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COMMENTO
27/07/2011
  •   |   Maurizio Matteuzzi
    Il clamoroso fiasco della Nato (e dell'Italia)

    Afghanistan e Libia, guerre inutili e costose che il senato ha rifinanziato ieri. Guerre ipocrite («non siamo in guerra») di cui, al di là delle vaghe exit strategies di volta in volta annunciate, non si vede via d'uscita. Come tutte le guerre, facili da cominciare, difficili da finire.
    E se la guerra in Afghanistan dopo dieci anni - già più lunga di quella del Vietnam - presenta un esito molto incerto, per usare un eufemismo, con i taleban passati per forza di cose dal ruolo di nemici da distruggere a quello di interlocutori ineludibili, la guerra di Libia dopo cinque mesi, qualunque sia il suo sbocco finale, costituisce senza tema di smentite un fallimento colossale della Nato. Della Nato e dei principali componenti della coalizione dei volenterosi che, trincerati dietro il pretesto umanitario della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza - «proteggere i civili» -, si sono buttati a corpo morto in un'avventura dall'inconfondbile tanfo neo-coloniale, per giocarsi sul terreno facile dei diritti umani, della libertà, della democrazia, della primavera araba, il nuovo assetto del petrolio libico.
    Parzialmente defilati gli Stati uniti di Obama (vorrei ma non posso), che ha già troppe gatte da pelare per lanciarsi in una terza guerra contro un paese islamico e potrebbe perfino trarre vantaggi concreti nel prossimo futuro da questa sua posizione di rincalzo, chi sta portando il peso del fiasco sono le più sguaiate fra le ballerine della prima fila e della prima ora - la Francia di Sarkozy e l'Inghilterra di Cameron - e la terza, la più goffa, che avrebbe voluto essere allo stesso tempo in prima fila e dietro le quinte, l'Italia dei Berlusconi e dei Frattini ma, purtroppo, anche del presidente Napolitano.


    Più che una guerra umanitaria quella di Francia e Inghilterra rimanda irresistibilmente all'avventura del '56 contro l'Egitto di Nasser.
    Sarkozy aveva bisogno di farsi perdonare le liaisons dangereuses sue e dei suoi ministri con il tunisino Ben Ali; Cameron aveva bisogno di farsi perdonare l'addestramento da parte delle Sas britanniche della forze speciali saudite - rivelato dall'Observer - impegnate a reprimere le pericolose donne al volante per le strade di Riyadh ma soprattutto le proteste democratiche nel Bahrein, un link difficile da conciliare con il conclamato sostegno alle primavere arabe.
    Berlusconi era riluttante, sia per decenza dopo i recenti baciamano a Gheddafi sia per business dopo gli accordi sostanziosi, sia per i trascorsi dell'Italia, con tanto di gas e campi di sterminio, sulla quarta sponda. Ma poi ha subito ceduto, comprendosi dietro la foglia di fico del Consiglio di sicurezza, di cui la Nato sembra diventata l'agenzia militare.
    Tutti sembravano o volevano far credere che la campagna libica fosse un capitolo facile e trionfale della primavera araba che in Tunisia e Egitto aveva spazzato via vecchi residuati bellici; che anche Gheddafi sarebbe stato cancellato in due-e-due-quattro dall'ondata «democratica» levatasi dall'indocile Cirenaica. Nessuno dubitava che in Libia sarebbe tutto finito presto e bene. Nessun dubbio, neanche quando i servizi francesi, dopo una visita a Bengasi e Tripoli, scrivevano, con qualche sorpresa, che la rivolta libica «non è né democratica né spontanea»; neanche quando si scoprì che i principali personaggi del Consiglio nazionale transitorio di Bengasi, ormai riconosciuti quasi unanimemente come il «governo legittimo della nuova Libia» erano o vecchi arnesi riciclati del gheddafismo, citati più volte da Amnesty, o esponenti di quel radicalismo islamico che Gheddafi aveva schiacciato con i suoi metodi spicci e che l'occidente vede come il cancro.


