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COMMENTO
18/08/2011
  •   |   Umberto Romagnoli
    L'ingordigia di Sacconi si mangia l'articolo 18

     

    Sarà stato, come dicono, per animosità ideologica; ma è certo che c'entrano anche ingordigia e cinismo. Ad ogni modo, conta soltanto che la straordinaria opportunità di far fuori in un colpo solo contratto nazionale di lavoro e l'art. 18 il ministro Maurizio Sacconi non se l'è fatta scappare. Anche se in questa maniera ha finito per rovinare il suo giocattolo preferito: lo «statuto dei lavori» per varare il quale nel novembre dell'anno passato aveva deciso di chiedere al Parlamento l'autorizzazione ad emanare decreti legislativi, previa identificazione di «un nucleo di diritti universali e indisponibili» e, conseguentemente, della «rimanente area di tutele» rimodulabili dalla contrattazione collettiva.


    Poi, le cose sono precipitate e si è voluto bruciare i tempi al punto di considerare superflua la legge-delega. Come se la contrattazione collettiva potesse essere abilitata dal legislatore a fare tutto (o quasi) da sola. E non già la contrattazione sindacale a livello nazionale - il cui ruolo, anzi, il governo vorrebbe svuotare, con buona pace delle parti sociali che, sia pure con l'usuale ambiguità, hanno recentemente espresso un parere opposto - bensì la contrattazione «di prossimità», come il ministro definisce (chissà perché) l'attività negoziale delle rappresentanze sindacali aziendali. Sennonché, l'infatuazione del ministro per l'autonomia collettiva privato-contrattuale non può certo giustificarne la scelta di equiparare le trattative concluse per soddisfare interessi privati al confronto parlamentare che precede una delega legislativa e ne traccia i binari.
    Quindi, l'inaudita gravità delle disposizioni in materia sindacale e del lavoro contenute nel decreto anti-crisi consiste anzitutto nella licenza di violare le più elementari regole di una democrazia costituzionale, esautorando il Parlamento a beneficio (anche qui) dei soliti noti. Nel dopo-crisi, infatti, il diritto del lavoro sarà ciò che risulterà dalla sommatoria di nuclei o segmenti regolativi a misura delle esigenze delle singole aziende, con la conseguenza che il principio costituzionalmente rilevante dell'eguaglianza dignitosa dei trattamenti economico-normativi cederà il posto al festival delle diseguaglianze.


    La lesione ha proporzioni colossali. Al suo cospetto sa soltanto di eccentricità - che in un altro frangente avrebbe suscitato ilarità - la norma del decreto-manovra che attribuisce ai contratti aziendali in deroga anteriori all'accordo interconfederale del 28 giugno quell'efficacia vincolante per tutto il personale di cui il contratto nazionale è tuttora sprovvisto, anche se fosse approvato «con votazione a maggioranza dei lavoratori» (come la Cgil chiede spesso invano e come è successo negli stabilimenti italiani della Fiat nei mesi scorsi su richiesta dell'impresa). L'eccezionalità della previsione esigerebbe un discorso che ci porterebbe lontano. Qui ed ora, ci si può limitare a guardare cosa c'è dietro il singolare enunciato normativo. Dietro c'è la sfrontatezza di un governo che, disponendo di una maggioranza parlamentare compattamente orientata a certificare che Ruby è una nipote di Mubarak, ritiene di poterla sollecitare a trasformare in un atto avente forza di legge un contratto tra privati come quello di Pomigliano, dove è cominciata la vergognosa vicenda che ha traumatizzato il mondo del lavoro in questi mesi.
    Stavolta, insomma, la spudoratezza ha superato il limite della tollerabilità. È come se il governo avesse concesso a sindacati e imprese la licenza di derogare praticamente all'intera normativa esistente in materia di lavoro - o, per usare il linguaggio allusivo prediletto dal ministro Sacconi, introdurvi «specifiche intese modificative» - e si fosse messo alla finestra per vedere come andrà a finire. Fa un certo effetto vedere l'entusiasmo con cui la stessa persona che considera l'eutanasia un esecrabile delitto sponsorizza il suicidio assistito di un settore cruciale dell'ordinamento.


