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Guglielmo Ragozzino
Beni comuni in vendita
La manovra in parlamento sarà immediata; questo è il momento delle decisioni irrevocabili, come si diceva una volta. Sotto le bombe - Moody's e compagni che tirano alle banche italiane mentre è Giulio Tremonti, alle spalle dell'onorevole Milanese, l'anatra zoppa - si è formata da noi un'Unione sacra che solo la misurata retorica del presidente chiama «coesione». L'opposizione si è liquefatta, affidandosi a una di quelle parole dal suono magico: tregua.
«Ecco come arrivare al pareggio subito». Il Sole 24Ore (Roberto Perotti e Luigi Zingales) ha titolato così un editoriale dal soave occhiello: «Decalogo draconiano». Confindustria e governo vi hanno attinto largamente, o forse lo hanno largamente ispirato. Se al primo punto del decalogo sono indicate le privatizzazioni delle imprese pubbliche rimaste, o per meglio dire la vendita dei pacchetti azionari detenuti in nome del Tesoro dalla Cassa dei depositi e prestiti; se al secondo compare l'eliminazione delle Fondazioni bancarie, è il terzo che conta davvero. Vi è intimata la privatizzazione delle municipalizzate, le imprese che gestiscono nelle città i trasporti, l'acqua, l'elettricità, i rifiuti. Tremonti lo ribadisce ai banchieri riuniti in assemblea, escludendo il caso dell'acqua, ormai protetta dal risultato referendario del mese scorso. Sostiene Tremonti: gli enti locali saranno spinti a vendere «attraverso un sistema di incentivi e disincentivi». Detto altrimenti, chi si adegua e vende i beni comunali riceverà i contributi dello stato, che mancheranno invece ai sindaci riottosi.
E' facile notare che un simile comando è tipico di uno stato centralista che vuole eliminare ogni forma di autonomia locale. La misura riporta l'intero quadro politico indietro di decine di anni, agli albori della prima repubblica, con buona pace del federalismo proclamato ogni due giorni. Un secondo aspetto è che lo stato centrale - il governo di concerto con l'opposizione - in questo modo di fatto s'impadronisce di beni e attività che non sono suoi, privandone i comuni e gli abitanti. Sono beni comuni che lo stato, con il ricatto, costringe a vendere, per contenere i propri debiti, impietosire la finanza internazionale e mostrare la propria modernità.
Inoltre la cessione di attività decisive come i trasporti urbani mette le città alla mercé dei fondi e delle banche che hanno anticipato i mutui necessari agli investimenti. Infine, chi garantirà il servizio già pubblico? Se il fondo straniero, nuovo proprietario della rete tranviaria, dovrà scegliere tra maggiori profitti e migliori vetture, come si comporterà? Siamo sicuri della continuazione del servizio notturno? Chi avrà davvero la forza di imporre regole al nuovo proprietario, potente, di nazionalità indefinita, che opporrà sempre i diritti superiori del capitale?
I giorni dell'attacco finanziario all'Italia sono ormai alle spalle. Qualcuno è convinto che il paese abbia retto, tanto che l'attacco è stato respinto. A ben vedere la finanza internazionale ha inferto un colpo alla straordinaria Italia dei referendum. Primo paese del capitalismo avanzato, l'Italia si era mostrata capace di ribellarsi e di scegliere la via dei beni comuni, della democrazia partecipata, del rifiuto al nucleare. Era un colpo intollerabile per coloro che si considerano i padroni del mondo: andava subito cancellato. Occorreva un segnale forte, valido per tutti, in Europa e fuori: nessuna libertà a chi si oppone. Il segnale è arrivato: i beni comuni delle città italiane sono in vendita.
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Io non adotterei la chiave di lettura "Beni comuni in vendita" per parlare di "privatizzazioni delle imprese pubbliche rimaste, o [...] vendita dei pacchetti azionari detenuti in nome del Tesoro dalla Cassa dei depositi e prestiti o [...] eliminazione delle Fondazioni bancarie" e finalmente dell'"intimata privatizzazione delle municipalizzate, le imprese che gestiscono nelle città i trasporti, l'acqua, l'elettricità, i rifiuti."
