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COMMENTO
27/06/2011
  •   |   Daniel Atzori
    Gramsci e le rivolte arabe

    L'interesse degli intellettuali arabi e musulmani per il pensiero di Antonio Gramsci non è un fenomeno nuovo. Gramsci ha fornito, infatti, alcune cruciali categorie concettuali per analizzare le drammatiche trasformazioni politiche, sociali ed economiche che hanno investito le società arabe, in particolare quella egiziana, negli ultimi decenni. Oggi, in particolare, Gramsci ci permette di guardare alle rivolte arabe degli ultimi mesi con occhi nuovi.


    Nel suo classico Overstating the Arab State (1996), lo studioso egiziano Nazih Ayubi spiegava come i regimi arabi fossero fragili poiché, pur avendo sviluppato raffinate strutture per la sistematica repressione del dissenso, non erano stati in grado di creare efficaci strumenti per la produzione del consenso, quelli che Althusser chiamava gli apparati ideologici dello stato. Servendosi di categorie gramsciane, Ayubi sosteneva che le élite al potere nei regimi arabi avevano sviluppato la dimensione del dominio, senza veramente riuscire a esercitare una direzione intellettuale e morale.


    Questa strutturale debolezza dei regimi arabi aveva consentito a movimenti islamisti come i Fratelli Musulmani di sviluppare progetti contro-egemonici, per esempio in paesi come l'Egitto e la Giordania, utilizzando il linguaggio e i simboli dell'Islam per articolare l'islamismo come ideologia politica.


    In Making Islam Democratic (2007), lo studioso iraniano Asef Bayat, poi seguito dall'egiziano Hazem Kandil, aveva interpretato le strategie dei Fratelli Musulmani egiziani come una gramsciana guerra di posizione volta a conquistare le "casematte" della società civile. I Fratelli Musulmani erano infatti riusciti a creare una rete di ospedali, scuole e attività caritatevoli grazie alle quali erano stati in grado di costruire una comunità morale e ideologica, ma anche un settore privato islamista.


    Negli ultimi decenni, i movimenti islamisti sono stati in grado di attuare pervasivi processi di re-islamizzazione in numerosi paesi musulmani, anche non arabi, come la Turchia, la Malesia e il Pakistan. In alcune società arabe, come quella egiziana e giordana, i Fratelli Musulmani sono inoltre riusciti a costruire un "blocco storico", rivolgendosi a due ceti sociali profondamente diversi ma uniti dalla frustrazione nei confronti dei regimi: la nuova borghesia islamista e il sottoproletariato urbano. La leadership dei Fratelli Musulmani, che è espressione di una borghesia islamista la cui ascesa è da leggere nel contesto delle trasformazioni economiche neoliberiste degli ultimi trent'anni, ha infatti individuato nel sottoproletariato urbano una massa di manovra.


    Sulla base delle riflessioni di Gramsci sui modelli di partito, gli islamisti appaiono come coloro che additano alle masse un'età dell'oro nella quale tutte le tensioni e le contraddizioni si risolveranno, in questo caso grazie all'Islam. Gli islamisti, adottando il mito, nell'accezione di Sorel, della società islamica da instaurare, hanno oscurato la realtà storica delle relazioni di produzione, spostando il conflitto dal campo degli assetti socio-economici a quello della cultura in senso lato.


    Il progetto contro-egemonico islamista non mette, infatti, realmente in discussione le relazioni socio-economiche sulle quali si basano le società arabe. L'obiettivo dei Fratelli Musulmani, e delle nuove e dinamiche classi medie di cui sono espressione, è quello di divenire classe dirigente, non di trasformare le relazioni di produzione, nonostante i populistici appelli alla giustizia sociale. Secondo Ayubi, la reazione del regime di Mubarak nei confronti del movimento islamista è stata una gramsciana "rivoluzione passiva". Il regime ha infatti adottato un'articolata strategia di cooptazione e repressione, sostenendo il processo di islamizzazione a patto che esso non provocasse alcun reale mutamento dello status quo.


