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COMMENTO
28/08/2011
  •   |   Piero Bevilacqua
    Dove sta la nuova politica

     

    «Ma la sinistra non c'è» titolava mestamente un suo editoriale Valentino Parlato sul manifesto del 4 agosto, a proposito della risposta del Pd alla prima manovra del governo. E' inevitabile, tutte le proposte moderate mostrano la corda, quando le contraddizioni della realtà si fanno estreme.
    Ma l'espressione di Parlato oggi dovrebbe assumere un significato più largo e in parte diverso. Ci sono altre assenze non volute e non meno importanti. Non c'è la sinistra cosiddetta radicale in Parlamento, che pure esiste nel Paese e nelle amministrazioni locali, e tuttavia non può fare sentire la sua voce in sede legislativa. Ma soprattutto non è rappresentata e non ha voce unitaria la sinistra dei movimenti, dei comitati per i referendum, delle migliaia di organizzazioni territoriali, dei blog, dei comitati studenteschi, delle donne, e insomma di tutto quel vasto arcipelago che non solo è stato protagonista delle lotte negli ultimi anni, ma è emerso come volontà politica unitaria alle recenti elezioni amministrative e ai referendum.
    La contraddizione qui è ancora più marcata, perché questo soggetto plurimo e frammentato ha immesso nello stanco dibattito pubblico i temi di una nuova cultura politica, coinvolgendo in una critica radicale non solo il berlusconismo, ma la strategia trentennale del capitalismo mondiale che va sotto il nome di neoliberismo.
    Ora il problema è quale risposta organizzare di fronte a quella vera e propria "vendetta di classe" come è la manovra governativa nella sua pur non definitiva architettura. Come rendere di nuovo protagonisti le donne e gli uomini che hanno mostrato una capacità di far politica anche fuori dei partiti e che oggi non sono nei luoghi in cui si prendono decisioni rilevanti. E non c'è dubbio che una prima trincea su cui mobilitarsi riguarda la difesa dei risultati referendari, su cui più volte ha richiamato l'attenzione Ugo Mattei. Ma proprio tale urgenza mi spinge a riflettere su almeno due rischi che incombono sui nostri tentativi.
    Il primo di questi è senza dubbio di farsi logorare in una lotta di semplice difesa dei risultativi legislativi raggiunti. Il secondo è il pericolo di disperdersi in una infinità di rivendicazioni diverse, non unificate da un obiettivo di ampia portata e mobilitante. La politica dei movimenti si fa sempre con l'energia di un qualche potente motore autonomo.
    Ora a me pare evidente che oggi il problema dei problemi, in Italia come in gran parte del mondo, sia il lavoro: la sua mancanza, la sua precarietà, i sui diritti violati. Nel 2010 nel nostro Paese si contavano 2,2 milioni di disoccupati e almeno 7-8 milioni di precari. Non c'è, si può dire, famiglia con prole adulta, di qualunque ceto, dalle Alpi alla Sicilia, in cui non si ponga il problema lavoro, soprattutto per i giovani. Su tale terreno la sinistra tradizionale e la Cgil si mobiliteranno. Ci sarà probabilmente uno sciopero generale, si svolgeranno grandi manifestazioni negli spazi simbolici consueti. Sforzi organizzativi e politici importanti, certamente. Io credo, tuttavia, che oggi occorra inoltrarsi in una nuova frontiera di mobilitazione, capace di trascinare i cittadini più durevolmente nell'agorà della discussione partecipata. Non possiamo riempire per un giorno le piazze d'Italia e poi tutti a casa. Non basta più, sia come forma di lotta, che come modalità di elaborazione dei contenuti. Né è più sufficiente limitarsi a denunciare la precarietà di vita che angoscia i nostri ragazzi. Benché tale denuncia acquisti oggi, dopo i fallimenti che « il lavoro flessibile» in Italia ha dovuto registrare anche in termini di sviluppo, una forza dirompente. Essa mostra senza più schermi la vergogna di una classe dirigente che ha puntato sull'immiserimento della nostra gioventù per tenere in moto il processo di accumulazione capitalistica. Il profitto di oggi a tutti i costi, anche a costo di compromettere il futuro dei propri figli. E tuttavia è necessario mostrare idee alternative. Occorre dunque fare tesoro della esperienza stessa dei tanti comitati di lotta, che discutono e si mobilitano periodicamente sul territorio - un modello di partecipazione che ha trovato un'estensione e un'applicazione simbolicamente efficace nel movimento M-15 in Spagna - ma che ora progettino nuove possibilità di lavoro. Io credo infatti che sia possibile offrire occupazione a centinaia di migliaia di ragazzi valorizzando le aree interne della Penisola, sviluppando l'agricoltura biologica di piccola scala, sfruttando produttivamente la forestazione, tramite i lavori di manutenzione urbana, curando i beni culturali e il paesaggio, ecc. Guido Viale ne ha fatto un ricco elenco su il manifesto (17/8). La finalità di simili iniziative non è solo creare occupazione promuovendo economie e servizi di elevata qualità sociale, ma fare emergere nuovi gruppi dirigenti, specie fra i giovani, che debbono al più presto sostituire una generazione di politici palesemente inadeguata.