    Quattro o cinque mesi di bombardamenti a tappeto su Tripoli, nella speranza di beccare finalmente Gheddafi e risolvere il problema alla radice (e senza curarsi troppo delle vittime civili di parte tripolina: «tragici errori», «effetti collaterali», come in Serbia). Quotidiani proclami del segretario Nato Rasmussen e del frivolo Frattini ad assicurare che «Gheddafi è finito», «il cerchio si stringe», «è questione di giorni». La finta di non vedere che gli insorti di Bengasi da soli non ce la faranno mai, che la guerra è impantanata, che - piaccio o no - Gheddafi non è solo repressione brutale ma ha, ancora, un seguito sociale, probabilmente alimentato dalla campagna aerea dei «crociati» che risveglia nei libici ricordi mai cancellati. La stupidaggine del procuratore della Corte penale internazionale, l'argentino Moreno Ocampo, di chiedere un mandato di arresto per Gheddafi, così di precludere in pratica qualsiasi ipotesi di soluzione negoziata. I patetici annunci degli insorti sull'imminenza della spallata finale per «liberare» Tripoli. La sufficienza per gli sforzi dell'Unione africana (e della Turchia) impegnata nella ricerca di una soluzione negoziata, la scarsa o nulla considerazione per le riserve esplicite di Russia e Cina sull'interpretazione «estensiva» data dall'occidente alla risoluzione Onu. Ora Sarkozy, Cameron, Rasmussen, Hillary e Frattini non sanno più che pesci pigliare. O decidono di scendere a terra con le truppe e mandare «the boots on the ground», ipotesi proibita dalla risoluzione Onu e sconsigliabile vista la piega presa dalle cose, o devono trovare una soluzione che salvi la faccia.


    Difficile, però, a questo punto. Dopo aver detto e ripetuto, ogni giorno, che Gheddafi se ne deve andare dal potere e dalla Libia, che deve finire in ceppi alla Cpi dell'Aja, adesso dicono di aver affidato al mediatore Onu al Khatib, un giordano, l'incarico di presentare a Gheddafi un piano che prevede cessate-il-fuoco, un governo di transizione paritario (senza Gheddafi), un processo di riconciliazione, elezioni di una costituente, una costituzione. Ma con due novità, enormi: una, che non ci sarebbe più la condizione previa, sine qua non, di un Gheddafi fuori dal potere e che la sua uscita di scena dovrebbe essere parte del processo negoziale; due, che nessuno si opporrebbe più a quello a cui si sono opposti fino a ieri: che Gheddafi e figli possano restare in Libia una volta concluso il processo. Un percorso molto accidentato. Ma l'unico percorribile. Perché né la Nato né, tantomeno, gli insorti, mostrano di potercela fare.
    Qualunque sia l'epilogo, il fallimento della Nato resta, clamoroso. E resta il discorso, ancora tutto da fare, sulle primavere arabe. Se e quanto hanno vinto, chi e come le hanno ingabbiate.


I COMMENTI:
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  • hanno affossato la lungimirante legge sull'omofobia (che sarebbe andata ad integrare la legge Mancino) per rifinanziare la sconcezza delle loro guerre spettacolo. Poi ci scandalizziamo per Borghezio.

    Breivik è un epicentro simbolico della postpolitica: Maschio, Bianco e Occidentale, nucleo identitario del l'universalismo astratto illuminista. Gli ideali della circolazione, libertè ed egalitè, non hanno più il sostegno del valore, causa crisi assoluta del lavoro. La guerra e l'emarginazione definitiva di interee aree del pianeta dal mercato mondiale non trovano soluzione nella sola accoglienza, cioè nell'inclusione nel sistema del reddito, ma al contrario col superamento di questo.

    Consisterebbe proprio in questo superamento, superamento dello scambio di merci, il comunismo. Con la fiducia nell'orientamento critico dell'agire di un contro-movimento sociale. E sennò aspettiamo la pappetta dalla tv, dai partiti e dai sindacati, ormai keynesianamente dediti a orientare i risultati delle partite di calcio per stornarci la procura (tasse) delle masse scommettitrici, omofobiche e madonnare, le quali in ogni caso non sono onerose come invece lo è l'istruzione.

    <<Un puntata, una ancora e poi smetto>>.