    In questo senso, si sono verificate convergenze tra la guerra di posizione dei Fratelli Musulmani e la rivoluzione passiva attuata dal regime; ha dunque ragione Samir Amin a considerare i Fratelli Musulmani come una forza tendenzialmente reazionaria.
    Negli ultimi mesi, le rivolte arabe hanno portato alla caduta di Ben Ali in Tunisia e di Mubarak in Egitto, oltre a una serie di sollevazioni popolari; ma si è trattato, almeno finora, di vere rivoluzioni? Le deposizioni di Ben Ali e di Mubarak somigliano più a colpi di stato attuati dai regimi con lo scopo di frenare le rivoluzioni, non di attuarle. In Egitto, i militari sembrano aver compreso che, per impedire una reale trasformazione degli assetti socio-economici della società egiziana, è ora necessario allearsi con i Fratelli Musulmani in modo da costituire un blocco d'ordine.


    I militari e i Fratelli Musulmani rappresentano settori diversi della borghesia egiziana, ma sono entrambi uniti nel voler impedire una reale partecipazione delle masse popolari alla gestione della res publica.
    I Fratelli Musulmani hanno, per anni, domandato a gran voce la democrazia. La democrazia avrebbe infatti consentito al movimento islamista di sviluppare compiutamente la propria guerra di posizione all'interno del processo democratico. Ora, tuttavia, i Fratelli Musulmani possono negoziare direttamente con l'ancien régime, e non è detto che la democratizzazione rimanga una priorità per gli islamisti. Sebbene il movimento islamista non abbia svolto un ruolo da protagonista assoluto nelle mobilitazioni di piazza contro Mubarak, esso può tuttora contare su una pervasiva rete di istituzioni. I Fratelli Musulmani si candidano a gestire un ruolo di rilievo nel prossimo futuro; tuttavia, sono profondamente frammentati al proprio interno. Se alcuni islamisti guardano con interesse al modello del partito islamista turco Akp, altri hanno una concezione più intransigente e radicale.


    I movimenti di piazza che hanno protestato contro i regimi, in Egitto e altrove, pagano adesso la propria impreparazione organizzativa e ideologica. Il loro carattere fluido e spontaneo rischia di tradursi in uno svantaggio nel momento in cui si rende necessario articolare una nuova sfida contro-egemonica, in grado di proporre una reale alternativa.
    Nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte, Karl Marx analizzò come le grandiose rivoluzioni popolari del 1848, che avevano acceso le speranze dei democratici e dei socialisti di tutta Europa, avessero spianato la strada all'autoritarismo di Luigi Bonaparte, poi Napoleone III. La deposizione del re dei francesi, Luigi Filippo, aveva innescato una dura lotta tra i diversi gruppi di interesse della borghesia francese. Le masse popolari parigine che, in un primo momento, avevano giocato un ruolo importante nella rivolta contro la monarchia orleanista, furono poi marginalizzate. La fragile seconda repubblica, che durò dalla rivolta del febbraio 1848 fino al dicembre del 1851, non fece altro che preparare il terreno per il regime autoritario e bonapartista di Napoleone III.


    Analogamente, il problema principale delle rivolte arabe è l'assenza di un moderno principe, un soggetto politico che sia in grado di forgiare una nuova volontà collettiva e di contrastare il tentativo del blocco d'ordine di depoliticizzare le masse che si erano mobilitate nei mesi scorsi. Molti dei giovani di piazza Tahrir soffrono, come diceva Gramsci a proposito degli intellettuali del Risorgimento italiano, di un superficiale cosmopolitismo, che li rende incapaci di essere autenticamente "nazional-popolari". Questi giovani hanno spesso studiato in università prestigiose, come la American University of Cairo, sono a proprio agio nei social media, ma hanno rapporti tenui sia con il sottoproletariato che vive nelle poverissime ashawwiyyat (slums) cairote sia con la popolazione rurale.

