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Piero Bevilacqua
Dove sta la nuova politica
«Ma la sinistra non c'è» titolava mestamente un suo editoriale Valentino Parlato sul manifesto del 4 agosto, a proposito della risposta del Pd alla prima manovra del governo. E' inevitabile, tutte le proposte moderate mostrano la corda, quando le contraddizioni della realtà si fanno estreme.
Ma l'espressione di Parlato oggi dovrebbe assumere un significato più largo e in parte diverso. Ci sono altre assenze non volute e non meno importanti. Non c'è la sinistra cosiddetta radicale in Parlamento, che pure esiste nel Paese e nelle amministrazioni locali, e tuttavia non può fare sentire la sua voce in sede legislativa. Ma soprattutto non è rappresentata e non ha voce unitaria la sinistra dei movimenti, dei comitati per i referendum, delle migliaia di organizzazioni territoriali, dei blog, dei comitati studenteschi, delle donne, e insomma di tutto quel vasto arcipelago che non solo è stato protagonista delle lotte negli ultimi anni, ma è emerso come volontà politica unitaria alle recenti elezioni amministrative e ai referendum.
La contraddizione qui è ancora più marcata, perché questo soggetto plurimo e frammentato ha immesso nello stanco dibattito pubblico i temi di una nuova cultura politica, coinvolgendo in una critica radicale non solo il berlusconismo, ma la strategia trentennale del capitalismo mondiale che va sotto il nome di neoliberismo.
Ora il problema è quale risposta organizzare di fronte a quella vera e propria "vendetta di classe" come è la manovra governativa nella sua pur non definitiva architettura. Come rendere di nuovo protagonisti le donne e gli uomini che hanno mostrato una capacità di far politica anche fuori dei partiti e che oggi non sono nei luoghi in cui si prendono decisioni rilevanti. E non c'è dubbio che una prima trincea su cui mobilitarsi riguarda la difesa dei risultati referendari, su cui più volte ha richiamato l'attenzione Ugo Mattei. Ma proprio tale urgenza mi spinge a riflettere su almeno due rischi che incombono sui nostri tentativi.
Il primo di questi è senza dubbio di farsi logorare in una lotta di semplice difesa dei risultativi legislativi raggiunti. Il secondo è il pericolo di disperdersi in una infinità di rivendicazioni diverse, non unificate da un obiettivo di ampia portata e mobilitante. La politica dei movimenti si fa sempre con l'energia di un qualche potente motore autonomo.
Ora a me pare evidente che oggi il problema dei problemi, in Italia come in gran parte del mondo, sia il lavoro: la sua mancanza, la sua precarietà, i sui diritti violati. Nel 2010 nel nostro Paese si contavano 2,2 milioni di disoccupati e almeno 7-8 milioni di precari. Non c'è, si può dire, famiglia con prole adulta, di qualunque ceto, dalle Alpi alla Sicilia, in cui non si ponga il problema lavoro, soprattutto per i giovani. Su tale terreno la sinistra tradizionale e la Cgil si mobiliteranno. Ci sarà probabilmente uno sciopero generale, si svolgeranno grandi manifestazioni negli spazi simbolici consueti. Sforzi organizzativi e politici importanti, certamente. Io credo, tuttavia, che oggi occorra inoltrarsi in una nuova frontiera di mobilitazione, capace di trascinare i cittadini più durevolmente nell'agorà della discussione partecipata. Non possiamo riempire per un giorno le piazze d'Italia e poi tutti a casa. Non basta più, sia come forma di lotta, che come modalità di elaborazione dei contenuti. Né è più sufficiente limitarsi a denunciare la precarietà di vita che angoscia i nostri ragazzi. Benché tale denuncia acquisti oggi, dopo i fallimenti che « il lavoro flessibile» in Italia ha dovuto registrare anche in termini di sviluppo, una forza dirompente. Essa mostra senza più schermi la vergogna di una classe dirigente che ha puntato sull'immiserimento della nostra gioventù per tenere in moto il processo di accumulazione capitalistica. Il profitto di oggi a tutti i costi, anche a costo di compromettere il futuro dei propri figli. E tuttavia è necessario mostrare idee alternative. Occorre dunque fare tesoro della esperienza stessa dei tanti comitati di lotta, che discutono e si mobilitano periodicamente sul territorio - un modello di partecipazione che ha trovato un'estensione e un'applicazione simbolicamente efficace nel movimento M-15 in Spagna - ma che ora progettino nuove possibilità di lavoro. Io credo infatti che sia possibile offrire occupazione a centinaia di migliaia di ragazzi valorizzando le aree interne della Penisola, sviluppando l'agricoltura biologica di piccola scala, sfruttando produttivamente la forestazione, tramite i lavori di manutenzione urbana, curando i beni culturali e il paesaggio, ecc. Guido Viale ne ha fatto un ricco elenco su il manifesto (17/8). La finalità di simili iniziative non è solo creare occupazione promuovendo economie e servizi di elevata qualità sociale, ma fare emergere nuovi gruppi dirigenti, specie fra i giovani, che debbono al più presto sostituire una generazione di politici palesemente inadeguata.
