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Roberto Musacchio
Cambiare strada per un’altra Europa
Ma come è possibile che un’impresa considerata da tutti storica come quella dell’adozione dell’euro si accompagni a una crisi economica e sociale dell’Europa e a un malessere degli europei della portata di quella che stiamo vivendo? Una crisi che peraltro appare sempre più avvitata su se stessa e impermeabile alle cure da cavallo che vengono somministrate. La domanda va posta senza sconti e senza tabù perché, a sinistra in particolare, non c’è più spazio per soluzioni conservative (e conservatrici) di continuità.
La riflessione proposta da Latouche su come la moneta possa essere un buon servitore ma sia sicuramente un pessimo padrone, non può essere confutata con un’alzata di spalle. Anche perché gli interrogativi sulle magnifiche sorti e progressive della moneta unica sono molti e fattuali. Dico subito che non sono, a differenza di Latouche per l’uscita, neanche parziale, dall’euro. Sono però convinto che la strada per trasformare il cattivo padrone in buon servitore richieda un ripensamento profondo. È necessario perciò rispondere alle falsificazioni che gli adoratori dell’euro hanno incontrato sulla loro strada. Non da ultimo la diversa capacità di risposta al rischio default di due paesi agli estremi dell’Europa come la Grecia e l’Islanda, uno nell’euro e uno fuori, uno coperto dall’ombrello Ue e l’altro no. Naturalmente l’Islanda è veramente piccolissima, ma ha mostrato una capacità e una possibilità creative sconosciute al gigante Ue. Né il gigante Ue si mostra capace di reggere il confronto con altre realtà di peso analogo sia pure di diversa natura, che vanno dalla Cina, agli Usa, all’America Latina, a quelle saudite, tutte più flessibili comprese il monolite asiatico. Ma alle falsificazioni che vengono dal confronto con gli altri continenti della globalizzazione si possono e si debbono accompagnare quelle che riguardano la logica interna alla costruzione della Ue.
Le due falsificazioni maggiori riguardano due autentici pilastri dell’edificazione comunitaria.
La prima concerne l’assioma che la moneta unica avrebbe favorito l’unificazione politica: “dall’unione monetaria nascerà l’unione politica”, si è detto. Non è stato così. O meglio: l’unione politica che è seguita a questa unione monetaria è del tutto servile a essa e, di fatto, produce forti spinte alla “morte della politica” (e della democrazia) e alla tecnocratizzazione, questa sì forte, delle scelte, peraltro obbligate. La seconda concerne l’idea che la moneta unica avrebbe favorito la crescita e, di conseguenza, la tenuta sociale che veniva, appunto, affidata alla crescita stessa. Basta vedere il consuntivo, fallimentare, della cosiddetta strategia di Lisbona, per avere confermata la falsificazione. I valori qualitativi e quantitativi dell’Europa sono tutti in negativo. E per giunta anche il coefficiente armonizzazione è in rosso in quanto ogni realtà europea ha mantenuto le proprie peculiarità socioeconomiche (modelli importativi-esportativi, mercati del lavoro regolati o selvaggi, welfare universalistici o corporativi ecc.) per di più in via peggiorativa. Il che ci consegna in accompagno al quadro tecnocratico, l’egemonismo statuale tedesco.
Ora, si può anche dire che la scelta giusta dell’euro sia stata contraddetta dalle politiche liberiste che hanno predominato, e predominano, in questo ciclo lungo che ha segnato i trenta anni gloriosi. Ma questo rischia di rimuovere un dato fondamentale della realtà. Una parte non secondaria di questa costruzione è stata appannaggio anche delle forze della cosiddetta terza via che ha egemonizzato per una lunga stagione il socialismo europeo. Per giunta con qualche propaggine antecedente che possiamo ritrovare ripercorrendo i passaggi che dal libro bianco di Delors portano alla strategia di Lisbona.
