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Valentino Parlato
Provo a rispondere
L'editoriasle pubblicato domenica 16 ottobre sugli ascontri di Roma ha provocato moltissime reazioni. Di seguito un paio di lettere, tra le tante, pubblicate oggi sul giornale, e la risposta di Parlato
Il 15 ottobre segna uno spartiacque
Sono rimasto sbalordito dalla prima pagina pagina del manifesto di domenica 16 ottobre. Assieme a centinaia di migliaia di persone mi sono sentito espropriato di un diritto democratico, quello di manifestare pacificamente contro il governo e la Banca centrale europea, così come deciso dai promotori della manifestazione del 15 ottobre. Un diritto democratico che appartiene a tutti e se altri soggetti pensano che bisogna cercare lo scontro con la polizia e il saccheggio della città hanno il diritto di farsi la "loro manifestazione". Ciò che non è tollerabile è quello di usare strumentalmente come scudo protettivo centinaia di migliaia di persone per perseguire vigliaccamente il loro obiettivo.
L'oceanica manifestazione del 15 ottobre è stato oggetto dell'aggressione da parte di gruppi organizzati con un piano preordinato che aveva l'obiettivo di fare fallire, dimostrare l'impossibilità di potere svolgere una pacifica manifestazione con la sua conclusione in Piazza San Giovanni. Ci sono riusciti, hanno raggiunto l'obiettivo ed ora tenteranno una campagna di reclutamento, perché loro, insieme al governo e alla Bce, sono i "vincitori" di quella giornata.
Di questo stiamo parlando e non di fantomatiche rivolte e/o di gente incazzata, di disagio sociale che non c'entrano assolutamente nulla. Se il corteo fosse entrato in piazza San Giovanni sarebbe successo un macello dalle proporzioni inimmaginabili ed è per questa ragione che vari spezzoni del corteo, dagli studenti a Uniti per l'Alternativa, alla Fiom hanno deciso di deviare per altri percorsi, dal Circo Massimo a Piazza Vittorio.
Non dico nulla sulle responsabilità politiche, la situazione della sinistra, la polizia, che considero scontate perché quello che mi interessa è il futuro di questo movimento che doveva trovare nel 15 ottobre un momento di crescita e di espansione importante, ed invece oggi deve fare i conti con un disastro politico.
Da dove ripartire? Da quel corteo che inveiva contro gli omini vestiti di nero, che urlava «fascisti» e «fuori, fuori dal corteo»; dal corteo di decine di migliaia di giovani che la sera si sono riappropriati della manifestazione tornando alla Sapienza.
Questo movimento, penso agli studenti, ai referendum, ai metalmeccanici che hanno fatto della democrazia e della partecipazione un aspetto decisivo, eversivo rispetto ai processi sociali, istituzionali e politici in atto, che oggi deve fare i conti con un soggetto comunque camuffato che teorizza e pratica l'opposto, quello dei commandos militari, della negazione della democrazia.
Non ci possono essere ambiguità, perché i guasti che si sono prodotti sono pesanti per tutti e non ci troviamo di fronte alla espressione sbagliata di una parte del movimento, ma alla sua totale estraneità, alla sua totale contrapposizione.
Il 15 ottobre non può che essere uno spartiacque, tanto più con le sfide che avremo di fronte, per la crescita di un movimento dalle molteplici voci ed esperienze di lotta che ha assunto la democrazia come pratica identitaria e dunque non può né giustificare, né tollerare ciò che è accaduto.Gianni Rinaldini
A chi ha giovato la violenza di sabato?
Dopo quelle dei caroselli in piazza San Giovanni, una delle immagini più impressionanti dell'esito rivoltoso del 15 ottobre a Roma è la statua infranta della Madonna che "siede" sullo sfondo di fuochi che ardono lontano. È l'emblema perfetto della "guerriglia" (il termine mediatico è abusato, improprio, in fondo nobilitante) che ha devastato non solo la città, ma soprattutto l'imponente manifestazione popolare e le sue sacrosante ragioni, di fatto conculcando il diritto di manifestare a centinaia di migliaia di persone. Per chi è credente è un atto sacrilego. Per chi non lo è, come chi scrive, quel gesto iconoclasta, in senso letterale, è intollerabile perché inconsapevolmente ripropone la semantica profanatoria - e razzista - del nazismo e del neonazismo, oggi replicata dal leghismo: quella che prende di mira i simboli religiosi degli "altri", che siano ebrei o musulmani, in tal caso cattolici.
È un gesto che racconta molte cose di quel fenomeno multiforme che i media si ostinano a chiamare black bloc e altri liquidano col termine di infiltrati. Racconta anzitutto di un certo analfabetismo, politico e non solo, tale da impedire perfino di scegliere bersagli simbolicamente adeguati a quel che si vuol esprimere col proprio gesto violento. Il 15 ottobre, infatti, sono stati assaltati non solo sportelli bancari o agenzie interinali, ma anche qualche utilitaria pagata a rate, una bottega di prodotti per pets, con gli animali dentro, un negozio che, non avendo meritoriamente aderito alla serrata, aveva dentro dei commessi, oltre tutto lavoratori precari.
