suoi dogmi indimostrati, tipo quel «si vince al centro» che non si sa mai dove e in che cosa veda il centro non dell'emiciclo parlamentare ma di una società «ormai largamente sconosciuta». Il cambiamento politico ne dovrebbe conseguire: c'è di nuovo una sinistra in campo, rinata nel rapporto con i movimenti; e c'è un centrosinistra che invece di ascriversi in toto la paternità della vittoria bene farebbe ad aprirsi stabilmente alla «complessità e alla pluralità» che c'è fuori dai partiti, e a realizzare che non si vince al centro, «si vince quando la politica si riconnette alla vita».
    Ma ecco che qui scatta l'asimmetria fra il cambiamento culturale (che peraltro «è già politica», direbbero le femministe) e quello politico tradizionalmente inteso. Perché il centrosinistra, invece di aprirsi e di lasciarsi scompaginare e ridisegnare dagli eventi, rischia di irrigidirsi sui suoi tic; e invece di afferrare i messaggi che le vengono dalla vita rischia, come sempre, di immunizzarsene. I segni sono tutti sul campo. Le profferte alla Lega, dimentiche che nella Lega non c'è il meglio ma il peggio della filosofia della destra dell'ultimo ventennio. L'occhio di riguardo per Tremonti, dimentico che «nel tremontismo c'è il cuore pulsante del berlusconismo», un rigore dei conti che non intacca le ragioni della crisi, un vincolo europeo che taglia le radici sociali dell'Europa.
    Ma soprattutto, segno eminente fra gli altri, incombe il fantasma della manovra economica, e quella domanda strisciante - a chi tocca farla, al centrodestra oggi o al centrosinistra domani? - che messa così, sbotta Vendola, «ci mette in apnea», come se si trattasse sempre e solo di togliere (tutto a chi ha poco, poco a chi ha molto) e tagliare, e non di riscrivere l'equità sociale di tornare a immaginare una crescita possibile legata a un diverso modello di sviluppo. La politica ne consegue: il fantasma della manovra ha un gemello che si chiama unità nazionale, o governo di transizione o simili. Ed è una prospettiva tutt'altro che archiviata, anche se temporaneamente oscurata dai risultati fortemente "bipolarizzanti" delle amministrative e dei referendum.
    Dunque fa bene Mussi a ribadire che «nel caso di scioglimento delle Camere noi non vediamo alternative alle elezioni subito», e Vendola a ricordare che da venti anni di berlusconismo non si può uscire «con una spallata di Palazzo». L'alleanza con «il popolo dei referendum» traccia la rotta per il futuro. Diversamente, ci sarebbero brutti ritorni di passato. Per chi ha la memoria lunga, vale un richiamo al 1976. Quando il Pci incassò alle urne l'onda lunga del decennio dei movimenti, e poi mise quel risultato al servizio dell'unità nazionale e della fermezza sul caso Moro. Tutti i guai successivi cominciarono da lì.


I COMMENTI:
  • Bartolo Anglani, per combattere lo sfruttamento ecc. si potrebbe anche offrire delle vergini al Berlusconi di turno implorandolo di fare in cambio qualche cosa per i più poveri. Mi sembra una prospettiva molto più realistica (e se vogliamo anche più dignitosa) del tuo riformismo e della tua socialdemocrazia, il cui unico effetto è ed è sempre stato quello di perpetuare lo sfruttamento... comunque, se veramente il capitalismo è destinato a rimanere, allora l'unica soluzione è passare dalla parte del ragioniere Casoria, o dalla parte della mafia! 20-06-2011 16:31 - Alessandro comunista
  • Bah,
    invece che interrogarsi su quello che verrà Vendola spieghi al popolo della sinistra come mai ha aumentato le tasse e fa pagarei ticket sanitari anche ai poveri.
    'Sti articoli immaginifici non servono a nulla. La verità è che il riformismo è prigioniero di questo sistema e non c'è scampo, altro che equità. D'altra parte guardate il Belgio, senza governo da più di un anno eppure le cose vanno avanti lo stesso, compreso l'o.k. per la missione in Libia . 20-06-2011 09:59 - mario
  • Intanto devo esprimere la mia soddisfazione per come Vendola ha sdoganato il "riformismo" che era sempre la bestia nera della sinistra cosiddetta radicale. Il riformismo era diventato una parola omnibus, tutti erano e pretendono di essere riformisti, da Berlusconi a Fini a Di Pietro. E' ora che la sinistra si riappropri di questa parola, che non è una semplice parola ma esprime il meglio della tradizione del movimento operaio europeo. L'equazione tra riformismo e moderatismo è una delle eredità peggiori del passato. Essere riformisti, da sinistra, significa solo che il capitalismo non si abbatte ma si cambia, si governa. Che si smette di sognare la palingenesi e si combatte giorno per giorno nel sistema esistente. Ma questo realismo non comporta affatto moderatismo e cedimento alle ideologie liberistiche: si può essere riformisti e ingaggiare battaglie molto dure contro lo sfruttamento, contro il precariato, contro la disoccupazione. Il giorno in cui Vendola riuscirà a sdoganare un'altra parola maledetta, socialdemocrazia, avrà fatto un altro passo in avanti verso la formazione di una sinistra moderna che si batte per rendere questo mondo più giusto e più uguale senza sognare "principati" che non esistono e non esisteranno mai. Avanti col riformismo socialista e laburista dunque, basta con il moderatismo filoliberistico dei "riformisti" di comodo. Ma basta anche con i sogni di comunismo, sennò torniamo indietro. 20-06-2011 09:06 - Bartolo Anglani
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