     

    L'islamizzazione del sottoproletariato è stata anche resa possibile, nei decenni scorsi, proprio dalla distanza tra le élite intellettuali laiche, sia liberali sia socialiste e comuniste, e le masse dei diseredati.
    Gramsci riteneva invece fondamentale per la formazione di un'autentica volontà nazionalpopolare l'ingresso simultaneo delle masse nella vita politica, grazie al ruolo di direzione intellettuale e morale del moderno principe.
    Un'analisi gramsciana rivela, dunque, la crisi egemonica che investe sia i regimi sia il movimento islamista, ma anche la difficoltà di articolare nuovi progetti. Come afferma Gramsci: «La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Le violenze dei militari, le tensioni interreligiose e le ondate di violenza salafita rientrano proprio tra i fenomeni morbosi di questo delicato interregno.

     

    Il principale contributo di Gramsci al marxismo e, più in generale, alla teoria politica consiste nell'aver decostruito le interpretazioni che riducevano il marxismo a un meccanicismo positivistico. La rivoluzione, in sostanza, non sarebbe avvenuta secondo Gramsci automaticamente a causa delle insanabili contraddizioni del capitalismo ma grazie all'articolazione politica di un nuovo progetto egemonico. Questo spingeva Laclau e Mouffe (Hegemony and Socialist Strategy, 2001) a individuare nel concetto gramsciano di egemonia «la categoria centrale dell'analisi politica» tout court.
    Ritenere che le rivolte arabe abbiano innescato processi che automaticamente porteranno alla nascita di società più giuste e democratiche è dunque illusorio. Tocca agli arabi tornare a essere artefici del proprio destino tramite l'articolazione di nuove egemonie, riguadagnandosi finalmente la libertà che è stata loro negata.


I COMMENTI:
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  • ...mah...

    A me, invece, quest'articolo di Atzori sembra un esempio da manuale della più pura "necrofilia ideologico-teoretica" di cui, purtroppo, la sinistra continua a soffrire. E che dunque aiuti a capire quanto sta andando in scena sull'altra sponda del Mediterraneo più o meno quanto la chimica di Lavoisier consentirebbe di comprendere la dinamica di ripiegamento delle proteine: ZERO.

    Sul suo blog, lo scorso 23 marzo, Atzori diceva [le enfasi sono mie] "the unfolding of the Arab turmoil is challenging most of the assumptions we used to interpret the Middle East and North Africa. I THINK THAT WE NEED A PARADIGM CHANGE, FOR THE SIMPLE REASON THAT THE WORLD HAS CHANGED. The global financial crisis of 2008 has shaken our economies. It should have lead to a thorough paradigm change in economics: the basic assumptions of neoclassic economic thought have been challenged by dramatic events. But this paradigm change did not take place yet. Something very similar happened in the Middle East & North Africa. EVERYTHING HAS CHANGED: IT’S TIME FOR US TO CHANGE, OR AT LEAST TO UPDATE, THE ANALYTICAL TOOLS WE HAVE BEEN USING TO INTERPRET THE WORLD. IT’S NOT TIME TO TEACH, BUT TO LEARN".

    "Time for us to change"... "tempo di aggiornare i paradigmi"...: e poi si riesumano le ossa di Gramsci? XP ¬¬

    Mille volte meglio, allora, il pragmaticamente anglosassone Fisk (cfr. intervista sul manifesto, 22 giugno u.s.): che, senza troppi ideologismi e armato di una buona dose di umiltà, per raccontare ed analizzare quel che sta succedendo in Nord Africa e in Siria si limita ad andare SUL CAMPO, aprire gli occhi e stare in attesa: disposto magari anche ad imparare DA CHI LA RIVOLUZIONE LA STA FACENDO in barba a tutte le teorie...

