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Piero Bevilacqua
Una crisi senza classe
Almeno due fenomeni, distinti fra loro, ma fortemente correlati, sgomentano oggi chiunque osservi la turbolenta scena dell'economia e della finanza. Una scena che ormai fa del presente disordine mondiale il nostro pasto mediatico quotidiano. Il primo riguarda lo stolido e pervicace conformismo con cui banche centrali, governi, partiti, economisti, continuano a trovare «soluzioni alla crisi» riproponendo le usurate ricette che hanno l'hanno generato, e ora resa potenzialmente catastrofica.
La seconda riguarda la rapidità con cui la violenza di alcuni potentati finanziari internazionali si trasforma in uno stato di necessità, accettato dai gruppi dirigenti dei vari Paesi come una inaggirabile calamità naturale. La minaccia di declassamento del debito viene vissuta come l'arrivo di un ciclone a cui si può rispondere solo chiedendo ai cittadini di rinserrarsi nelle proprie case. La cultura che non vede altra strada alle difficoltà presenti se non il vecchio e battuto sentiero, è la medesima che, in poco tempo, ha trasformato in senso comune l'impensabile. Uno Stato oggi può perdere la propria sovranità, come ad esempio accade alla Grecia (e accade in parte anche a noi) non per l'invasione di un esercito straniero, ma per il proprio debito pubblico. La ricchezza, il patrimonio artistico, la cultura, il territorio, il frutto di millenni di storia di un popolo può essere saccheggiato e spartito da predoni in giacca e cravatta che siedono dietro una scrivania a migliaia di km di distanza.
È una novità storica di devastante violenza, eppure la stampa e gli esperti, con tono impassibile, fanno già l'elenco dei beni da privatizzare, dalle isole al Partenone. Quel che pochi considerano è che quel debito è frutto della medesima politica (e della medesima etica truffaldina) che oggi si erge a inflessibile rigore di razionalità economica. Il debito greco ha ricevuto - come ha ricordato Paolo Berdini su questo giornale - una potente spinta con le grandi opere delle Olimpiadi di Atene del 2004, con 20 miliardi di euro rimasti sul groppone dello Stato. Tutto questo secondo meccanismi ben collaudati, quelli appunto delle grandi opere - tavola imbandita per banche e grandi imprese di costruzione - che lasciano poi alla mano pubblica l'obbligo di accollarsi l'onere delle perdite private. La Tav in Val di Susa e il Ponte di Messina sono perfetti archetipi di queste strategie, che dopo i banchetti di banche e imprese sono destinate a lasciare stremate le finanze pubbliche.
La riproposizione delle ricette neoliberiste, tuttavia, non è solo espressione di un conformismo dottrinario ormai senza più vie d'uscite. È anche una pervicace rivendicazione di interessi di classe. Lo "stato di necessità" è una ghiotta occasione per il capitalismo industriale, che preme per mettere più strettamente al proprio servizio il mercato della forza-lavoro. Esso torna ora utile per nascondere il grande saccheggio dei redditi operai e popolari che è a l'origine del tracollo finanziario. Basti pensare che tra il 1979 e il 2007 la quota della ricchezza prodotta nell'Europa a 15 andata ai salari è passata dal 68% al 57%. L'Italia, i cui salari operai arrancano agli ultimi posti dei 30 Paesi Ocse, è un caso esemplare per osservare gli ottimi profitti conseguiti nel frattempo dalle imprese. E parliamo dell'Italia «che non cresce», «fanalino di coda» e non delle banche, ma del cosiddetto capitalismo produttivo. Ebbene, come hanno ricordato Bertorello e Corradi in Capitalismo tossico, secondo i rapporti di Mediobanca, tra il 1995 e il 2006, le grandi imprese italiane hanno accresciuto i profitti netti per dipendente del 63,5%. Se poi si considera l'insieme dell'industria italiana, comprese le imprese fallite o in perdita, il dato cala al 15,5%, ma è pur sempre tre volte quello delle retribuzioni operaie.
Questi dati e le argomentazioni correlate - peraltro ripetutamente ribadite da tanti collaboratori su questo giornale - devono costituire a mio avviso il più importante fronte di contrapposizione politico alle manovre di «salvezza nazionale» che si stanno orchestrando in questi giorni, e che purtroppo irretiscono settori della Cgil e del centrosinistra. Deve essere chiaro e ripetuto sino alla noia che la causa della crisi è l'impoverimento dei ceti popolari e medi, consumatosi negli ultimi decenni, e che il tracollo finanziario deriva dalla immensa ricchezza che si è accumulata in poche mani. E dunque proseguire per questa via con il taglio dei servizi, l'accrescimento della precarizzazione del lavoro, la privatizzazione di nuovi settori, potrà forse tranquillizzare i cosiddetti mercati, ma produrrà lacerazioni esplosive nel corpo della società. E la macchina economica resterà imballata. È dunque molto importante che il messaggio sia semplice e comprensibile a tutti. Il senso di insostenibile ingiustizia che anima la manovra governativa deve fornire nuova energia ai movimenti politici che si opporranno alle scelte oggi in atto.