Tutto questo non ha niente a che fare coi "commons": è solo finanza pubblica. Più o meno buona: ma questo è. E, come ho scritto in calce a Viale, se crediamo che non sia buona dovremmo essere in grado di contrapporre ai conti di Zingales e Perotti dei conti "a contrario", con cui riuscire o a dimostrare che i tagli suggeriti da Z&P portano al disastro, oppure a individuare degli altri rimedi, altrettanto efficaci ma meno drastici: magari, sulla scorta del buon vecchio principio empirico per cui un cavallo morto non serve più a nulla.
Pretendere, invece, di far rientrare tutto sotto l'ombrello dei "commons", secondo me, non fa che annacquare il concetto. Un concetto, per inciso, senz'altro dotato di una sua utilità euristica: ma al quale starei attento ad attribuire la capacità di poter fare i miracoli.
Ricordo male, infatti, o quel Garrett Hardin che nel 1968, con "The Tragedy of the Commons" (l'articolo da cui ha preso avvio tutta la scuola di pensiero sui "beni comuni") avanzò per primo l'ipotesi che lo sfruttamento totalmente incontrollato ed indiscriminato dei c.d. "Commons" potesse condurre, alla lunga, ad un peggioramento delle condizioni per tutti gli utilizzatori, poi suggeriva di uscire dalla "tragedia" con una soluzione del tipo "enclosures / proprietà privata"?
Voi invece avete deciso di aderire alla teoria secondo cui se ne può uscire con un regime di sostanziale "collettivizzazione comuni(tari)sta", in cui la comunità viene chiamata a prendersi direttamente cura e responsabilità dei "beni comuni" rilevanti per la sua sopravvivenza.
Benissimo. Ma quando cominceremo a poter vedere qualche ipotesi "concreta"? Oppure, stiamo parlando di nient'altro che una riedizione, riveduta e corretta, della vecchia retorica "altermondialista", completa di tutte le vaghezze, le fumosità e le utopie del caso, e buttata sul tavolo giusto per sollevare un altro po' di nebbia e di fumo, in attesa che un qualche tipo di miracolo si compia da sé? ;) 16-07-2011 19:41 - Harken
Parlava del programma di vigilanza che COSTRINGE gli Stati a presentare e i loro programmi economici,incluse le linee generali dei loro conti nazionali,alla Commissione Europea e al Consiglio,PRIMA di sottoporli al dibattito dei parlamentari nazionali.
Ossia parlava dei tre patti:
patto di stabilita e crescita
patto per la riforma strutturale
patto per l euro
gioielli del liberismo piu sfrenato che si vuole imporre alla popolazione europea senza nemmeno dare nell occhio.
scrive l europarlamentare Willy Mayer("Publico" Madrid 26 giugno 2011) E un golpe di Stato.Da Bruxelles si vuole smantellare lo stato sociale europeo e uniformare i criteri per dare l assalto ai salari tramite la flessibilita e la distruzione dei contratti collettivi,ridurre drasticamente la funzione pubblica sia come numero di addetti che come retribuzioni,aumentare l eta pensionabile,privatizzare il sistema pensionistico e concludere il processo di progressivo smantellamento dei servizi pubblici. 15-07-2011 09:33 - sara
G.
http://www.tdg.ch/actu/suisse/evasion-fiscale-grece-souhaite-negocier-suisse-2011-07-14 14-07-2011 20:54 - Giacomo
Siccome gli ultimi contano poco o nulla le linee guida vengono fatte propio dagli opinion leader che guarda caso appartengono all'intruglio borghese per cui loro si aspettano lapalissianamente che i nulla li seguano volenti o dolenti e ovviamnte antepongono le loro necessità a quelle della massa che sovende si divide in prò e contro finendo con il favorire il giuoco dell'espropriazione dei diritti duramente conquistati nel tempo e sovente con il sangue.
Che differenza c'è infatti in una manovra di dx o di sx quando si danno da fare per assecondare le agenzie di rating e la pancia della borsa fregandosene dei rappresentati?
Com'è andata con i privilegi in manovra, e con i condoni?
E poi qualcuno richiama all'unità, ai sacrifici, alla responsabilità, ma non è che lo fà solo per garantirsi la costanza degli agi acquisiti? 14-07-2011 19:51 - Gromyko