    Mi spiace ;) 30-06-2011 15:37 - Harken
  • Insomma (visto che nessuno ne vuol parlare): vogliamo chiederci come la divisione internazionale del lavoro ha operato in Egitto e altrove negli ultimi trent'anni e se questo ha creato una classe operaia consistente ? Indizi significativi ve ne sono (stando ai dati dell'ILO) ma una seria inchiesta in questo senso sarebbe assai utile.
    Gramsci decostruiva gli apparati ideologici con un attenta contestualizzazione storica: avrebbe lasciato alla miopia giornalistica i paragoni farlocchi sul 'nuovo '89 delle primavere arabe'; ai neocon il presunto 'islamofascismo' endemico nella regione; si sarebbe (forse) occupato anche di Fbook, ma senz'altro avrebbe chiesto, come faceva di continuo, 'cosa dicono gli operai ?'. 28-06-2011 18:05 - almanzor
  • Condivido anch'io il giudizio positivo di molti lettori sulla serietà dell'analisi, anche se l'apparato analitico di Gramsci appare poco adeguato al contesto per due fondamentali differenze: 1) l'islamismo non produce e non ha mai prodotto (neppure in Iran) strutture come la Chiesa cattolica 2) sulle società arabe e islamiche pesa dal 1918, in modo preponderante, il vincolo esterno della subalternità politica all'Occidente (o alla ex Unione Sovietica). I movimenti come Jamiat al ikhwan al-muslimin (al quale tutti,compreso il partito di Erdogan, si ispirano) hanno guidato per decenni la resistenza popolare contro gli Stati laici subalterni all'Occidente. Lo hanno fatto in maniera conforme ai principi morali dell'Islam costruendo organizzazioni sociali caritative, economiche e culturali che ne esprimono i valori. Questa rete comunitaria è entrata in rotta di collisione con gli Stati laici, quando questi ultimi hanno tentato di smantellarla, non in conseguenza di un "progetto rivoluzionario". In questo quadro il terrorismo qaedista è stato l'eccezione non la regola: basti vedere il tributo di sangue, carcere ed esilio che gli islamisti hanno dovuto pagare alla repressione dei regimi laicisti. Sono d'accordo con l'articolo, che proprio in virtù di queste caratteristiche "resistenziali" dell'islamismo e, ancora di più, a causa dell'ingombrante dominio dell'Occidente, questi movimenti hanno potuto rinviare molte questioni impegnative come la reditribuzione della ricchezza, la rappresentatività politica, il ruolo dello Stato etc. Per questo, molto pragmaticamente, possono produrre programmi di Governo più moderati (ma efficaci) come in Turchia o programmi più radicali come in Egitto, che tuttavia non sono mai la copia dei modelli occidentali ma una strada autonoma e diversa: Comunque, in entrambi i casi, devono trovare dei compromessi con l'esercito, struttura economica prima che militare, cresciuta all'ombra e in supporto delle dittature o delle democrature laiche, riducendone poi progressivamente il peso come è avvenuto in Turchia. Dato il successo di quest'ultimo modello credo, che con tutte le enormi differenze delle condizioni di partenza, molti partiti islamisti si stiano orientando in questa direzione. 28-06-2011 16:36 - Valter Di Nunzio
  • Articolo magnifico!!! complimenti al manifesto : finalemente un articolo marxista. pubblicatene più spesso. Alice V 28-06-2011 12:43 - Alice