Ebbene, sono convinto che simili iniziative conseguirebbero più vantaggi. Innanzi tutto, possono raccordare una varietà ampia di tematiche (dalle energie pulite all'Università) e di rivendicazioni attorno al tema centrale del lavoro. Possono inoltre mettere insieme, nel territorio, forze importanti e spesso inerti per assenza di progetto: sindacati, associazioni, amministratori locali, ricercatori, presidenti di parchi, le forze politiche interessate e sopratutto i giovani. Il loro protagonismo è essenziale e la rete, com'è noto, offre uno strumento attivo di partecipazione. Per i giovani coinvolti la riflessione sulla disoccupazione deve trasformarsi in occasione di creatività sociale, una opportunità di formazione civile e politica. Io penso che tale sforzo di concertazione su obiettivi mirati debba metter capo a quelle che chiamerei - con una vecchia espressione del movimento contadino - le Assisi del lavoro. Assemblee in cui si delineano alcune linee generali di azione. Iniziative a scala regionale, che possono magari unificarsi in seguito, ma che devono muoversi entro spazi territoriali definiti. In Calabria, in autunno, alcuni gruppi politici, sindacalisti, intellettuali proveranno a progettare qualcosa del genere. In questa regione, la sinistra a cui allude Parlato, si è disintegrata. E i problemi sociali sono enormi.
Ora, è evidente che non tutti gli obiettivi occupazionali individuabili nelle Assisi sono a portata di mano. Alcune attività sono produttive e si autofinanziano, altre necessitano di un minimo sostegno pubblico. Inoltre richiedono tempo e le condizioni in cui si verranno a trovare milioni di persone nei prossimi mesi saranno, com'è prevedibile, drammatiche. Ebbene, io credo che le Assisi, perché abbiano anche un forza politica immediata, debbano porre al centro delle loro rivendicazioni un obiettivo unico ben definito. Un obiettivo semplice, comprensibile a tutti, in grado di caricare l'intera gioventù italiana di una forza politica dirompente. Questo obiettivo è il reddito universale di cittadinanza. Tema, com'è noto, assai dibattuto e controverso. A mio avviso si tratta di una rivendicazione storicamente ormai necessaria. La nostra società ha sempre meno bisogno di lavoro per produrre merci e servizi, e tuttavia, mentre pone nel reddito la base della cittadinanza e della stessa vita delle persone, condanna chi ne è privo all'angoscia quotidiana. E questi condannati sono ormai tanti, crescono di giorno in giorno. Occorre cominciare a separare la percezione del reddito dalle attività produttive. Non possiamo più attendere lo sviluppo che creerà finalmente la piena occupazione. Questa è una nostalgia utopica dei vecchi sviluppisti. Oggi saremmo in una diversa condizione se l'opposizione organizzata del movimento operaio avesse potuto utilizzare l'enorme incremento della produttività del lavoro dell'ultimo mezzo secolo per un dimezzamento della giornata lavorativa. Meno lavoro per ognuno, più occupazione per tutti. Ma così non è stato e i rapporti di forza attuali, la cultura dominante, non rendono praticabile il progetto. Ma il reddito di cittadinanza sì, è un obiettivo alla portata, un grimaldello potente in grado di sollevare una forza d'urto formidabile contro le attuali classi dirigenti. Non solo perché in alcuni Paesi d'Europa è attivo da tempo. È probabile che diventi una condizione di sopravvivenza dello stesso sistema, che ne cambi strutturalmente la natura. Il capitale è un mostro dalle mille vite. Ma ha un punto di fragilità insormontabile: per realizzare profitti, le merci sempre più abbondanti che produce in ogni angolo del mondo, deve venderle. Altrimenti anche il rutilante sopramondo finanziario che lo sovrasta si sgonfia. Come una bolla, per l'appunto.