    Il ministro ha ragione a dire che il decreto-manovra non abroga l'art. 18 che ormai è diventato la norma-simbolo del diritto del lavoro italiano e, al tempo stesso, la causa della paranoia del ministro almeno quanto lo è la magistratura per il premier. Anzi, nel testo del documento il termine «licenziamento» non compare nemmeno. Si preferisce usare una prosa professorale e, per individuare la materia negoziabile, si preferisce parlare di «conseguenze del recesso».
    Tuttavia, il ministro non può dire - come invece ha detto durante la conferenza stampa del 13 agosto - che l'art.18 è rimasto intatto. Optando per la sua derogabilità a opera della contrattazione collettiva in un contesto dilaniato dalla crisi dove l'unità d'azione sindacale da poco recuperata non ha un futuro di cui fidarsi, in realtà il governo ha spianato il terreno per la demolizione della norma statutaria. Quindi, ha trasmesso un messaggio di politica del diritto di questo tenore: la protezione legale dell'interesse del lavoratore è rinunciabile o, comunque, modificabile, se è questo che chiedono le imprese e le controparti acconsentono.
    Declassato nella gerarchia degli interessi meritevoli della tutela dello Stato, l'interesse del lavoratore alla continuità del rapporto è restituibile al potere unilaterale dell'impresa e alla logica del mercato. Il che non può piacere neanche a Bruxelles. Lassù, il minimo che potranno dire è che il nostro governo è stato più realista del re. Da anni, infatti, le istituzioni comunitarie conducono una zelante campagna propagandistica a favore di una riduzione delle tutele «nel» rapporto di lavoro in cambio di tutele «fuori», che anche da noi sono carenti. I giuristi dell'UE la chiamano flexisecurity. Che è un ossimoro, perché ambisce a segnalare la possibilità di uno scambio presuntivamente virtuoso tra qualche protezione in più fruibile dal lavoratore alla ricerca del lavoro che ha perduto, o stenta a trovare, e la diminuita sicurezza dell'occupazione per effetto dell'accresciuta flessibilità in uscita.


    Di questo nel decreto-legge non c'è traccia. Ovviamente. Pertanto, visto come stanno andando le cose, in qualche azienda potrebbe succedere che la ri-regolazione delle «conseguenze del recesso» auspicata dal decreto per rilanciare (si fa per dire) lo sviluppo finisca per modellarsi sulla disciplina pattizia introdotta all'inizio degli anni '50 nell'industria, secondo la quale il licenziato poteva attivare un collegio arbitrale - del tipo di quelli incoraggiati dal «collegato lavoro» ideato dallo staff del ministero competente e diventato legge di recente - con la prospettiva di ottenere, nella migliore delle ipotesi, un modico risarcimento. Può darsi che un'eventualità del genere rientri nell'orizzonte di senso in cui si muove il governo, ma non ci vuol molto a capire che comporterebbe un arretramento della civiltà (non solo giuridica) del lavoro che abbiamo conosciuto. Come dire che la lunga e lenta marcia di avvicinamento del diritto del lavoro vivente ai principi della costituzione non solo si è arrestato. Ha anche invertito la direzione: Mauritio consule, ossia durante il consolato sacconiano, il licenziamento potrebbe tornare ad essere la capitis deminutio d'una volta.


    Nella ricostruzione che un giorno si farà di questa fase della cultura politica la specola linguistica non potrà essere trascurata, se si vorrà formulare una diagnosi esatta della patologia che colpiva la parola. La parola era malata perché il significato posseduto nel suo campo semantico originario era stravolto. Infatti, come la «restaurazione» dell'autorità dello Stato venne spacciata in periodo fascista come il portato di una «rivoluzione», così nell'età berlusconiana il riformismo ha subito una torsione capace di farne il paravento di una politica reazionaria. Questa malattia della parola, peraltro, non era insorta all'improvviso. Era figlia dell'atteggiamento gregario che la sinistra aveva tenuto nell'arco di troppi anni verso la cultura dominante, soprattutto in materia di lavoro.