L’Europa che consegna il proprio futuro alla forza dell’euro come motore di una crescita affidata alle liberalizzazioni economiche e del mercato del lavoro, fiduciosa degli effetti benefici della globalizzazione è anche quella che si edifica in presenza di tredici governi su quindici a guida centro-sinistra e con importanti istituzioni della globalizzazione gestite da socialisti europei. Francamente, seppure si vede un tentativo di emanciparsi da quella terza via blairiana, si fatica a vedere un riposizionamento all’altezza. Che deve riguardare la costruzione europea ma anche il suo nesso con la globalizzazione. È sempre lì il nodo, la globalizzazione. È ineluttabile come le stagioni come continuano a sostenere socialisti e democratici europei e, meno, nord americani? O va sottoposta a una critica radicale come hanno fatto i movimenti altermondialisti e, sul campo, i governi latino-americani? Ma cosa significa criticare a fondo la globalizzazione? Almeno quattro cose. Contrastare i processi di finanziarizzazione, che tendono a rendere i mercati un potere castale, intoccabile, e le crisi un loro strumento permanente. C’è in questa critica anche la necessità di riflettere sull’abuso della moneta, buon servitore e pessimo padrone, fino a ragionare sull’esigenza di limitare il suo strapotere anche promuovendo forme di economia a scambio diretto come si sta riflettendo in America Latina e nello stesso Banco Sur. Contrastare i processi di svalorizzazione del lavoro, che hanno una dimensione globale e dunque a tale livello vanno affrontati, provando a ricostruire una coalizione mondiale del lavoro che si misuri nella lotta alla precarizzazione e al lavoro neo servile che vive in particolare nella dimensione dei migranti. Combattere i processi di mercificazione e sussunzione dell’ambiente e della vita.
La teoria dei beni comuni è straordinariamente importante per uscire anche da un altro pantano in cui si è infilato il progressismo mondiale quando sposò con la teoria dello sviluppo sostenibile anche l’idea che fossero il denaro e il mercato a governare la scarsità. Da ultimo misurarsi sul serio con quel vero e proprio ripensamento della modernità che è l’evidenza dei limiti ambientali e che, nella marcescenza del capitalismo, ci porta a vivere, cito ancora Latouche, in una società della crescita senza crescita. È questo cambio di paradigma che serve per ripensare l’Europa. Quell’Europa che lungi dall’essere un’avventura di civiltà come scriveva Baumann, si sta trasformando in un incubo che fa indignare. Un’altra Europa, per un’altra globalizzazione, è quella che combatte, a partire da sé, la finanziarizzazione e il dominio della moneta, ponendo fine all’idolatrismo della Bce, che va radicalmente riformata da padrona a buon servitore della democrazia. Per fare dell’euro uno strumento a disposizione di ciò che i cittadini europei decidono di essere e che trova sanzione in nuove sedi di democrazia europea. Un parlamento che assuma lui le funzione legislative dirette; partiti, sindacati e movimenti che si organizzano su scala continentale; con una vera costituzione a sancirlo.
Naturalmente strumenti democratici sono connessi a nuove politiche. E penso a tre questioni che danno subito il senso di un cambio di rotta. Un reddito di base garantito in tutta l’Unione per ridare centralità all’autosufficienza e alla dignità delle persone contro la resa in schiavitù determinata dalla precarizzazione e dalla finanziarizzazione. Un reddito di base che combatta il dumping salariale che si esercita dal basso ma anche dall’alto, con la produttività tedesca che va a sostegno delle esportazioni e non della redistribuzione. Una economia e una statuto dei beni comuni, a partire dall’acqua, su cui si impegni direttamente la politica comunitaria e che sia alla base della costruzione di un nuovo modello europeo armonizzato e anche di forme di economia demercantilizzate. Il riconoscimento del diritto alla mobilità e alla cittadinanza dei migranti, nel doppio valore di ricostruzione di un riconoscimento della dignità del lavoro ora costretto in forme di caporalato globale e di cooperazione per una globalizzazione di pace, a partire dal Mediterraneo e dalle sue rivoluzioni che, purtroppo, trovano oggi un’Europa che ripropone le stesse cattive politiche che faceva con i vecchi dittatori. Non a caso sono i temi su cui si sta provando a realizzare le cosiddette iniziative dei cittadini europei, con la raccolta di un milione di firme in almeno sette paesi. Tante altre sono le cose che concretamente si possono fare, come dar corso sul serio alle politiche climatiche, ma il tema vero è cambiare alla radice il modo di vedere le cose per uscire dal pantano in cui, come dimostrano anche le cronache italiane di queste ore, stiamo affondando.
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