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Galapagos
I due capitalismi
La crisi non trova il capitale unito. Lo dimostra la discussione di questi giorni aperta dalla provocazione del miliardario Warren Buffett sui ricchi che dovrebbero pagare più tasse. Sulla stessa posizione in Italia si è collocato Rossi di Montelera, mentre sul versante opposto c'è Murdoch e, in Italia, Berlusconi che non vuol sentir parlare di patrimoniale o tassa sulla ricchezza, ma accetta unicamente il "contributo di solidarietà". Nello spirito di Berlusconi la parola solidarietà evoca l'elemosina che i ricchi devolvono ai poveri; qualcosa di volontario e revocabile.
C'è uno scontro all'interno del capitalismo, non solo ideologico: tutti sono convinti della sua superiorità, ma la vivono in maniera differente e le diversità sono anche parzialmente influenzate dai settori nei quali operano i contendenti. Per Berlusconi e Murdoch il sistema produttivo è la comunicazione dove, tra l'altro, non esistono grossi problemi retributivi, ma cervelli all'ammasso. Diverso il caso per chi si confronta con il mercato, con merci che incorporano un prodotto sociale che si tende a sottrarre al lavoro. Chi riesce a farlo meglio e di più è un ottimo capitalista, ma quando tutti i capitalisti tendono a espropriare il lavoro è inevitabile che esploda la crisi per la sproporzione tra eccesso di capacità produttiva e scarsa capacità di consumo.
E' accaduto nel 2008, anche se il detonatore fu la bolla finanziaria; sta accadendo oggi perché tutte o quasi le risorse degli Stati sono state dirottate al salvataggio della finanza stessa. Ovvero alla conservazione dei rapporti di classe e non al sostegno del lavoro e dei redditi di chi è stato estromesso dal sistema produttivo. La cifra dei senza lavoro, negli Usa come in Italia, è superiore alla disoccupazione ufficiale.
In questo contesto, pur di salvare il capitalismo c'è chi è disposto è ogni compromesso, come la Tobin Tax. L'ideologia non c'entra nulla, quel che conta è l'essere pragmatici. Ecco la patrimoniale e la Tobin Tax che da 40 anni la sinistra cerca inutilmente di riproporre e che, ora, forse, trionferà sull'asse Parigi-Berlino. Attenzione, però: dietro l'angolo di questa riscoperta "riformista" di esaltazione della produzione e di assoluta condanna della speculazione finanziaria, rischia di nascondersi una conseguenza letale per il lavoro: un capitalismo progressista che lotta contro la speculazione, che chiede ai ricchi di pagare più tasse, ma poi sottomette il lavoro che non deve discutere le scelte di investimento, ma accettare maggiore produttività e flessibilità in un sistema salariale subordinato. Un ritorno al capitalismo duro e puro non sconvolto dalla finanza.
Federico Caffè scrisse della «solitudine del riformista», del suo essere irriso perché preferiva i piccoli passi. Il riformismo e i piccoli passi nel breve periodo possono andare bene, ma a una condizione: non disturbare il manovratore.
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Bisogna emanciparsi dal lavoro come forma di affermazione sociale e vederlo per quello che è: mezzo per alimentarsi.
E non è un nascondiglio dietro cui crearsi una maschera di apparenza. 19-08-2011 19:20 - Teone
Preferiscono continuare a concentrare il disocrso su "come le identità sub-culturali dell'avanguardia urbana possono costituire dei fenomeni di resistenza visuale allo scenario frammentario del post-capitalismo deindustrializzato."
La fine delle grandi narrazioni ideologiche ha segnato la fine di una qualsivoglia reale opposizione al sistema dominante, datemi retta.
Francamente comincia a starmi un po' stretto il disocrso sulla super-struttura egemonica. Vorrei che si tornasse a parlare in termini di lotta di classe, crisi dei rapporti di produzione, socializzazione dei mezzi di produzione, anche a costo di essere tacciati di economicismo. 19-08-2011 19:19 - Marco
Lui diceva che attraverso il movimento le cose si rinnovano.
Ma la finanza assassina non vuole movimenti,ma una ferrea legge che è all'origine di ogni sfruttamento.
I capitalisti con i loro soldi fanno industrie e sfruttano gli operai,ma la finanza sfrutta anche il capitale stesso!
Così ecco un Berlusconi che senza fabbriche e senza operai che fanno automobili,prosciutti o scarpe è più ricco dei capitalisti che fanno fare i prosciutti agli operai!
Lui controllando i flussi e speculando con la borsa,avantaggiato dalla politica che gestisce,diventa più ricco dei capitalisti che gli affidano il potere.
Le banche hanno più potere degli industriali che le hanno come clienti.
Insomma,il danaro che loro prestano,anticipano o controllano è più fruttuoso delle fabbriche che fanno scarpe e ricchezze reali.
Il finto,vince sul vero.
Tutto appare a testa in giù e ecco che Piersilvio è più ricco di Lapo!
Ma questo non è vero e quando pòi avvengono le guerre o cataclismi ecco che tutto torna a testa in su.
Sono gli industriali che vogliono la guerra!
La vogliono ora e senza più mediazioni.
I Berlusconi e i Murdoch devono essere cancellati,come insetti patogeni.
Con la guerra,il padrone della fabbrica torna a essere centrale e le chiacchiere e i pezzetti di carta diventano monnezza.
Penso che Caffe se lo sono bevuto,perche queste cose le aveva sempre pensate! 19-08-2011 15:50 - maurizio mariani