I COMMENTI:
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  • >amici leghisti grazie al buon sacconi riuscirete a liberare il vostro posto di lavoro,così veniamo noi terroni disoccupati a prenderlo...
    Non t preoccupare che faranno venire più immigrati che costano meno di te e tu, rimmarai, disoccupato. 04-09-2011 22:18 - Beppe
  • Io non ce l'ho tanto con questo governo di schifosi, ma con chi l'ha sempre votato. 19-08-2011 13:10 - marco
  • Che cosa apettarsi da un ex socialista? Ripercorriamo la Storia e non ci meraviglieremo più di niente,a cominciare dal caso englaro.Povero e miserabile uomo. 19-08-2011 12:21 - Iti
  • Quando le destrutturazioni di un impianto di diritti che tengon in equilibro la pace sociale, proviene dall'alto e per di più da un governo di matrice piduista (cioè di chiaro progetto politico pre-golpista). In questo caso non c'è più spazio per trattative, bisogna solo reagire e difendersi in ogni modo. 19-08-2011 10:30 - NICOLA DI VAIO
  • La CGIL (non parlo nemmeno degli altri) ormai negozia i diritti, non i contratti. L' onda lunga dell' "allontanamento" della componente comunista nel sindacato paga, alla fine. E dire che c' è ancora chi pensa che l' ultima forza di sinistra sia ancora il sindacato maggiore. ILLUSI 19-08-2011 09:12 - Maximilian
  • L'articolo della manovra relativo alla contrattazione è una bufala perché presentato come trampolino di crescita e sviluppo. Però stiamo attenti a non cascare di nuovo nella battaglia ideologica. La maggior parte delle imprese italiane contano meno di quindici dipendenti e sono già esautorate dall'articolo 18. Su quali principi vogliamo costruire la critica dell'economia politica e la battaglia sociale?
    A mio avviso va reclamata la continuità di reddito. L'Italia è indietro agli altri paesi in termini di sussidi e reddito di formazione. Reclamiamo reddito, reddito garantito.
    Per piacere, non caschiamo di nuovo nel cliché, come quello pacifista di Gino Strada con l'inizio dei bombardamenti in Libia. Non cominciamo a sognare il Circo Massimo pieno di un milione di lavoratori. 19-08-2011 09:00 - Fed
  • E'presto detto.E' un ex funzionario CISL 19-08-2011 08:59 - dario barezzi
  • Potrà forse passare la legge, ma nella testa della gente che lavora non passerà, perché ormai la misura è colma, e si sta sfasciando tutto. Nessuna scorta potrà salvare Sacconi, è già un dead man walking, ora diventa lo zombi di questo governo di mutanti. Si sta sfasciando tutto, preparatevi, la fine di questo governo è vicina, bisognerà lottare per andare ad elezioni ed evitare un governo tecnico ancora piu' nefasto di questa accolita di pagliacci. 19-08-2011 08:12 - martino
  • Sarebbe ora che questo governo in evoluzione ma portante in involuzione il paese fosse sollevato dall'incarico.
    Stanno cambiando i ministeri, da scuola a ignoranza, da sviluppo economico a inviluppo economico, da economia a fallimento, da lavoro a quello della massima disoccupazione, dalla sanità alla infestazione, da grazia e giustizia a leggi ad personam, istituendo poi quello ricerca e approvvigionamento signorine per il premier, della sfrontatezza ed arroganza e sviluppo affari personali; cosa c'è d'aspettarsi ancora soluzioni positive per il paese dopo anni di disastri? 19-08-2011 07:57 - Gromyko
  • amici leghisti grazie al buon sacconi riuscirete a liberare il vostro posto di lavoro,così veniamo noi terroni disoccupati a prenderlo. 19-08-2011 00:55 - tindaro munafò
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