  • Non sono assolutamente d'accordo con l'imbalsamazione metastorica delle categorie gramsciane, usate in questo caso come "corpo contundente" contro le rivolte arabe, al fine di delegittimarle e di suggerirne una loro etero-direzione da parte di forze e agenzie straniere (CIA e complotti vari). Applicare il pensiero di Gramsci, che è una riflessione peculiare sulle condizioni della rivoluzione in Occidente negli anni '20-'30, come chiave interpretative del mondo arabo post-coloniale nell'anno di grazia 2011, vuol dire ridurre Gramsci ad un corpus dottrinario, ad una filosofia nel senso deteriore del termine (non certo ad una "filosofia della prassi"). Del resto, proprio la critica della forma-partito in atto da tempo dalle nostre parti costituisce una replica vivente al nucleo leninista che sottende la visione gramsciana del Principe. Partito-Principe,"potenza separata" dal movimento, che si è trasformata, come sappiamo dalle esperienze del defunto "socialismo reale", in comando, in dominio, in arbitrio. Non è in primis del Partito demiurgo, toccasana, ciò di cui hanno bisogno le forze rivoluzionarie presenti nelle rivolte arabe, ma di altro e di più. Queste forze sono essenzialmente giovanili e forse il fatto che le loro élites intellettuali si siano formate in Occidente non costituisce un handicap di marchio cosmopolita ad un loro dialogo con le masse subalterne e sottoproletarie, tutt'altro: anche perché il cosiddetto "villaggio globale" pone premesse e condizioni nuove nei rapporti tra le classi inesistenti all'epoca di Gramsci. 28-06-2011 11:51 - giacomo casarino
  • Vorrei rispondere a Cosimo de Nitto che presenta il Principe gramsicano "moderno" come una novità in quanto santificato dalla partecipazione digitale
    Secondo me la prospettiva gramsciana, in questo articolo come critica alle classi intellettuali arabe che hanno deboli rapporti con le masse proletarie, vuole indicare il dovere per chi pensa politicamente (gli intellettuali) di includere e le masse nella propria visione e pratica del mondo. Quindi connettersi a facebook, ma insieme riuscire a parlare con l'uomo dello slum. Dunque, secondo me, dal punto di vista dell'assunzione di responsailità sociale, come dialogo e networking e inclusione degli emarginati del "digital divide", il Principe è ciascuno dei partecipanti a questo movimento. Dal punto di vista del potere "esecutiva" ovviamente il principe non potrà essere così parcellizzato in ogni "persona" del movimento e qui le forme di aggregazione sono tutte da sperimentare (Grillo? Social Forum? No global? disobb? Anarchia?). Ma se si vuole pronunciare una posizione politica - se si vuole fondare questa nuova realtà esecutiva - e si deve, bisogna prima caricarsi e mettere alla prova, sviluppare, la suddetta responsabilità sociale (non mi viene altro migliore termine qui).
    è un dialogo, ciao. 28-06-2011 11:51 - Andrea Midoro
  • @ Cosimo. Buono spunto, ma ritengo improbabile questa evoluzione. Si soppravvaluta il peso dei social networks, concentrandosi sulla forma e trascurando i contenuti. E' purtroppo maledettamente facile orientare il pensiero in rete, sia attraverso il bombardamento pilotatto di opinioni di parte (si pagano ascari della tastiera per inondare i blogs, i giornali su rete, etc. con opinioni di comodo), ovvero attraverso la censura tout-court (e' il caso della China, ma anche della Turchia). Il potere sta ancora oggi con chi controlla i media, non con chi li usa. 28-06-2011 10:49 - Ahmed
  • E se le categorie Gramsciane fossero soltanto rovesciate rispetto a come le pensava lui e a come la storia aveva testimoniato?
    E se il Principe come soggetto unico, persona o collettivo(partito) non generasse più il movimento di massa ma accadesse il contrario, cioè che il grande movimento su una base rivendicativa di diritti sociali, libertà, democrazia, uguaglianza desse vita ad un nuovo soggetto politico (il Principe)?
    E se la novità oggi fosse proprio questa? Ai tempi di Gramsci non c'era facebook e c'era bisogno del partito per la formazione della volontà collettiva e per l'egemonia culturale senza la quale c'è solo dominio che prima o poi è destinato a cadere.
