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Alberto Piccinini
Sciopero serie A, ma quale solidarietà
Sabato e domenica non si gioca il campionato di calcio. La giornata persa verrà recuperata con tutta probabilità il 21 dicembre. Non è quindi uno sciopero – tantomeno uno sciopero dei miliardari - ma un rinvio, e così si esprime il comunicato della Figc che ieri ha preso atto del fallimento della (lunga) trattativa tra presidenti di serie A e Associazione Calciatori. Due i punti in discussione: la richiesta, da parte degli stessi presidenti, di mettere nero su bianco l'obbligo dei calciatori a pagare il contributo di solidarietà; e il destino da riservare ai cosiddetti «fuorirosa».
Chi è un «fuorirosa»? Ai profani è quasi più difficile da spiegare del fuorigioco ma ci si prova. Da qualche tempo per motivi disciplinari, perché ha mandato a quel paese il presidente o l'allenatore, o perché – in genere – non vuole accettare l'eventuale trasferimento al Pizzighettone di sotto, un giocatore ingaggiato dalla squadra x viene messo da parte e dichiarato fuorirosa. La domenica non gioca, e non sta neppure in panchina. Prende lo stipendio, durante la settimana dovrebbe comunque allenarsi, ma come e quando? Con gli altri compagni di squadra, come chiede l'Associazione calciatori, o da solo, o in un eventuale gruppo di altri indesiderabili alle 8 del mattino, come vorrebbero lasciarsi liberi di fare i presidenti?
E' dai tempi dello «svincolo», che rende i calciatori liberi di andarsene dove gli pare alla scadenza del loro contratto, che gli stessi club cercano di recuperare qualcosa del potere perduto, quando avevano in mano i «cartellini». In tempi in cui una grande squadra può trovarsi a gestire e pagare svariate decine di giocatori, per acquisti sbagliati, sogni di gloria, sopravvenuta pippaggine, trucchetti contabili, affarucci coi procuratori, e in tempi di debiti, crisi, disastri vari, il trucco del fuorirosa serve a questo. Ad ammorbidire, convincere, punire. Chiamatelo mobbing o, pensando al mobbing vero, chiamatelo strumento di pressione, il risultato non cambia.
La questione del «contributo di solidarietà», invece, si commenta da sola. Nessun calciatore ha dichiarato che non lo pagherà. Qualcuno ha fatto notare che siccome alcuni contratti sono stipulati al netto – tasse e imposte ce le mettono i club – allora in quel caso potrebbe essere che i club dovrebbero pagare anche il contributo. Tutto al condizionale, perché a tutt'oggi nessuno sa ancora esattamente cosa e quanto sarà il contributo. Di certo la «solidarietà» appare una tale megacazzata nazionale, e il solo fatto che leghisti, presidenti di calcio, uomini di governo, possano far passare i calciatori come traditori della patria fa ridere. A proposito, qual è la patria di Ibrahimovic?
Sono questioni importanti? Valgono uno sciopero, un rinvio? Una serrata, come ritiene qualcuno - il termine è quello correttamente usato dopo la recente sospensione del campionato Nba per la rottura sugli stipendi tra presidenti e giocatori? Sì e no. Non che la distanza tra Assocalciatori e presidenti sia così incolmabile. E' questione di parole, di sfumature. Nessuno tra i calciatori si è levato a rivendicare la cancellazione del mercato, il salary cap, l'abolizione per decreto dei presidenti di calcio ricchi scemi, l'azionariato popolare diffuso, il comunismo del pallone. Ed è un peccato.
Mettiamola così: il sindacato calciatori ha la faccia di Tommasi, l'ex giocatore giallorosso, buonissimo e persino un po' di sinistra. I presidenti hanno Zamparini e Della Valle, De Laurentis, Cellino e Galliani, il terrificante sottomondo di politica, economia, cialtronaggine, pseudoimprenditorialità e furbizia che governa da quel dì il calcio italiano.
Non basta questo per dar credito a Tommasi? E poi il calcio senza calciatori non si può giocare. (difatti domenica non si gioca). Senza presidenti si può giocare, eccome.
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Se invece di andare allo stadio o fare abbonamenti televisivi,nessuno cacciasse più un euro per questo mondo di mafiosi,infami e finti sportivi?
Se ai padroni delle squadre gli dassimo un pezzo di merda,invece di pagare quei biglietti costosi?
E se andassimo a vedere giocare i nostri figli al campetto e lasciare i "mostri" a giocare per loro?
Invece di pagare questo mostro di soldi e corruzione,diamo i soldi ai giovani che possano giocare in campetti e noi diventiamo i loro allenatori.Affanculo il calcio dei padroni! 27-08-2011 07:41 - maurizio mariani
Ma per favore, ricordiamoci che comunque il loro "lavoro" consiste nel giocare e, si certo, anche allenarsi; ma comunque giocare. 27-08-2011 07:36 - Batukahn
quindi o non lo chiamiamo più lavoro, o parliamo di un contratto unico per tutti i lavori 26-08-2011 21:24 - stefano