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Laura Zanfrini *
Cittadini transnazionali
Nell'appassionato dibattito sul rapporto tra immigrazione e cittadinanza vi è, quanto meno, un punto di non ritorno: nella società contemporanea, è sempre meno legittima l'ambizione degli Stati di poter «scegliere» i propri appartenenti, escludendo gli stranieri, e sempre più discutibile l'eticità di regimi di redistribuzione e protezione basati sulla finzione di società chiuse dai recinti nazionali.
In tale scenario, si registra un fenomeno inatteso, ma di proporzioni ormai imponenti: lo potremmo definire il fenomeno dei cittadini transnazionali, prendendo a prestito un concetto - quello appunto di transnazionalismo - oggi particolarmente in voga tra gli studiosi delle migrazioni. La sua manifestazione più tangibile è la moltiplicazione dei titolari di doppia cittadinanza, una condizione un tempo fortemente osteggiata, fino a essere considerata alla stregua di un matrimonio bigamo, ma oggi accettata come l'esito inevitabile vuoi dell'aumento dei cosiddetti matrimoni misti, che uniscono partner di nazionalità diversa senza più imporre alla donna di abdicare alla propria cittadinanza in favore di quella del marito (consentendo anzi di trasmetterle entrambe ai figli); vuoi della crescita degli immigrati con una doppia cittadinanza, quale effetto delle riforme legislative introdotte sia dai paesi d'emigrazione - che consentono di conservare la cittadinanza d'origine - sia da quelli d'immigrazione - che non impongono più loro l'obbligo di rinunciarvi.
Questo fenomeno non manca di suscitare una certa perplessità: oltre a mettere in discussione il dogma dell'unicità della cittadinanza, componente fondamentale della retorica nazionalista, secondo i suoi detrattori esso accentuerebbe la valenza strumentale della cittadinanza a dispetto di quella identitaria e patriottica, riducendola a un salvacondotto per l'accesso ai diritti e alle opportunità disponibili in entrambi i paesi. Tuttavia, non si può non prendere atto di come esso sia il suggello giuridico di una realtà che segna la vita di tanti migranti e spesso anche dei loro figli: il loro coinvolgimento in pratiche transnazionali capaci d'infrangere i confini degli Stati, sia dal punto di vista pratico, sia da quello simbolico e identitario. Una realtà assecondata dagli eccezionali progressi nei trasporti e nelle comunicazioni, che rendono oggi molto più facile la conservazione dei legami con le comunità d'origine, e che si manifesta attraverso fenomeni e iniziative in grado di generare uno straordinario impatto, sia dal punto di vista economico sia da quello politico e sociale.Si pensi, ad esempio, al gran numero di immigrati che gestiscono imprese che si avvalgono proprio della loro condizione di doppia appartenenza (dalla ristorazione «etnica» alle agenzie che propongono viaggi nei paesi d'origine); ma si pensi anche al ruolo che le diaspore svolgono nelle vicende politiche dei paesi d'emigrazione (ne abbiamo svariati esempi sotto gli occhi proprio in questi giorni); o si pensi, ancora, alla possibilità che le associazioni di immigrati si mobilitino per promuovere e finanziare progetti per la crescita economica e sociale delle proprie comunità d'origine, nella direzione tracciata dalla filosofia del co-sviluppo.

Fino ad oggi gli studiosi si sono preoccupati soprattutto di sottolineare come l'idea di appartenenza transnazionale configuri una nuova forma d'adattamento alla società ospite, alternativa tanto all'assimilazionismo, quanto al multiculturalismo nelle sue versioni più radicali. Secondo questa prospettiva, infatti, l'integrazione non implica una «rottura» coi contesti e le culture d'origine ma, al contrario, trae vantaggio dal mantenimento di costanti legami con essi. Parallelamente, è proprio l'integrazione nella vita economica e nella società civile dei contesti d'immigrazione che può permettere ai migranti di trasformarsi in reali agenti di sviluppo per le proprie comunità d'origine (oltre e al di là dell'importanza delle rimesse che essi vi inviano!).