Ma la questione delle strategie neoliberistiche quali soluzioni a una crisi neoliberistica meriterebbe considerazioni di vario ordine, su una delle quali, di più immediata prospettiva politica italiana, occorrerà tornare in maniera specifica. Qui vorrei svolgere una breve riflessione di carattere più generale.
È evidente a tutti che il neoliberismo, responsabile della crisi, è più vivo che mai nelle proposte dei governi e dei partiti politici, nella cultura delle istituzioni. Tale dato, del resto, riflette i rapporti di forza oggi in campo a livello mondiale. Diversamente che nel corso della grande crisi degli anni Trenta, i gruppi capitalistici non sono minacciati dallo spettro del comunismo. Né Obama né Barroso sono nella condizione di Roosevelt, che aveva di fronte Stalin e l'internazionale comunista. Ed era dunque costretto a una creatività politica che i suoi successori non sentono necessaria. Ma questo evidente vantaggio storico dei nostri contemporanei si accompagna a una stupefacente sterilità di idee, di coazione a ripetere, di conformismo, a una mancanza di prospettive che sembra spingere il capitalismo verso l'abisso.
Non è tanto nell'economia reale che il capitale boccheggia, ma è sul piano culturale che oggi, per usare un'immagine di Marx, appare come un «cane morto». Il declassamento del debito Usa è una novità storica di prima grandezza non solo perché una banca privata americana colpisce e umilia agli occhi del mondo il potere politico dell'Impero. Non solo perché gli Usa nel corso del trentennio neoliberista sono stati il modello di crescita a cui economisti e media ci esortavano a guardare. E che ora sono sull'orlo di un nuovo crac. Dobbiamo imitare ancora l'America che fallisce? Ma perché il potere politico appare oggi assolutamente inetto a governare le potenze infernali che esso stesso ha suscitato. L'incapacità di Obama di abbassare le tasse dei ricchi americani, difesi dai repubblicani del Tea Party, chiude perfettamente un cerchio che rivela la continuità e l'essenza stessa del fallimento americano. La deregulation di Ronald Reagan, infatti, comincio nel 1981 con quello che fu definito «il più grande taglio di tasse nella storia fiscale americana». E la storia si è ripetuta, due volte, con Bush jr. I ricchi si sono ulteriormente arricchiti, ma gli altri, com è noto, hanno avuto un diverso destino. E così il cosiddetto «sogno americano» è stato gettato nella soffitta delle patrie retoriche.
È facile dunque immaginare che questa crisi che non finisce, che nel migliore dei casi si trasformerà in una lunga depressione mondiale, che creerà nuove povertà e disuguaglianze, è destinata a infliggere una gigantesca perdita di credibilità ai ceti dominanti e ai loro rappresentanti politici. E questo sta già accadendo. Anche se i fenomeni culturali, la stoffa sotterranea su cui si regge ogni egemonia, sono più lenti a formarsi e manifestarsi. Ma poi generano mutamenti storici profondi. E accade non solo perché la crisi colpisce ora anche ceti sociali prima interni all'orbita del sistema, ma anche perché essa si accompagna all'evidente incapacità dei gruppi che governano da trent'anni di risolvere le sfide globali incombenti: esaurimento delle risorse naturali e distruzione degli habitat del pianeta, permanenza e anzi crescita dei poveri e degli affamati, riscaldamento climatico, guerre costose e disastrosamente perse.
Alle forze di sinistra, pur deboli, divise, frammentate - ma certamente portatrici di idee nuove, capaci realmente, oggi, di elaborare gli elementi di un nuovo progetto di società - spetta il compito di mostrare ai ceti popolari e ai ceti medi le responsabilità storiche del colossale fallimento che sono costretti a sopportare. E indicare anche obiettivi credibili e praticabili che mostrino vie d'uscita, mete conseguibili. È un compito difficile e drammaticamente necessario. Rappresentare politicamente le istanze di chi reggerà il maggior peso della tempesta in corso non è solo la condizione per tentare di spostare i rapporti di forza, ma è l'unica via per evitare che la democrazia venga travolta col vecchio ceto politico che dovrà uscire di scena.