    Ebbene, sono convinto che simili iniziative conseguirebbero più vantaggi. Innanzi tutto, possono raccordare una varietà ampia di tematiche (dalle energie pulite all'Università) e di rivendicazioni attorno al tema centrale del lavoro. Possono inoltre mettere insieme, nel territorio, forze importanti e spesso inerti per assenza di progetto: sindacati, associazioni, amministratori locali, ricercatori, presidenti di parchi, le forze politiche interessate e sopratutto i giovani. Il loro protagonismo è essenziale e la rete, com'è noto, offre uno strumento attivo di partecipazione. Per i giovani coinvolti la riflessione sulla disoccupazione deve trasformarsi in occasione di creatività sociale, una opportunità di formazione civile e politica. Io penso che tale sforzo di concertazione su obiettivi mirati debba metter capo a quelle che chiamerei - con una vecchia espressione del movimento contadino - le Assisi del lavoro. Assemblee in cui si delineano alcune linee generali di azione. Iniziative a scala regionale, che possono magari unificarsi in seguito, ma che devono muoversi entro spazi territoriali definiti. In Calabria, in autunno, alcuni gruppi politici, sindacalisti, intellettuali proveranno a progettare qualcosa del genere. In questa regione, la sinistra a cui allude Parlato, si è disintegrata. E i problemi sociali sono enormi.
    Ora, è evidente che non tutti gli obiettivi occupazionali individuabili nelle Assisi sono a portata di mano. Alcune attività sono produttive e si autofinanziano, altre necessitano di un minimo sostegno pubblico. Inoltre richiedono tempo e le condizioni in cui si verranno a trovare milioni di persone nei prossimi mesi saranno, com'è prevedibile, drammatiche. Ebbene, io credo che le Assisi, perché abbiano anche un forza politica immediata, debbano porre al centro delle loro rivendicazioni un obiettivo unico ben definito. Un obiettivo semplice, comprensibile a tutti, in grado di caricare l'intera gioventù italiana di una forza politica dirompente. Questo obiettivo è il reddito universale di cittadinanza. Tema, com'è noto, assai dibattuto e controverso. A mio avviso si tratta di una rivendicazione storicamente ormai necessaria. La nostra società ha sempre meno bisogno di lavoro per produrre merci e servizi, e tuttavia, mentre pone nel reddito la base della cittadinanza e della stessa vita delle persone, condanna chi ne è privo all'angoscia quotidiana. E questi condannati sono ormai tanti, crescono di giorno in giorno. Occorre cominciare a separare la percezione del reddito dalle attività produttive. Non possiamo più attendere lo sviluppo che creerà finalmente la piena occupazione. Questa è una nostalgia utopica dei vecchi sviluppisti. Oggi saremmo in una diversa condizione se l'opposizione organizzata del movimento operaio avesse potuto utilizzare l'enorme incremento della produttività del lavoro dell'ultimo mezzo secolo per un dimezzamento della giornata lavorativa. Meno lavoro per ognuno, più occupazione per tutti. Ma così non è stato e i rapporti di forza attuali, la cultura dominante, non rendono praticabile il progetto. Ma il reddito di cittadinanza sì, è un obiettivo alla portata, un grimaldello potente in grado di sollevare una forza d'urto formidabile contro le attuali classi dirigenti. Non solo perché in alcuni Paesi d'Europa è attivo da tempo. È probabile che diventi una condizione di sopravvivenza dello stesso sistema, che ne cambi strutturalmente la natura. Il capitale è un mostro dalle mille vite. Ma ha un punto di fragilità insormontabile: per realizzare profitti, le merci sempre più abbondanti che produce in ogni angolo del mondo, deve venderle. Altrimenti anche il rutilante sopramondo finanziario che lo sovrasta si sgonfia. Come una bolla, per l'appunto.
    Nel suo Finanzcapitalismo, Luciano Gallino ha ricordato che nel 2009, in piena crisi, sono stati spesi in pubblicità, nel mondo, poco meno di 550 miliardi di dollari. Consigliamo sommessamente di passare il danaro direttamente ai consumatori. D'altra parte, restando all'Italia, il gruppo di Sbilanciamoci.info ha mostrato, con la sua contromanovra quante risorse si possono ricavare, in una società opulenta, qual è l'Italia, nonostante tutto. La ricchezza trabocca, ma dalle mani di pochi. E tuttavia sarà sempre più difficile per chiunque, se si abbraccia un tale obiettivo, replicare che «non ci sono i soldi», mentre lo Stato centrale, tanto per fare un esempio, sperpera ingenti risorse per una guerra lontana e da gran tempo perduta.


I COMMENTI:
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  • Grazie mille e per favore continuate così gratificante.
    05-09-2011 20:46 - ray
  • almagemme a mio avviso ha centrato perfettamente il problema ……..