    E' il calcio che è malato o la condizione che ha bisogno di illusioni? Il gioco del calcio è il prodotto di scarto di un sistema speculativo che esula dal gioco sul prato. Si potrebbe affermare che lo scommettitore medio può benissimo non sapere che la palla è rotonda. 27-07-2011 16:24 - Acci&Filtro
  • Destra e sinistra, vergognatevi per questa guerre! 27-07-2011 14:36 - Rai
  • Sono stati spesi 5 miliardi di Euro in tutto.
    500 milioni a carico dell'Italia. 27-07-2011 13:37 - Francesco
  • Ottimo articolo.
    Rimane la tragedia non solo della guerra di cui pochi hanno il coraggio di parlare, ma anche quella delle societa' "civili", che sono state indotte attraverso propaganda, mancanza di leadership, e semplicemente opportunismo a credere che questa fosse una guerra giusta, una guerra per la democrazia. Come se ci fossero guerre di aggressione giuste. 27-07-2011 13:31 - Murmillus
  • Finalmente qualcuno fa un bilancio della guerra!
    Quanto è costata la guerra in Libia?
    Quanti frutti ha dato la guerra libica?
    Sono ormai mesi che stiamo spendendo i nostri risparmi per andare a presso al ministro La Russa e a quell'altro che sta alla Farnesina.Non voglio fare il nome del nano e di quell'altro beccamorto padano,perche,sappiamo tutti che non volevano la guerra e anzi avevano già baciato le mani del puzzone libico.
    Ma come Mussolini con Hitler,bisognava andare a patti con gli "alleati".
    Da una parte mani tese e passi d'oca,dall'altra invece trattative per non andare sotto i partigiani.
    Berlusconi e come Mussolini e come Mussolini ha perso la Libia e anche la fiducia degli alleati!
    Eppure si sono buttati tutti in questa guerra!
    Risultato.
    00 e palla al centro! 27-07-2011 12:33 - maurizio mariani
  • La violenza o la semplice sopraffazione si fa strada nel cuore del popolo:
    quando ci si oppone alla TAV, quando si impone alla maggioranza contraria il
    golpe della immigrazione di massa. O quando gli si vuole imporre al popolo TAV o
    ponti fascisti o finanza megalomane ai danni delle pensioni. Da qui a
    contemplare la opzione bellica per aiutare l' Africa e le nostre martoriate
    tasche, il passo e' breve.

    Il pianeta ha fatto troppi bambini in sempre piu' conflitti la parola passera'
    ai cannoni. È la nostra natura senza educazione alla disincentivazione delle
    nascite non ci potremo fare proprio niente, tanto vale risparmiarci il pacifismo
    da coccodrilli. 27-07-2011 11:44 - bozo4
  • Per onesta intellettuale bisogna riconoscere che sulla vicenda Libica,c'è una palese quanto incomprensibile complicità di larga parte della sinistra,e di suoi autorevoli(?)esponenti(come testimoniano numerosi articoli apparsi sul manifesto),che avvallano la balle che ci raccontano i media filo-NATO.cosa che non fanno neanche i credenti di professione come Famiglia cristiana(consultare gli articoli"LA MADRE DI TUTTE LE BUGIE""E SE FOSSE TUTTO FALSO"14-6 2011 famiglia cristiana.it)su questa palese complicità SAMIR AMIN dice:SI PUO SOLO DEPLORARE CHE LA SINISTRA EUROPEA,ANCHE QUELLA RADICALE,ABBIA SMESSO DI CAPIRE COSA SIA L'IMPERIALISMO.(SAMIR AMIN la pimavera araba).
    SALUTI ANTICAPITALISTI luigi 27-07-2011 11:39 - luigi guasco
  • Perche non ci vanno loro al fronte? 27-07-2011 11:32 - niko-nike1@hotmail.it
  • Siete un po' in ritardo sui tempi, ma meglio tardi che mai.Il "frivolo" di Frattini mi e' piaciuto.Il nostro garante della Santa Costituzione pero' meritava qualche attenzione in piu'. 27-07-2011 11:19 - Ras-Putin
  • Scusate,ma un poveretto che vuole tenersi informato dei fatti del mondo e rimanere impegnato socialmente e politicamente, dopo una rafficata di pessimismo simile, che cosa deve fare? Cioè, voi predicate tanto contro il consumismo, l'indifferenza, l'edonismo individualista, l'egoismo e l'ipocrisia, poi sulla situazione libica presentate ai vostri lettori un simile piatto catastrofico? Ma allora io preferisco farmi i cazzi miei, cioè occuparmi delle cose che mi piacciono di più, vedi il cinema, la fantascienza, i fumetti e le gite enogastronomiche fuori porta. Se va tutto alla malora e nemmeno la NATO risce a combinare nulla per rimediare ai mali del mondo,allora perchè preoccuparsi? Meglio spassarsela fin che si può. Dopotutto si vive una volta sola, no ? 27-07-2011 11:14 - giianni
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