Nel suo Finanzcapitalismo, Luciano Gallino ha ricordato che nel 2009, in piena crisi, sono stati spesi in pubblicità, nel mondo, poco meno di 550 miliardi di dollari. Consigliamo sommessamente di passare il danaro direttamente ai consumatori. D'altra parte, restando all'Italia, il gruppo di Sbilanciamoci.info ha mostrato, con la sua contromanovra quante risorse si possono ricavare, in una società opulenta, qual è l'Italia, nonostante tutto. La ricchezza trabocca, ma dalle mani di pochi. E tuttavia sarà sempre più difficile per chiunque, se si abbraccia un tale obiettivo, replicare che «non ci sono i soldi», mentre lo Stato centrale, tanto per fare un esempio, sperpera ingenti risorse per una guerra lontana e da gran tempo perduta.
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di gianni - 06.08.2013 06:08












quegli altri sono dove sono e fanno i fatti loro i compagni lo sanno ma li rivotano mi spiegato com'è possibile che bersani vendola veltroni,ferrero,franceschini la bindi possano lasciare se la base li vota? non avrebbero il coraggio di fare un torto a tanti elettori,elettori che vogliono che al banchetto partecipano in molti quel mafioso del nano si permette di approvare una legge per ridurre il numero dei deputati e giustamente al referendum viene cassato com'è possibile che il mafioso vuol ridurre le bocche da sfamare,cosa ci guadagna!se c'è bisogno di tasse sono i lavoratori che debbono pagare perchè sono gli stessi lavoratori che sostengono la sx, 28-08-2011 18:14 - totareo
di certo questo qualcuno non era Marx, dal quale bisognerebbe ripartire evitando così l'anticlericalismo fine a se stesso.
Invece quello che utilizzava il termine "merdacce" era lo stesso che diceva che la Corazzata Potemkin era una cagata pazzesca, giudizio che personalmente non condivido...
Parlando più seriamente, mi chiedo su quali basi l'autore di questo sconclusionato articolo alla Guido Viale (che termina con un accenno ad una guerra lontana e perduta, tanto per non farci mancare nulla) afferma che il reddito di cittadinanza è un obiettivo alla portata (di chi, lo sa solo lui). 28-08-2011 16:19 - Alessandro comunista
La Storia e' un processo a divenire e la forza del marxismo deve essere nella capacita' di intervenire sul suo processo evolutivo.
Per quanto riguarda le presuntuose "lectiones" di un tal celestino gli ricordo sono che i patti lateranensi furono firmati da Mussolini e, guarda caso confermati da Craxi. Due merdacce. Lo stato deve essere separato dalla chiesa, completamente. Qualcuno disse di dare a Cesare quello che era di cesare e a Dio quello che era di Dio. O mi sbaglio? 28-08-2011 13:51 - Murmillus
Quello che manca è una sinistra parlamentare.
Ma d'altronde si sa,stiamo in tempo di guerra.
Nella prima guerra mondiale i socialisti italiani erano interventisti.
Nella seconda i CLN hanno dovuto fare parecchie cose senza il partito, dietro le spalle,dato che le incomprensioni erano tante e Gramsci era escluso dal dibattito.
Oggi la sinistra italiana è comandata da una marionetta in mano a D'Alema che dal suo veliero impartisce ordini .
Cosa volete che faccia questa sinistra parlamentare.