    Sono queste nuove forme che sfuggono agli analisti forse scolasticamente abituati a vedere la comunicazione sempre irradiarsi dall'"alto" verso il "basso" e mai al contrario. E se la novità oggi fosse proprio questa che i movimenti si costituiscono in una sorta di partito senza partito ugualmente, se non di più, efficace a partire da una carta dei diritti che attraverso un processo complesso e certamente faticoso si farà sempre più Stato? 28-06-2011 09:27 - Cosimo De Nitto
  • Ottimo articolo, di quelli che solo il Manifesto puo' pubblicate. La finta alternativa tra Regimi autoritari e Muslim Brotherhood (MB) e' solo una lotta tra fazioni diverse della borghesia, che usano le masse come carne da cannone, dopo averle accuratamente lobotomizzate l'una con il consumismo occidentale, l'altra con l'ideologia religiosa che da 14 secoli serve alle elite arabe per attuare un disegno di puro imperialismo. Una volta che le prospettive Socialiste sono scomparse dall'orizzonte virtuale delle masse islamizzate, e' rimasto solo il progetto necrofilo dell'islamismo, molto simile ai deliri fascisti e nazisti degli anni '20 in Europa, in cui si mitizza l'epoca delle grandi conquiste militari della Rashidun Army come epoca di armonia e felicita'. Fu, all'opposto, un'epoca di stragi inenarrabili, saccheggi continui, distruzioni di civilta' straordinarie come quella Egiziana e quella Persiana, annichilimento di culture millenarie di gran lunga piu' raffinate delle dozzinali prescrizioni religiose raffazzonate insieme saccheggiando piu'/o/meno tutti i libri c.d. sacri del Medio-Oriente. Esattamente come durante l'ascesa del nazismo si offre alle masse stritolate dai meccanismi perversi del libersimo l'alternativa della conquista dello "spazio vitale". Siete sfruttati? Non serve lottare per cambiare le strutture produttive e creare societa' piu' giuste: la soluzione sarebbe unirsi per andare ad invadere il vicino e poi il vicino del vicino, perche' la divinita' lo vuole. Una specie di "Got Mit Uns" in salsa islamica, che ha resuscitato un'ideologia assolutamente morta ed inutile, ancorata a superstizioni mediorientali di 2000 anni fa. Un altro elemento importante e' che le societa' sottomesse dall'imperialismo islamico sono storicamente orientate alla guerra ed al commercio, ma non alla produzione. Essendo elite che comandavano, la produzione era a carico dei conquistati, mentre le elite islamiche dominavano i dhimmi (inferiori). Questo rende piu' difficile creare una coscienza di classe e piu' facile per i regimi, ma anche per gli islamisti, manovrare grandi masse di "clientes" ancorati alle regalie delle petrolmonarchie o delle reti di charity religiose. Regalie, non diritti! Purtroppo questa idea che se vi e' poverta' la colpa e' sempre di qualcun altro (i diversi, in questo caso gli infedeli) e' un cancro di tutte le societa' islamizzate. E' un comodo capro espiatorio che fonde disprezzo per i non-musulmani (storicamente tramandato dalla ideologia religiosa) e nazionalismo anti-occidentale, promozionato durante l'era dei Nasser, Sukarno, etc.
    Bravo Daniel ATZORI, analisi cosi' acute sono rare da trovare. 28-06-2011 05:46 - Ahmed
  • complimenti.
    Ottima ricostruzione dei fatti e della loro futura evoluzione. 28-06-2011 00:58 - carlo
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    Bob Lutz è tornato. 80 anni il prossimo 12 febbraio, Robert Anthony “Bob” Lutz non è mai andato via davvero. Viene anzi il sospetto che forse non se ne andrà mai, come quegli highlander celebrati in un fortunato film, destinati a combattere nei secoli con gli spadoni per la loro immortalità. Le spade di Lutz sono le sue amate automobili. 
    7 novembre 2011
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