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COMMENTO
20/06/2011
  •   |   Alberto Asor Rosa
    Democrazia, legalità e felicità

    La sonante affermazione del quorum e dei sì nei quattro referendum di domenica scorsa, congiunta ai risultati delle ultime elezioni amministrative, costituisce senza ombra di dubbio la base di quel potenziale passaggio storico, al quale molti in passato avevano guardato e per cui avevano lavorato. In attesa di tornarci su per un'analisi più circostanziata, io mi sentirei di fare questa preliminare osservazione.
    Tale affermazione è il frutto di diecimila rivoli diversi, che si sono congiunti quando l'occasione propizia si è presentata. Persino a determinare l'occasione propizia stessa avevano trovato una loro convergenza protagonisti diversi, non sempre in precedenza convergenti. Questa, fra le tante cose che non so o dico male, posso dirla con sufficiente certezza. Presiedo da diversi anni un'organizzazione ambientalista di base, la «Rete dei Comitati per la difesa del territorio», attiva soprattutto in Toscana, ma presente anche altrove. Ebbene, abbiamo combattuto in tale veste battaglie alla morte con le organizzazioni storiche della politica italiana, in particolare il Pd, a livello regionale, provinciale e municipale, per impedire scempi e abusi di ogni natura (ora va un po' meglio).
    La stessa cosa si potrebbe dire, in molti casi a miglior ragione, per i Comitati per l'acqua e contro l'energia nucleare. E tuttavia su questo punto determinato le divergenze e persino gli scontri si sono fusi in una scelta unica. Potrebbe essere un buon monito per il futuro: a patto che nessuno si precipiti ora a mettere il cappello sul risultato referendario, come già troppe volte sta accadendo. Il risultato è entusiasmante, ma non è ancora una proposta politica unitaria né tanto meno un progetto di cambiamento. Le condizioni sono state poste dal popolo sovrano; ma per riempirle di contenuti e renderle effettuali e operative bisognerà lavorarci, e parecchio.


    Più in generale è la questione della democrazia (criteri di funzionamento, valori, identità, sorprese positive ma anche, non dimentichiamolo, paurose regressioni) che viene in tal modo riproposta. Con opportuna sincronia - che non è difficile immaginare involontaria, ma non priva tuttavia di una sua logica relazione con lo spirito e i bisogni del tempo - è apparsa in questa settimane La felicità della democrazia, un «dialogo» fra Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky (Bari, Laterza, 2011), che, come dicono gli autori, ingenera molti «dubbi» ma definisce anche molte «certezze»: per esempio quella secondo cui è a questa forma di governo e di Stato che va affidato, nel bene e nel male, nell'adesione sincera come nella critica spietata (non è detto che i due atteggiamenti siano totalmente in contrasto fra loro), il destino delle presenti e delle future generazioni, almeno fin quando il nostro sguardo è in grado di spingersi.
    Ne ha ragionato su queste colonne con la consueta acutezza Ida Dominijanni («Democrazia, il nome e la cosa», il manifesto, 25 maggio 2011), in un'ampia recensione, di cui condivido tutto, anche le virgole. Io invece trarrò occasione da questo bel libro per alcune osservazioni aggiuntive, spero non del tutto fuori del quadro.


    La prima è, direi, di ordine prevalentemente personale. È per una coincidenza, senza dubbio, che a me è accaduto di scrivere e pubblicare un miliardo di anni fa un saggio intitolato La felicità e la politica («Laboratorio politico», 1981; poi in La repubblica immaginaria, Milano, Mondadori, 1988). Questo potrebbe voler dire, mi pare, che il tema ha una lunga storia, strettamente legata, nel nostro paese, con la storia da noi tutt'altro che infrequente, delle crisi della democrazia. Nel 1981, infatti, ossia in tardissima era comunista, appena prima del crollo e dello sfracello del sistema, invocare scandalosamente la sintesi, - meglio, il connubio - fra felicità e politica significava spezzare una lancia contro le perduranti - e fino all'ultimo in quell'ambito prevalenti - tendenze ideologico-virtualistiche. Io ancoravo quell'ipotesi a una nozione di democrazia come «governo dei mediocri» (dei «mediocri», non dei «peggiori», come giustamente precisa Zagrebelsky), ossia di quelle «masse» talvolta operose ma talvolta anche depravate, da cui è sempre più difficile oggi far emergere le «élites» (un altro dei grandi problemi di una democrazia che sia in grado di autoriformarsi). Sicché si potrebbe chiudere questa specie di disgressione, osservando che la parola d'ordine, l'obiettivo, l'aura della felicità, invocati da Mauro e Zagrebelsky, servono a far emergere «individui» dalla «massa» (ma è chiaramente la stessa cosa), ossia, oltre che a trasmettere «benessere» a ricostituire in forma nuova delle «élites» (per esempio, i giovani ci provano in questa fase più di altri, e si capisce perché: ne va della loro sopravvivenza) e dunque a garantire «un governo non mediocre delle mediocrità» («come governare non mediocremente un sistema delle mediocrità»).