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Sbaglia chi pensa che le ricette neo- liberiste sono solo tentativi di mettere "pezze" alla crisi dovute a scarsezza di idee. Meglio, le idee saranno pure scarse, ma la consapevolezza che bisogna contrastare in tutti i modi un'alternativa che fa paura a chi vuole mantenere lo "status quo" del sistema c'è. Alternativa che potrebbe consistere ad esempio nell' incentivare le organizzazioni di volontariato, che spesso possono essere un buon modo per occupare almeno temporaneamente chi non ha lavoro; inoltre andrebbe incentivata la nascita di nuovo piccole Fondazioni, per la cultura per lo sport, per i diritti dei piu' deboli ecc.. Creando un ponte diretto ad esempio tra queste Fondazioni, che dovranno avere progetti "etici" e verificabili, ed i donatori privati, bypassando lo Stato che spesso butta tutto nel calderone del sistema bancario da salvare.. Ma è proprio tutto questo che i governi temono e si affannano ad ostacolare con tagli sempre piu' profondi alle oraganizzazioni di volontariato e senza facilitare la nascita di soggetti economici nuovi. Qualcuno ha detto che la crisi del sistema finanziario è un fenomeno nuovo che richiede nuove categorie anche " filosofiche". Penso sia vero e che faccia parte del fenomeno globale attuale che richiede la formulazione di nuove categorie etiche. Senno' si finisce nel solito limbo del "tutti colpevoli nessun colpevole".. 17-08-2011 08:52 - bore2001
ahahahah ma chi lo ha scritto questo pezzo,Robecchi? 17-08-2011 08:38 - Alessandro comunista
I Greci, popolo coraggioso e orgoglioso, ha combattoto 400 annio per liberarsi dal giogo turco. Ha combattuto contro la NATO nel 1948. Ora soccombe a quattro avvoltoi che lo stanno depredando. L'Italia, e' un paese di burattini e non ha mai combattuto. 16-08-2011 20:33 - Murmillus
il problema rimane sempre, purtroppo, il solito:
il sistema capitalista sta distruggendo il mondo.
banale? apocalittico? ingenuo?
le cose stanno così e non sarà certo questa sinistra ( dove'? ditemelo perchè sono curioso )che fermerà questo processo.
la verità vera è che ci vuole una unione di tutti gli uomini di volontà buona ( oddio, ma che vuol dire? una categoria pre o post politica?)per fermare l'armageddon lento ( non troppo...)che abbiamo sotto gli occhi.
Il cuore, ragazzi, il cuore ci potrà salvare...è l'ultima chance; ed il tempo sta finendo.
Ah! la Cina? peggio dei peggiori capitalisti, l'unica (mia)consolazione è che si sono messi a fare il gioco dei capitalisti con duecentocinquanta anni buoni di ritardo ed il tempo per loro è quasi finito :-)
saluti a tutti 16-08-2011 17:21 - antonio
Aldo diceva che le borse avevano ripreso vita,io glio ho risposto che era solo la speculazione.
Ora,ore 14,Aldo mi viene in casa e mi dice come facevo a sapere che sarebbero ricadute a fine borsa.
Gli ho risposto,anzi rispondo anche sul Manifesto,perche sto scrivendo invece di parlare,che i speculatori rosicchiano anche quando tutto precipita.
Con le quote basse,si possono comperare grandi fette di mercato e far salire di poco i titoli,così a mezzodì,si recuperano i soldi con gli interessi.
E' Rischioso,ma se siamo ricchi,possiamo rilanciare e far salire i titoli,in fallimento.
Sono i poveracci che quei titoli,li hanno come liquidazione,consigliati dai sindacati o dai loro padroni,che non possono alzare il gioco.
Loro saranno le vittime finali di tutto questo impiccio!
I piccoli risparmiatori, ragirati da banchieri corrotti e da idioti che credono che tutto è destinato a salire.
Loro pagheranno il tutto!
Io è da un bel pezzo che mi sono mangiato la mia liquidazione, grazie a Dio non ho dato retta a nessuno di tutti questi cialtroni.
Mi dicevano quelli del sindacato,che sbagliavo.
Sbagliavo a mangiarmi quello che ho accumulato in 33 anni di lavoro?
No signori,non ho affatto sbagliato.
Sbagliano tutti quelli che continuano a credere in questo sistema di ladri!
Sbagliano e non potranno godere dei loro risparmi,mai più.
Stiamo per arrivare alla resa dei conti.
I Marchionne che avevano promesso una grande ripresa,hanno venduto appena 5000 automobiline in Amerika e Obama sta per prendere questo pagliaccio per il maglione e sbatterlo fuori dagli USA.
Dicevano che arrivavano mille navi,invece è arrivato un carretto siciliano con cento mafiosi!
I speculatori fanno affari anche con il "cane morto"
Trattano sui vermi!
Ora aldo lo vedo più attento.
Scusa Aldo,ma io non posso stare sempre a spiegarti tutto.
Anche io ho bisogno di distrarmi.
Torna domani,che ora mi leggo un buon libro!
E Poi,che te ne frega della borsa,se non hai mai un soldo in tasca.
Piuttosto,comincia a imparare a fare la spesa proletaria! 16-08-2011 14:03 - maurizio mariani
si dovrebbe tornare a vecchie pratiche: scriverne cento al giorno, e affiggerle in giro, per una viral left che divori e digerisca quella 'invertebrata'..
'voi del manifesto, encore un effort si vous voulez etre républicains'..
(sade, 'la philosophie dans le boudoir') 16-08-2011 13:40 - mafalda