    Sono d’accordo al 100%……. 29-08-2011 11:02 - un anticonsumista
  • Aumento dell'IVA che peserà sui piu deboli. Blocco degli stipendi degli statali per 4 anni (senza distinzione di stipendio!). Avversione al contributo di solidarietà per i più ricchi. assistiamo a tutto questo con la connivenza del PD. NO COMMENT 29-08-2011 10:03 - Fabio74
  • Il lavoro fa male, è un male
    necessario da ridurre. Per questo è necessario elevare la produttività. E per
    elevare la produttività dobbiamo distruggere le aziende inefficienti, zecche che
    sopravvivono grazie alle balle dei Chicago boys e alla distruzione della nostra
    qualità della vita. Rottamiamo i milioni di imprenditori incapaci, che vadano a
    lavorare come quelli che vogliono sfruttare. Tutto questo si può fare fermando
    la immigrazione di massa, introducendo il sussidio universale di disoccupazione
    come in Nord Europa e portando l'orario di lavoro da 40 a 20 ore settimanali. 29-08-2011 09:22 - bozo4
  • Parte della costituzione è disattesa; tutti i cittadini sono uguali, è compito dello stato rimuovere, il diritto al lavoro istruzione sanità informazione, giustizia!
    Ci troviamo a discutere di filosofia politica quando lo staro è in metastasi, si discute su qual'è il tunmore da curare prima quando l'impaziente è morto!
    Abbiamo ricambi generazionali che non possono avvenire per il tappo che viene imposto da chi stà davanti e pertanto abusa del suo ruolo o meglio vengono ammessi purchè chi avanza sia in perfetta linea con il predecessore e sia un ottimo servo, abbiamo Dio (e/o coloro che fanno le sue veci) che i poveri se lo possono scordare, essendo propietario di tutto e tutti anche lui predilige i leccapiedi ed i suoi simili lati-capitalisti per cui intervengono con la spugna imbevuta d'aceto per sedare la sete del crocefisso!
    Quel che manca sono gli uomini che una volta saliti sulle alte, altissime, seggiole non riescono a vedere da dove sono arrivati! 29-08-2011 07:56 - Gromyko
  • La sinistra, impossibilitata per i suoi interessi commerciale e finanziari, a prendere il diavolo con le corna, perchè incastrata nel sistema, incapace di creare un'alternava stretta da una mentalità cosumistica difficile da battere. 29-08-2011 06:46 - almagemme
  • La situazione del mondo del lavoro è ben chiara e deriva dall’impostazione politica che viene data all’economia a al sistema…….
    Il sistema è capitalista/liberista/consumista? In questo caso il mondo del lavoro diventa una giungla, l’evidenza dei fatti e sotto agli occhi di tutti ………….
    Similmente a quello che accade nel mondo animale che vive nelle giungle, nelle società umane i più “forti” dettano le condizioni e le leggi, ovviamente ai danni dei più “deboli” ……..
    I carnivori (i capitalisti, che diventano spesso anche cannibali, mangiando e accaparrandosi il capitale dei propri simili) vivono nutrendosi degli erbivori (gli altri) i quali sopravvivono nutrendosi di ciò che madre natura (la società ) mette a disposizione per la loro sopravvivenza………..
    L’unico modo per staccarsi da tutto questo è non partecipare al delirio collettivo …….
    Riuscire ad evadere dal sistema attuale significa eliminarlo alla radice …..
    Non è semplice sottrarsi al delirio collettivo per volontà propria e non per costrizione ………..
    Se ciò fosse possibile e messo in atto dalla maggioranza numerica delle persone, il sistema capitalista sarebbe eliminato nell’arco di 24 – 48 ore ……. 28-08-2011 22:39 - Riflessione
  • ormai i lavoratori non li difende più nessuno, ne politica ,e ne la maggiore parte dei sindacati, e rimasta un pò solo la cgil. E la fiom. 28-08-2011 21:59 - tony.
  • Sono sempre più convinto che si esce da questa fase distruttiva del capitalismo globalizzato e finanziarizzato, solo se le forze sociali vive e ciò che resta della "sinistra" politica, hanno il coraggio di spostare il baricentro dell'iniziativa dal conflittualismo riventicativo che da solo mi sembra assolutamente insufficiente, alla prefigurazione pratico-concreta di forme economiche e produttive di società alternativa. E' ciò che un tempo Marco Revelli definiva come "produzione di società", contro un capitalismo che invece la distrugge. Oggi c'è un sacco di gente in fuga: c'è chi riattiva vecchi casolari, c'è chi riscopere vecchi mestieri di produzione e autoproduzione, c'è chi fugge all'estero. Mi chiedo: e se questa "fuga" fosse organizzata, costruita e protetta collettivamente, tenuta insieme da un progetto di alternativa di società? L'impatto politico sarebbe evidente. 28-08-2011 19:53 - evaristo
  • Nella prima guerra mondiale i socialisti italiani NON erano interventisti. (Ciò non toglie che fossero degli incapaci). 28-08-2011 18:30 - gianluigi sassu
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