    La seconda osservazione riguarda il rapporto fra democrazia e legalità, che attraversa ovviamente tutto il «dialogo» di Mauro e Zagrebelsky, ma senza soffermarcisi in modo particolare. È per me del tutto evidente che Silvio Berlusconi, e le forze che rappresentava, e ancora oggi nonostante tutto rappesenta, sono entrati come un corpo estraneo nel meccanismo, già per suo conto precario, della democrazia italiana, agendo catastroficamente sul versante delle regole («legalità») e al tempo stesso cercando di adattare prepotentemente - ma, è questa l'anomalia italiana, con il consenso di maggioranze parlamentari comunque acquisite - i meccanismi istituzionali del sistema («democrazia») alla sua sistematica, permanente, «costituzionale» vocazione all'illegalità.
    Si poteva fare di più, le istituzioni, tutte le istituzioni, potevano fare di più per impedire che il Cavaliere continuasse a sguazzare così a lungo nel suo brodo d'illegalità e di corruzione? Sì, io penso di sì, ed è questo uno dei punti su cui varrebbe la pena di tornare a riflettere a mente un poco più distesa: poiché i risultati referendari sono stati felicemente (è proprio il caso di dirlo) acquisiti, ma l'emblema dell'illegalità è ancora al potere, e intende restarci.


    Ne potrei concludere che in Italia la battaglia per la democrazia è sempre stata più robusta e vitale della battaglia per la legalità, soprattutto quando la legalità riguarda i potenti. Invece mi limito a chiedere agli esperti, che ancora non hanno risposto, se l'assenza d'iniziativa in questo specifico campo è una conseguenza della mancanza di regole ad hoc oppure di una lassitudine (atavica?) di costumi che lascia passare come trascurabili o inaccostabili fenomeni e comportamenti che altrove in Europa verrebbero invece considerati semplicemente come impensabili (e che infatti, osservati da lì, ci espongono a un dileggio quotidiano al di là dell'immaginabile).
    A puro titolo di amplificazione problematica del discorso - e anche a puri fini di divertissement intellettuale - aggiungo che altri paesi europei, passati come noi attraverso esperienze devastanti, più prudentemente di noi hanno pensato bene di mettersi al riparo dai rischi che noi invece corriamo (che abbiamo corso?). Penso alla Germania: più precisamente alla sua Costituzione democratica (ringrazio l'amico Enrico Ganni, tedeschista della Casa editrice Einaudi, per le preziose suggestioni). L'art. 79, comma 3, di tale Costituzione prevede che i primi venti articoli della medesima (i «Grundrecht»: insomma, grosso modo, i nostri «Principi fondamentali») siano immodificabili. Chiaro? Immodificabili: immodificabili da qualsiasi maggioranza parlamentare e in qualsiasi situazione. La Costituzione tedesca è stata messa dunque come in una corazza. Ma non basta. Fra i venti articoli ce n'è uno, forse non a caso proprio l'art. 20, che sembrerebbe fatto proprio al caso nostro (o al caso mio?): in esso, infatti, dopo aver definito la natura fondamentale della Repubblica tedesca («uno Stato federale, democratico e sociale») si enuncia il cosiddetto «diritto di resistenza». «Tutti i Tedeschi hanno diritto di resistere a chiunque tenti di rovesciare questo ordinamento, qualora non vi sia altro rimedio possibile». Chiaro anche questo? «Tutti i Tedeschi», «qualora non vi sia altro rimedio possibile».


    Naturalmente non ci si può richiamare alla Costituzione di un altro paese per tutelare la legalità e la democrazia del proprio. E neanche sfuggono gli elementi di rischio potenziale che la norma contiene nei confronti di minoranze o di dissidenti. E però il richiamo ai «Grundrechte» della Costituzione tedesca può consentirci di tornare all'inizio del nostro discorso, e cioè, appunto, alla tutela su tutti i versanti, della nostra democrazia. La domanda è: qual è il limite, dov'è il limite, oltre il quale la «resistenza» all'arbitrio diviene legale, e in quali forme?
    La democrazia italiana non è in grado di tollerare che il Governo del Capo illegalitario continui ancora: ogni giorno che passa sprofondiamo di più nella melma. Sarebbe bello - e felice - che a toglierlo rapidamente di mezzo concorressero ora insieme gli strumenti della democrazia rappresentativa e l'esercizio risoluto della legalità repubblicana. Sarebbe in ogni senso una buona «fin de partie».