Ma c'è di più. A ben guardare, il cittadino transnazionale è una sorta di archetipo della società che ci attende; una società che ci sollecita e a tratti ci impone di divenire cittadini globali. Per certi aspetti, i migranti e i loro figli si trovano ad avere «una marcia in più», perché parlano più lingue, conoscono differenti universi culturali, hanno familiarità con la mobilità e sovente dispongono di contatti e relazioni in molteplici paesi (verrebbe da dire che gli immigrati extraeuropei sono più «europei» di noi, se si pensa alla realtà delle diaspore disperse in vari paesi, ma in costante contatto tra loro). Ma per un altro verso, essi ci offrono la possibilità di ripensare all'istituto della cittadinanza, progettando forme di partecipazione alla vita economica, civile e politica più coerenti coi caratteri di una società, quella contemporanea, che porta la cifra della mobilità e della crescente rilevanza delle reti e delle appartenenze transnazionali.
* Dipartimento di Sociologia dell'Università Cattolica di Milano
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vi consiglio di leggere (ma chi scrive queste cose legge ? o come dice Umberto Eco, il "popolo leghista" non legge?) l'intervento di Marco Rovelli su Alfabeta 2 di aprile 2011, "Guerra agli immigrati".
sono sorpreso nel leggere queste cose sul forum del manifesto (veramente "sic"!, vista, per di più, la citazione sbagliata di Alberto).
accedere ai diritti del cittadino (nozione nata con le rivoluzioni borghesi del Settecento) è appunto una forma d'integrazione.
Ribadisco quindi la mia più totale adesione all'approccio della Zanfrini. 24-06-2011 11:06 - Spartacus
La signora Zanfrini che lavora all'università non dovrebbe cadere in queste semplificazioni.
I primi vanno ovviamente rispettati " a prescindere".
I secondi vanno concessi secondo modalità stabilite dalle leggi. 24-06-2011 08:59 - carlo
io vivo da 15 anni in Francia e non ho il diritto di partecipare né alle elezioni politiche né a quelle presidenziali (eppure pago le tasse, parlo e scrivo correntemente il francese, conosco profondamente la cultura del paese MA sono giuridicamente italiano).
nonostante la legislazione europea sono trattato come uno "straniero" (non vi dico poi se la polizia mi ferma alla guida della mia macchina).
quand'è che la smetteremo con tutte queste idiozie?
non posso quindi che condividere il tenore dell'articolo ed anzi mi dispiace che l'argomento non sia abbordato più frequentemente.
come per caso, proprio in questi giorni in Francia è stata ventilata l'idea (subito abbandonata) di schedare i bi-nazionali. perché non un segno di riconoscimento?
siamo i traditori, la quinta colonna, le spie, gli opportunisti e tramiamo nell'ombra.
una concezione inclusiva del diritto di cittadinanza riguarda ovviamente anche gli extra-comunitari.
e ciò non ha niente a che vedere né con il ripiego comunitaristico (anzi!) né con il multiculturalismo radicale. 23-06-2011 22:56 - Spartacus
E' confuso, perchè mescola le capacità, ovvie, di chi ad esempio possiede anche un'altra lingua, con la sua osservanza del Diritto che vige in un certo paese.
Che dire allora del fatto che quando il numero di certi immigrati supera un certo limite fisiologico ( in Sociologia si fissa questo numero al 15%) questi pretendono siano loro applicate le regole che valgono nel loro paese d'origine ?
Con questo ragionamento oggi esiste un Tribunale della sharia in GB.
Con questo ragionamento un turco con passaporto tedesco può - in teoria - infrangere la legge in Germania ( per esempio le tasse) e rifugiarsi nel suo paese d'origine, dove magari non esiste un diritto di estradizione per questo genere di reato.
La doppia-tripla cittadinanza, che nel caso di europei non considero perchè hanno tutti il medesimo passaporto comunitario, dà al cittadino autoctono l'impressione di essere sfavorito, perchè gode di minori diritti.
Il caso scozzese è esemplare per certi versi. I parlamentari di Westminster si sono chiesti più volte perchè i deputati scozzesi possano prendere decisioni che valgono per tutta la GB, ma non sia consentito a quelli inglesi di fare altrettanto nelle decisioni prese dal Parlamento di Edimburgo.
Credo alla multietnicità, ma non credo che il multiculturalismo possa funzionare. Nessuno ricorda la biblica torre di Babele , dove ognuno parlava una lingua incomprensibile agli altri ? 23-06-2011 19:28 - alvise
http://www.intopic.it/articolo/78676/ 23-06-2011 18:21 - lil
http://www.fiei.org/congressofiei2005/relazioneintroduttivaricci.pdf 23-06-2011 14:35 - Francesco Galli