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COMMENTO
23/06/2011
  •   |   Laura Zanfrini *
    Cittadini transnazionali

    Nell'appassionato dibattito sul rapporto tra immigrazione e cittadinanza vi è, quanto meno, un punto di non ritorno: nella società contemporanea, è sempre meno legittima l'ambizione degli Stati di poter «scegliere» i propri appartenenti, escludendo gli stranieri, e sempre più discutibile l'eticità di regimi di redistribuzione e protezione basati sulla finzione di società chiuse dai recinti nazionali.
    In tale scenario, si registra un fenomeno inatteso, ma di proporzioni ormai imponenti: lo potremmo definire il fenomeno dei cittadini transnazionali, prendendo a prestito un concetto - quello appunto di transnazionalismo - oggi particolarmente in voga tra gli studiosi delle migrazioni. La sua manifestazione più tangibile è la moltiplicazione dei titolari di doppia cittadinanza, una condizione un tempo fortemente osteggiata, fino a essere considerata alla stregua di un matrimonio bigamo, ma oggi accettata come l'esito inevitabile vuoi dell'aumento dei cosiddetti matrimoni misti, che uniscono partner di nazionalità diversa senza più imporre alla donna di abdicare alla propria cittadinanza in favore di quella del marito (consentendo anzi di trasmetterle entrambe ai figli); vuoi della crescita degli immigrati con una doppia cittadinanza, quale effetto delle riforme legislative introdotte sia dai paesi d'emigrazione - che consentono di conservare la cittadinanza d'origine - sia da quelli d'immigrazione - che non impongono più loro l'obbligo di rinunciarvi.


    Questo fenomeno non manca di suscitare una certa perplessità: oltre a mettere in discussione il dogma dell'unicità della cittadinanza, componente fondamentale della retorica nazionalista, secondo i suoi detrattori esso accentuerebbe la valenza strumentale della cittadinanza a dispetto di quella identitaria e patriottica, riducendola a un salvacondotto per l'accesso ai diritti e alle opportunità disponibili in entrambi i paesi. Tuttavia, non si può non prendere atto di come esso sia il suggello giuridico di una realtà che segna la vita di tanti migranti e spesso anche dei loro figli: il loro coinvolgimento in pratiche transnazionali capaci d'infrangere i confini degli Stati, sia dal punto di vista pratico, sia da quello simbolico e identitario. Una realtà assecondata dagli eccezionali progressi nei trasporti e nelle comunicazioni, che rendono oggi molto più facile la conservazione dei legami con le comunità d'origine, e che si manifesta attraverso fenomeni e iniziative in grado di generare uno straordinario impatto, sia dal punto di vista economico sia da quello politico e sociale.

    Si pensi, ad esempio, al gran numero di immigrati che gestiscono imprese che si avvalgono proprio della loro condizione di doppia appartenenza (dalla ristorazione «etnica» alle agenzie che propongono viaggi nei paesi d'origine); ma si pensi anche al ruolo che le diaspore svolgono nelle vicende politiche dei paesi d'emigrazione (ne abbiamo svariati esempi sotto gli occhi proprio in questi giorni); o si pensi, ancora, alla possibilità che le associazioni di immigrati si mobilitino per promuovere e finanziare progetti per la crescita economica e sociale delle proprie comunità d'origine, nella direzione tracciata dalla filosofia del co-sviluppo.

     


    Fino ad oggi gli studiosi si sono preoccupati soprattutto di sottolineare come l'idea di appartenenza transnazionale configuri una nuova forma d'adattamento alla società ospite, alternativa tanto all'assimilazionismo, quanto al multiculturalismo nelle sue versioni più radicali. Secondo questa prospettiva, infatti, l'integrazione non implica una «rottura» coi contesti e le culture d'origine ma, al contrario, trae vantaggio dal mantenimento di costanti legami con essi. Parallelamente, è proprio l'integrazione nella vita economica e nella società civile dei contesti d'immigrazione che può permettere ai migranti di trasformarsi in reali agenti di sviluppo per le proprie comunità d'origine (oltre e al di là dell'importanza delle rimesse che essi vi inviano!).


    Ma c'è di più. A ben guardare, il cittadino transnazionale è una sorta di archetipo della società che ci attende; una società che ci sollecita e a tratti ci impone di divenire cittadini globali. Per certi aspetti, i migranti e i loro figli si trovano ad avere «una marcia in più», perché parlano più lingue, conoscono differenti universi culturali, hanno familiarità con la mobilità e sovente dispongono di contatti e relazioni in molteplici paesi (verrebbe da dire che gli immigrati extraeuropei sono più «europei» di noi, se si pensa alla realtà delle diaspore disperse in vari paesi, ma in costante contatto tra loro). Ma per un altro verso, essi ci offrono la possibilità di ripensare all'istituto della cittadinanza, progettando forme di partecipazione alla vita economica, civile e politica più coerenti coi caratteri di una società, quella contemporanea, che porta la cifra della mobilità e della crescente rilevanza delle reti e delle appartenenze transnazionali.


    * Dipartimento di Sociologia dell'Università Cattolica di Milano


I COMMENTI:
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  • Forse il mondo moderno si potrebbe datare dal 16 dicembre 1773, giorno del Boston Tea Party. Come tutti sanno lo slogan di quella storica giornata era "No taxation without rapresentation". Nelle nostre società europeee post-moderne tutto questo sembra irrealistico e impensabile, poichè nell'Europa di oggi un residente deve contribuire all'erario dai sette ai tredici anni (quest'ultimo è il caso dell'Italia) per poter diventare cittadino, eppure è evidente che la condizione giuridica dei quasi 40 milioni di stranieri in Europa è pericolosamente simile alla servitù della gleba. Non credo che si possa cambiare in breve tempo e neppure che sia probabile una devoluzione di potere, su questa temetica, dagli Stati nazione all'Europa. Invece tante "piccole cose" sarebbero possibili: ridefinire il trattato di Dublino, dare il voto amministrativo a possessori di Permesso CE, rendere cittadini da subito i nati in Europa da residenti regolari, agevolare fiscalmente gli operatori economici residenti in Europa che hanno attività commerciali con i Paesi d'origine etc. Ma tutto questo richiederebbe un approccio meno idologico e più pragmatico 23-06-2011 13:22 - Valter Di Nunzio
  • oh bene il mondo migliora,speriamo,oppure è una scusa, doppia cittadinanza,doppie tasse.sapete qualcosa del nuovo ordine mondiale? che bella la speranza... 23-06-2011 12:02 - lol
  • Non si fanno più bambini in Italia ( e altrove in Europa. E vengono dal Sud del mondo perchè c'è bisogno di forza lavoro. Dopo un pò sono italiani, forse più italiani di tanti italiani. Alla faccia della Lega. Cosi è se vi pare. 23-06-2011 11:38 - carlo carlucci
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