Alcuni hanno scritto che gli incappucciati da corteo non sono apolitici, hanno bensì una visione politica che somiglia molto al no future di altre fasi della storia recente. È una lettura che descrive solo una parte del mélange, mutevole secondo le occasioni, fra realtà diverse: nel caso del 15 ottobre, qualche centinaio di ultrà da stadio, un buon numero di giovani o giovanissimi - fra i quali una frangia di "disagio sociale", come si dice - perfino una piccola setta ambigua di incappucciati che si definisce partito.
Politici o no che siano, a me sembra che uno dei tratti che caratterizza buona parte di loro, oltre la cultura da stadio e la consuetudine con i videogiochi, è una certa afasia. Che porta a sostituire agli slogan i petardi e i fumogeni, alla comunicazione verbale o gestuale il gusto dell'azione eclatante, non importa se mirata, comprensibile o commisurata agli obiettivi. L'unico davvero centrato, questa volta: lo sbaragliamento di un corteo grandioso che, chissà, forse avrebbe potuto segnare il punto di svolta verso una vera rivolta popolare.
Mentre la battaglia di piazza San Giovanni andava declinando, abbiamo provato a parlare con alcuni di loro, neppure tanto giovani. Non è stato facile, poiché manca il minimo di lessico comune per intendersi. Dal «signora, se ne torni a casa, lei che ha il lavoro e l'appartamento» al «siamo precari per colpa della vostra generazione», mentre un anziano manifestante protestava che sopravvive con una pensione di novecento euro al mese, dopo quarant'anni di lavoro e altrettanti, ininterrotti, di lotte.
Non c'è da scandalizzarsi, certo, se l'uccisione del Padre, che ha sempre caratterizzato lo stato nascente di ogni movimento giovanile di protesta, oggi si esprime in forme più grezze, adeguate al tempo presente dominato dalla società dello spettacolo. La "guerriglia" del 15 ottobre è, infatti, già merce-spettacolo al servizio del mercato dei network, dei media e della politica mainstream, in definitiva della produzione capitalistica. E sappiamo bene - l'abbiamo imparato dai riots inglesi e dalle rivolte nelle cités francesi - che la messa in scena della violenza è anche uno strumento per rompere il muro della segregazione, rendersi visibili nello spazio pubblico, attrarre l'attenzione della politica e dei media: in definitiva, un'auto-attestazione d'identità.
Ma non possiamo cavarcela con le invettive, col paternalismo oppure con la retorica della "rabbia giovanile", della "ribellione indomabile" della "pulsione sovversiva della gioventù precaria", retorica che impazza nel web, insieme con le filippiche contro i violenti. Quel che temiamo è che, non essendo disposti a tornare a casa, come l'anziano pensionato militante, saremo costretti d'ora in poi a scendere in piazza separati per generazioni, almeno ideali: i vecchi con i giovani che non odiano i vecchi; e i giovani che odiano i vecchi e la Politica a coltivare la loro "pulsione sovversiva", d'ora in poi ignudi, malgrado le bardature, di fronte alla polizia e al potere. Privi dello scudo delle moltitudini di manifestanti - che finora hanno usato, diciamolo, in modo più che strumentale - potranno dimostrare se la "rabbia giovanile" è davvero indomabile e se è capace di trasformarsi in rivolta.Anna Maria Rivera
Care compagne e cari compagni,
il mio editoriale di domenica ha provocato un fiume di repliche, di consenso e, molte di più, di dissenso. Mi impegno a rispondere a tutte queste lettere; scriverò una risposta a tutte e tutti ma qui, sul giornale di oggi, la mia risposta sarà generale e breve,.
La manifestazione di sabato è stata enorme e importantissima dal punto di vista politico e culturale. Centinaia di migliaia di persone a Roma non è cosa da trascurare. In questa enorme manifestazione ci sono stati gli interventi di una componente, piuttosto militarizzata di estremisti, i quali hanno messo a rischio il significato e la portata della manifestazione. Alcune centinaia contro centinaia di migliaia. Già sabato sera, mentre scrivevo, mi rendevo conto che l'indomani tutti i giornali avrebbero titolato sulle violenze e non sulla manifestazione. Così è stato e mi viene da scrivere che tutta la grande stampa italiana ha dato il massimo rilievo agli estremisti piuttosto che alla manifestazione. Questo è il primo esito che pensavo si dovesse evitare: enfatizzare il rilievo politico, sociale e culturale della manifestazione dei violenti. Non si poteva e non si doveva dare la priorità ai guastafeste, chiamiamoli così.