I COMMENTI:
  • gli adoratori del libro sacro Costituzione non sono molto dissimili dagli adoratori della Bibbia o del Corano... 21-06-2011 08:10 - Alessandro comunista
  • Tranquilli:
    Ce li riavrete i Fassino,Bertinotti,D'alema,Vendola,Rutelli,ecc,a soddisfare la vostra voglia di sinistra di carta.Poi ricomincerete,ma non è detto nemmeno questo ormai, con la stessa storia verso questa fottuta gente che salvando la facciata porterà avanti le stesse politiche.
    Cominciate a farmi compassione un pò tutti.
    Il Manifesto è morto,viva il manifesto. 20-06-2011 20:54 - Stefano
  • "Peccato, però, che tutto questo non sia servito a tenere al riparo il nostro ordinamento dallo stravolgimento liberista imposto dalla giurisprudenza europea."

    Pretendere tale livello di "preveggenza" da una costituzione scritta nel 1946-48 sarebbe un po' come sostenere - come spesso si fa - che "Marx aveva già previsto tutto" (compresi i Credit Default Swap? Compresa la "finanza sintetica"? Compresa Internet?)...

    Come se ne potrebbe uscire? Secondo me, semplicemente smettendo di considerare la costituzione un feticcio, e disponendosi all'eventualità di doverla riformare - seppur nel rispetto dei "principi fondamentalissimi" (ma davvero hanno detto così? O_o) che l'hanno ispirata.

    "Mi chiedo come mai un uomo della levatura di Asor Rosa scriva 'tedeschista' piuttosto che 'germanista'."

    Mah... saperlo!

    Io, d'altronde, continuo a non capire per quale motivo uno (parlo di Asor, ovviamente) debba usare la bellezza di circa 1400 parole per esprimere un concetto per il quale ne bastavano tre: MI ERO SBAGLIATO!


    "E' l'Italia giovane che irrompe e che sta un attimo prendendo respiro."

    Non solo l'Italia giovane: credimi. Secondo me, quel che è andato in scena in questi ultimi venti giorni è stato un vero e proprio "cambio di regime" (o, se vogliamo, una "rottura di paradigma").

    Non sono sicuro, tuttavia, che chi doveva intendere abbia inteso ;) 20-06-2011 17:48 - Harken
  • anche i tedeschi non volevano il trattato di lisbona,hanno modificato qualcosa della loro legislazione per tutelarsi.speriamo per loro
    bello l articolo 20 tedesco,ma è vero che l italia non ha firmato contro la tortura?
    ed è per quello che nelle carceri ti trattano cosi bene?

    comunque per me l unica cosa importante è il debito pubblico che ci strozza.vorrei vedere le ricevute dei pagamenti,le tengo per 5 anni come si fa per le bollette.oppure si fa come l Argentina.. 20-06-2011 13:06 - simonetta
  • Luca è vero che lo 'stravolgimento liberista' della giurisprudenza europea, e quindi la stessa integrazione europea vadano riconsiderate proprio alle luce di quanto ci è capitato con B&B. 20-06-2011 12:33 - carlo carlucci
  • Mi chiedo come mai un uomo della levatura di Asor Rosa scriva "tedeschista" piuttosto che "germanista". Per il resto è vero che la nostra Costituzione non contiene una norma come quella del GG ma è altrettanto vero che la Consulta ha interpretato estensivamente l'art. 139 allargando l'immodificabilità della forma di stato repubblicana a quelli che la stessa Consulta chiama i principi fondamentalissimi (artt. 1 - 12). Peccato, però, che tutto questo non sia servito a tenere al riparo il nostro ordinamento dallo stravolgimento liberista imposto dalla giurisprudenza europea. Forse dovremmo cominciare a prendere il toro per le corna e a riconsiderare i termini dell'integrazione europea, oltre che difendere la legalità repubblicana da Berlusconi e dai suoi. 20-06-2011 11:30 - luca
  • Siamo sempre stati un'anomalia tutta italiana caro Alberto. Forse l'anomalia alla lunga ci può far tirare la volata. Ma è ancora presto. B è oramai fuori corso, Bossi? Si spera che anche lui scompaia presto. Le amministrative e poi il referendum ci parlano di una profonda inversione di tendenza. E' l'Italia giovane che irrompe e che sta un attimo prendendo respiro. La stessa cosa degli 'indignados' spagnoli. La stessa cosa, mutati mutandis, del Nord Africa, della Siria, dei ragazzi e ragazze iraniani. Tempo al tempo. Un grazie infinito a te per averlo capito con tanto anticipo. 20-06-2011 11:22 - carlo carlucci
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