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Nicola Cipolla
Dopo il no-nuke, è ora di agire
Il disastro atomico giapponese ha contribuito ad accelerare un processo, per me irreversibile nel XXI secolo, di crisi delle energie fossili a favore di un modello basato sulle energie rinnovabili (acqua, vento, sole, biomasse) in tutto il mondo e in particolare in Europa: in Italia con il ripudio del nucleare attraverso il referendum e in Germania con la decisione del governo Merkel, sostenuto da tutte le forze produttive e dai movimenti ambientalisti, di chiudere le centrali atomiche entro il 2020. Questa decisione è stata confermata subito dopo le elezioni del Baden-Württemberg che hanno fatto scomparire dalla scena di quel lander gli alleati di destra della Dc, fortemente ridotta, ed hanno visto il trionfo del Partito Verde che ha già insediato, dopo 60 anni di ininterrotto dominio democristiano, un suo ministro governatore, sostenuto dai socialdemocratici (ed anche di fatto dai socialcomunisti della Linke).
La Germania punta sul verde
Dopo questo risultato, però, la Merkel ha concordato un programma di interventi per sostituire le centrali atomiche già chiuse (9 su 17) e realizzare al 2020 il 35% di energia da fonti rinnovabili (ben oltre il 20% previsto dagli accordi di Kyoto) entro il 2030 il 50% ed arrivare a superare l'85% al 2050.
Questo piano prevede in primo luogo lo sviluppo dell'eolico offshore nel Baltico con finanziamenti di 5 miliardi a favore dei grandi complessi oligopolistici che in gran parte sono gli stessi che hanno gestito le centrali atomiche. Alcuni di questi partecipano al progetto Nordtech per un ancor più gigantesco impianto offshore nel Mar del Nord in collaborazione con la Gran Bretagna e la Norvegia. L'eolico offshore (che si basa su gigantesche turbine di 10 Mw ciascuna) ha già oggi un costo per kw/ora, inferiore a quello delle centrali a gas o a petrolio e può rapidamente, nello spazio di pochi anni, raddoppiare i 27 mila Mw di energia eolica installata oggi in Germania (al primo posto per Kw di energia rinnovabile per abitante).
A favore di impianti di energie rinnovabili promossi sulla terra ferma, da piccole e medie imprese del settore, da aziende agricole, industriali ed artigianali e da privati, viene stanziato un altro miliardo di euro in modo da accrescere anche l'offerta di energia da parte di questi centinaia di migliaia di piccoli produttori non oligopolisti.
In terzo luogo un miliardo e mezzo viene stanziato per sviluppare risparmio energetico negli edifici pubblici e privati. Infine un altro miliardo viene destinato allo studio ed alla produzione sperimentale di autotrasporto elettrico (come è noto il trasporto consuma oggi un terzo di tutta l'energia fossile). Naturalmente viene annunciato anche un intervento pubblico di adeguamento delle reti di trasporto e distribuzione dell'energia elettrica per permettere sempre più l'utilizzazione, a parità di condizioni, delle energie rinnovabili promosse dalla miriade di piccoli produttori.
L'occupazione? Triplica
Attraverso il passaggio dalle energie fossili alle rinnovabili si prevede di triplicare l'occupazione in questo settore che ha già raggiunto le 370 mila unità rispetto alle 80 mila del settore nucleare in via di dismissione. Ma soprattutto, voglio sottolineare, il passaggio da un sistema dominato dalle energie fossili, in gran parte di importazione, alle rinnovabili che derivano dal sole, dal vento, dalla pioggia e dalla utilizzazione delle biomasse prodotte in loco, libera l'economia (e quindi la politica) degli Stati dai pesanti condizionamenti derivanti dalle importazioni soprattutto di petrolio e di metano e i relativi conflitti. E' un progetto che pone la Germania all'avanguardia del mondo occidentale e che contribuisce alla sua attuale fase di sviluppo economico e industriale (oltre il 4% annuo del PIL).