A questo punto mi è venuto il problema di dare un giudizio sui cosiddetti «guastafeste». Nemici pagati dal potere esistente o soggetti che sbagliano? Non ho pensato e non penso che i black bloc siano agenti pagati dal nemico e ho scritto che in una situazione di estrema tensione, come quella che oggi viviamo, l'asprezza dello scontro, la sua profondità possano provocare manifestazioni (dannose) di violenza, che pure hanno una giustificazione nella attuale gravità della crisi del nostro paese e della nostra società. Come a dire, se ci sono i black bloc vuol dire che viviamo in una situazione di estrema e drammatica tensione.
Insomma o questi violenti sono pagati dal nemico (e non credo) o sono anch'essi una espressione della crisi nella quale siamo. In tutti i modi non si può dare a questi estremismi negativi il protagonismo politico e sociale. La manifestazione di sabato scorso resta e pesa, non può essere cancellata da loro.
Ma mi impegno a rispondere a tutti, con lettera personale.Valentino Parlato
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Il 15 ottobre a Roma, come sempre, è stato il cittadino a rimanere fuori. O meglio, a rimanere dentro, intrappolato in questa Italia che non riesce a liberarsi di se stessa. Lo spazio comune rivendicato altrove, l’appropriazione di questo spazio non è concessa al cittadino. Tra vecchi movimenti e modi di farlo con cortei che si sarebbero conclusi con la sfilata di associazioni, sindacati e movimenti che di democrazia orizzontale non ne vogliono sapere, tra la vecchia politica dei partiti e una economia escludente e gruppi antagonisti con la ricetta della rivoluzione in tasca, rimaniamo sempre massa da manovrare.
Non mi fido, non mi fido affatto del “coordinamento 15 ottobre“e della loro superficialità colpevole, opportunistica.
Hanno ragione i neri ad affermare che la loro è solo ipocrisia e per questo iniziative di violenza? Condiviso la premessa ma non i metodi, anch’essi escludenti.
Qui la democrazia partecipativa, la riappropriazione dello spazio pubblico come dimensione di coinvolgimento, riflessione, creazione di una intelligenza collettiva fa fatica ad essere necessità.
Il cittadino deve rimanere involuto, deve rimanere dipendente, deve proseguire delegando.
Dobbiamo avere i nostri custodi, chi ci interpreta. Sono migliori, più bravi di noi.
Sono loro ad elaborare al meglio il nostro disagio, la disperazione di rimanere senza luce o di non arrivare alla fine del mese Sono loro a interpretare la nostra consapevolezza di non aver un progetto per la nostra esistenza.
Il cittadino italiano è sempre spettatore e tale deve rimanere. Per l’economia, per la politica, per i movimenti, per le Logge, per il Vaticano, per le cosche.
Un ricettacolo di progetti altrui.
E’ stata una giornata maledettamente italiana. 19-10-2011 10:54 - Astrid L.
A chi sostiene che la violenza ha oscurato la manifestazione, che è stato tolto un diritto democratico alla partecipazione, ha ragione solo in parte, e viene da una generazione di lotte e da una fascia sociale ben definite.
C'è chi a quella manifestazione c'è andata per fare Lotta di Classe, perché di questo si parla, nonostante qualcuno millanti di essere un sessantenne che non ha mai smesso la lotta, mi spiace, ma la lotta l'ha smessa altrimenti non staremmo dove stiamo.
A chi sostiene che distruggere una madonna (o meglio una statua) è una grave atto sacrilego e iconoclasta, forse si dimentica che fare lotta di classe, comprende anche rivoltare lo schifo gerarchico religioso in questo paese, in cui la madonna inoltre è il simbolo della donna che si vuole soverchiare, distruggere, bandire, elemento che noi femministe non sleghiamo dalla lotta di classe.
Agli indignati dell'ultima ora, e a quelli che si riscoprono indignati perché non riescono a pagare l'ultima rata del SUV, ricordo che la Lotta di Classe è una pratica continuativa, che qualcuno prosegue incessantemente, soprattutto a seguito di omicidi di stato come quello di Carlo Giuliani.
Ci sono ormai tre generazioni che hanno una situazione scolastica vergognosa, hanno servizi vergognosi, hanno lavori e stipendi da fame, le donne continuano a non avere il diritto alla maternità, siamo vessate, stuprate. Voi vi indignate perché vi aumentano le tasse sulla casa, perché la macchina costerà di più, noi siamo incazzati perché una casa e un'auto, nel futuro non le vediamo proprio.
Allora sono io che dico a voi che mi impedite di fare la MIA manifestazione, perché chi milita e pratica ha più diritto dell'ultimo arrivato a dire la propria, che la potrà dire ma che almeno si metta in fondo all'aula e alzi la mano per parlare.
Sta cambiando il sotteso culturale, o siete al passo, o vi ritroverete sempre dietro a sbraitare per il posto che ormai avete abbandonato e perduto. 19-10-2011 10:13 - Sara
Piovono molte critiche, che dire? Di certo non sono d'accordo con Parlato al 100%, ma sono felice che il mio giornale sappia ospitare tante sfaccettature di quel libero pensiero che chiamiamo sinistra. Grazie manifesto! 19-10-2011 07:42 - Marco