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Norma Rangeri, Angelo Mastrandrea
Le nostre dimissioni
Il manifesto sta vivendo una delle fasi più difficili della sua vita, come sanno le nostre lettrici, i nostri lettori. A loro, compagne e compagni, va il ringraziamento mentre lasciamo la direzione. Abbiamo lavorato mentre era in corso una tempesta perfetta, "ereditando" un giornale in verticale calo di vendite, senza possibilità di fare investimenti, penalizzato dai pesanti (e oculatissimi) tagli all'editoria e dalla collettiva incapacità e obiettiva difficoltà di progettare una ristrutturazione aziendale come la situazione da tempo richiedeva. Negli ultimi mesi abbiamo fatto i conti con prepensionamenti e cassa integrazione, pagando perciò un caro prezzo: demotivazione, redazione e poligrafici a ranghi ridotti. Nonostante le grandi difficoltà di gestione quotidiana, è stato realizzato un restyling a costo zero, sono approdate al giornale preziose firme. Ma tutto ciò, come già sapevamo, non poteva bastare a invertire la rotta delle vendite: in queste condizioni di assoluta precarietà recuperare lettori, a fronte di una generale perdita di copie della carta stampata, si è rivelata una missione impossibile. Le nostre dimissioni sono un'assunzione di responsabilità.
Tuttavia abbiamo lavorato con convinzione, vivendo con passione un momento politico di grandi cambiamenti. Il manifesto ha attraversato la fase del declino berlusconiano e della scomparsa della sinistra parlamentare diventando parte attiva dei nuovi movimenti. Fino alle ultime, entusiasmanti campagne elettorali per le elezioni amministrative e referendarie, alla base di un risveglio della coscienza civile e politica di una sinistra nuova, priva di rappresentanza e stanca dello sterile spettacolo della rappresentazione. Una sinistra viva e in campo dentro la bufera di una crisi economica che scatena gli spiriti animali di quello che Luciano Gallino chiama finanzcapitalismo.
Alcuni protagonisti di queste battaglie sono firme del manifesto. Nuove come quella di Luigi De Magistris, antiche come la collaborazione di Giuliano Pisapia, oggi sindaco della primavera milanese, ieri collaboratore sulle questioni della giustizia. Siamo stati il cuore teorico, politico, militante della nuova frontiera dei beni comuni. Le nostre pagine sono state plurali, non settarie nel disegno di una coalizione sociale propedeutica a una nuova alleanza politica. Dalla Fiom agli studenti, dai precari ai lavoratori della cultura, dagli economisti agli ambientalisti, il manifesto ha dato voce alle sinistre, in una prospettiva di cambiamento radicale. E abbiamo guardato alla politica e al palazzo con le armi del nostro libero pensiero. Non condizionabile, né negoziabile.
Allo stesso tempo abbiamo tentato di evitare le malattie infantili della sinistra (il vizietto della presunzione, della cattedra, del tanto peggio tanto meglio, delle nostalgie identitarie sempre e comunque minoritarie). Ci sta a cuore un giornale aperto, non ripiegato sul passato, reattivo ai cambiamenti e pronto a sollecitarli. È questo che abbiamo cercato di costruire, il giornale che ci sarebbe piaciuto continuare a fare nella fase politica che si aprirà con la grande manifestazione del 15 ottobre.
Ora il manifesto dovrà affrontare una fase turbolenta eppure ricca di aspettative. Un autunno caldo, una protesta sociale e civile diffusa, forse elezioni politiche a breve, e/o un referendum elettorale. A chi assumerà la direzione facciamo i migliori auguri. Noi non abbiamo avuto le condizioni per continuare. Se la direzione prossima avrà il sostegno di tutti, il giornale avrà ancora una buona speranza di sopravvivenza. Continueremo a lavorare per il bene del collettivo perché questo è il nostro giornale. Ma, intanto, ringraziamo tutti quelli che ci sono stati vicini, e i tantissimi collaboratori che hanno condiviso con noi questa delicata fase. Un grazie particolare a Valentino Parlato che ci ha sostenuto con la sua esperienza e con il suo lavoro. E, infine, un grazie a voi che sostenete il giornale: senza questo sostegno continuo, costante, generoso, il nostro lavoro non avrebbe avuto senso.
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