Le occasioni perdute dell'Italia
In Italia le prospettive sono ben diverse dalla Germania malgrado il nostro paese abbia una posizione privilegiata rispetto al resto dell'Europa e soprattutto alla Germania per l'intensità solare, per la presenza, specie attorno alle isole maggiori, di forti venti che permetterebbero impianti offshore di alto rendimento e soprattutto per il fatto che le Alpi e gli Appennini ospitano invasi idroelettrici indispensabili per riequilibrare l'immissione in rete delle energie eolica e solare. Infrastrutture costruite nell'arco di tutto il secolo scorso e già ampiamente ammortizzate anche se sono state frazionate attraverso il processo di privatizzazione dell'Enel.
Queste condizioni favorevoli, dopo l'adozione in Italia, con un decennio di ritardo rispetto alla Germania, delle misure incentivanti del Conto Energia, hanno determinato negli ultimi anni uno sviluppo impetuoso delle energie rinnovabili bloccato dal governo Berlusconi e da successivi provvedimenti bipartisan.
A seguito di un processo (sbagliato) di privatizzazione e «liberalizzazione» promosso dai governi Amato, Ciampi e Prodi, una parte del capitale dell'Enel e l'Eni è stata venduta sul mercato e la loro missione è diventata quella di ottenere il massimo profitto possibile per gli azionisti. Con la cosiddetta liberalizzazione l'Enel non può più superare il 50% della produzione ed è quindi stato costretto a cedere a gruppi privati gli impianti eccedenti questo limite. Questi si sono impegnati, anche sulla spinta del metano dell'Eni, a costruire modernissimi impianti a ciclo combinato al di là di ogni possibile capacità di assorbimento da parte del mercato elettrico nazionale (56 mila Mw il picco di domanda e 75 mila Mw la potenza installata finora).
Traparenza zero
L'Enel ha trasferito all'estero il ricavato delle vendite delle centrali in esubero e si è anche indebitato per acquistare alcune centrali atomiche in Slovacchia (tecnologia Chernobyl) e partecipa, in posizione subordinata, alla costruzione di una centrale atomica in Francia che, però, sta subendo ritardi enormi e quindi aumenti di costo. Il processo di «liberalizzazione» ha creato un'alleanza oligopolistica di fatto tra l'Enel e i nuovi produttori interessati entrambi a mantenere alti i prezzi al consumo dell'energia elettrica in Italia che, difatti, a causa prevalentemente di questo accordo, superano di molto (30%) quelli dei concorrenti europei (il prezzo di vendita non corrisponde ai costi di un sistema elettrico in cui una parte notevole, 17%, è assicurata dagli impianti idroelettrici costruiti nel secolo scorso e abbondantemente ammortizzati e da impianti modernissimi a ciclo combinato che dovrebbero, se pienamente utilizzati, fornire l'energia a costi molto bassi rispetto alla stessa Europa. Ma in un mercato oligopolistico il prezzo non tende al costo di produzione ma viene determinato, appunto, dalla volontà dei produttori).
Lo sviluppo impetuoso delle energie rinnovabili ha creato anche una difficoltà per la rete ad alta tensione gestita da Terna. Questa rete creata per ricevere energia da poche grosse centrali ad olio combustibile, a carbone e, soprattutto, negli ultimi tempi, a metano, si è rivelata incapace di assorbire anche lo sviluppo impetuoso delle energie solare ed eolica proveniente da una miriade di piccoli e medi produttori, con il risultato di realizzare strozzature gravissime. La direzione di Terna ha, negli ultimi tempi, cercato di ovviare a questa difficoltà proponendo impianti di «ripompaggio idroelettrico» che servissero ad accumulare energia del sole e del vento nelle ore di maggiore intensità per distribuirla nell'arco della giornata. Contro questa proposta, limitata e tardiva, di Terna si è levata un'opposizione clamorosa dell'Enel e delle società che hanno acquisito i suoi impianti dismessi e costruito i nuovi impianti a ciclo integrale ancora per nulla ammortizzati. Le forze politiche governative ed anche l'opposizione di Bersani e del Pd, responsabili storici dei processi di «privatizzazione» e «liberalizzazione», hanno concordato misure di blocco e di attenuazione dello sviluppo delle energie rinnovabili nel nostro paese, a cominciare dall'eolico cioè dell'energia alternativa più concorrenziale, già oggi, con le energie fossili.