Però grazie a Dio, ci sono i compagni partigiani che lottano in montagna contro la TAV e i gappisti nelle città che stanno costruendo e gestendo lo sciopero politico del 6 settembre!
Non c'è la sinistra ufficiale,ma ci sono mille sinista nel popolo che si stanno autorganizzando.
Lo sciopero del 6 deve riuscire,anche per fermare la guerra.
Non è vero che hanno sprecato i soldi nelle guerre inutili.
Quelle guerre sono servite per provare le nuove armi e tastare il polso al mondo.
Solo noi possiamo fermare la guerra,creando tensioni nel mondo imperialista!
Vedrete, quando milioni di persone scenderanno in piazza,come la sinistra parlamentare,cercherà di riconquistare la testa del corteo.
Ma stavolta troverà noi! 28-08-2011 12:08 - maurizio mariani
Nel cielo del diritto si respira una brutta aria. I Patti Lateranensi, sottoscritti fra il Vaticano e lo Stato Italiano, sono contestati ancora una volta e si pretende che l’esenzione fiscale, di cui godono i beni della Chiesa, sia “sospesa”, per dare un segno tangibile di solidarietà al popolo italiano gravato dalla crisi, dolorosa oltre ogni dire.
L’arroganza dei soliti mangiapreti, che mai hanno sopportato il “benefit” goduto dalla Chiesa, si è fatta ululante e quotidianamente gli araldi, messaggeri del Poverello d’Assisi, assillano il governo affinché provveda a impoverire il Vaticano della corposa sinecura che arricchisce le sue casse: il popolo italiano langue nelle ristrettezze della crisi economica e la Chiesa guazza fra sfarzi e crapule cardinalizie. Così argomenta il fanatismo laico e adduce a pretesto demagogico la necessità dello Stato di attingere dovunque le sue risorse alimenterebbero abusi e satrapie.
Evidentemente a questi latranti della laicità sfugge la miriade di necessità cui la Chiesa provvede: "Quando dunque fai l'elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno ricevuto la loro ricompensa. Quando invece tu fai l'elemosina, non sappia la tua mano sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti segreta; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà". È la Chiesa, e il passo evangelico (Matteo, capitolo 6, versetti 2,3,4-) non ha bisogno di suggeritori.
Che l’ignoranza potesse misurarsi anche quando ciancia a vanvera (Napolitano mi offre il sostantivo) è cosa risaputa, ma che potesse far proseliti fra gli animi ingenui e inclini all’onestà è cosa sorprendente e direi shoccante. Non è possibile che si tenti di cambiare le regole del gioco unilateralmente, e nel caso del Vaticano, non è possibile negligere le condizioni che consigliarono allo Stato Italiano di stipulare i “Patti Lateranensi”.
Lo Stato Pontificio fu confiscato con la violenza al legittimo governante, la Chiesa (benché il Congresso di Vienna avesse deliberato a suo tempo il legittimismo dinastico), e gli accordi economici sono la corresponsione risarcitoria di quei beni prepotentemente espropriati (il plebiscito fu una comparsata antidemocratica).
L’articolazione dei “Patti Lateranensi” (febbraio 1929, conseguenti alla Legge delle Guarentigie del maggio 1871), sono l’adeguamento della realtà all’esperienza statuale e la necessità di dotare la Chiesa di risorse necessarie alla sua opera caritatevole.
Si mena scandalo per ruberie e malversazioni? Roba da uomini, comuni ad ogni Stato retto da uomini. Non solo lo Stato borghese è insidiato da “Mani pulite” e da PENATI (18 miliardi di vecchie lire per ungere il carro), anche la Chiesa di Roma ha le sue pecore nere. Ma una rosa resta una rosa anche se la mano che te la porge è quella di un assassino.
Al di là dell’animosità dei soliti PANNELLATI (laici dell’eutanasia e della caducità), è normale che si rispettino i “Patti Lateranensi”, la Chiesa sopperisce a tante necessità cui la preveggenza dello Stato dovrebbe provvedere spendendo chissà quanto di più di quello che costa alla Chiesa la sua opera di misericordia. A chi gioverebbe contestarli?
Celestino Ferraro 28-08-2011 11:35 - lectiones