«Passata la festa gabbato lo santo»: il dibattito politico viene centrato su altri argomenti e, dispiace dirlo, persino l'Idv, che ha avuto il merito di avere raccolto le firme per il referendum nucleare, presenta un piano economico che prescinde dal ruolo essenziale (come in Germania) dell'apporto delle energie rinnovabili ad ogni programma di sviluppo e di risanamento economico.
Il referendum è solo l'inizio
Per non disperdere il grande significato del voto del 12 e 13 giugno, contro il nucleare e per l'acqua pubblica, il movimento ambientalista e le forze che lo sostengono devono avere in Italia un atteggiamento analogo a quello della sinistra socialdemocratica, e comunista e soprattutto dei Verdi tedeschi.
Intanto bisogna bloccare la costruzione di nuove centrali a carbone o a gas metano ed anche dei rigassificatori (dal punto di vista ambientale il trasporto del gas liquefatto a meno 160° produce danni maggiori dello stesso carbon fossile in materia di emissioni di CO2 visto che un terzo del gas trasportato viene consumato in questa fase e occorre anche programmare lo smantellamento degli impianti più inquinanti che bruciano residui della raffinazione del petrolio). Bisogna assumere un atteggiamento positivo nei confronti degli impianti eolici offshore nei mari del sud e nelle isole del nostro paese ed anche sulla terra ferma.
Entro pochi mesi occorre, attraverso una serie di iniziative aperte a tutto il movimento ed alle forze sociali e politiche interessate, individuare obiettivi e suscitare mobilitazioni per avviare un processo di trasformazione energetica ed ambientale che certamente produrrà anche un cambiamento in senso pacifico e democratico dell'economia e della società italiana.
Il 12 giugno: «ce n'est que un debiut, il faut continuer le combat».
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Il grave danno è stato ideologizzare in modo sproporzionato e sbagliato il referendum. 08-07-2011 11:45 - DimBac
Che tutto producono fuorchè energia tanto meno posti di lavoro.. 08-07-2011 11:36 - Piero Iannelli
Prendere in esame il fattore energetico (compreso il risparmio energetico) mi pare quanto mai urgente.
Direi anzi che dovrebbe essere alla base - con il fattore lavoro - della costruzione di un nuovo modello di società.
Produrre cosa, come e con che cosa.
Ed è una grande sfida per la Sinistra che ancora non c'è (o solo in piccola parte).
Invece di perdersi in diatribe di clan, in giochi di alleanze (con veti incrociati), personalismi, ciance e atti interni al mondo della politica politicante.
Partiamo da questo. In effetti "ce n'est qu'un début".
P.S.: in una democrazia più o meno decente, magari uno come Bersani (o Prodi stesso) potrebbe replicare a quanto avanzato da Nicola Cipolla. 08-07-2011 09:38 - Spartacus
Un mondo solare ci metterà in fabbrica in estate e ci manda in vacanza d'inverno.
Vi immaginate,quando vinceranno i compagni e gli ecologisti;stiamo preparandoci per andare al mare a prendere il sole e il capo officina ci chiama e dice che oggi c'è tanta energia da far funzionare tutti i macchinari.Addio ombellone e pomatina solare che andiamo mogi mogi in fabbrica!
Mentre i deputati verdi staranno sulle spiagge solitarie a fare il bagno nudi insieme a Vendola.
Sai che rabbia per noi operai....
Ma a parte i scherzi,quel giorno dovremmo distruggere tutte le fabbriche e imporre il lavoro all'aria aperta.
In Germania ci stanno pensando e stanno preparando le nuove catene dell'Opel,sul piazzale,sotto delle vetrate e con 5 minuti di sdraia e piscina ogni ora lavorata!
Questo si che si può discutere...! 07-07-2011 19:40 - marianimaurizio