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COMMENTO
22/10/2011
  •   |   Gian Paolo Calchi Novati
    Morte di un riformatore

    Il male della guerra non è la fine, che rappresenta il momento della catarsi come nella tragedia greca, ma l'inizio, quando tutte le scelte sono ancora aperte e il corso degli avvenimenti viene indirizzato dagli uomini verso la soluzione sbagliata. La morte di Muammar suscita orrore e pietà ma nel frattempo sono morti tanti Ahmed, Ibrahim e Mustafa e altrettanti Mustafa, Ibrahim e Ahmed, pur avendo avuto modo in passato di identificarsi in Muammar o di ricevere benefici dal suo regime come singoli o come membri della collettività, hanno sofferto troppo, hanno perso un padre o un fratello nella repressione o più semplicemente hanno avvertito all'improvviso il peso non più sopportabile della mancanza di libertà. Il popolo sa essere spietato ma il popolo - a differenza dei dirigenti, mossi per lo più dall'opportunismo o dalla vendetta personale - è il parametro infallibile di successi e insuccessi. Nella violenza contro un essere inanimato in quelle scene terribili di Sirte riaffiora quella medesima voglia di riappropriarsi del corpo del rais, poco importa se amato o odiato, che nel giorno del funerale al Cairo, in un trionfo invece che nell'obbrobrio, concluse la vicenda terrena di Nasser, il modello che Gheddafi ha cercato di emulare. È così che Muammar Gheddafi ha perso, dopo il fascino, il potere e la vita.
    In tutto l'arco del suo governo Gheddafi ha condotto due lotte, distinte e sovrapposte, verso i suoi stessi connazionali e contro le forze esterne percepite come un ostacolo alla realizzazione della Libia che aveva in mente. All'interno, non è mai riuscito a conquistare il consenso necessario per rendere accettabili e in fondo comprensibili i suoi obiettivi. Fosse anche solo per questo, Gheddafi non è mai diventato un rivoluzionario. Ha precorso i tempi e gli sviluppi, non ha interpretato una classe, un'idea attuale o una nazione già formata. Si è cimentato in un'impresa impossibile proiettata nel futuro o nell'immaginario come una specie di auto-elite: lo stesso limite dello scià Reza Pahlevi, che voleva fare dell'Iran la terza potenza mondiale. Il risultato non poteva che essere un fallimento. Sull'altro fronte, le sfide lanciate all'imperialismo vecchio e nuovo lo hanno logorato in una partita a somma zero: i suoi interlocutori hanno finto di stare al gioco chiedendogli contropartite tutt'altro che liberatorie. Siccome Gheddafi era un riformatore (la nazionalizzazione degli idrocarburi, la chiusura delle basi, il mutamento dei rapporti fra Nord e Sud con mezzi leciti e illeciti) e non un semplice riformista, non è mai stato perdonato e accettato. Il paese assente e passivo che Gheddafi raccolse dopo il pallido regno di Idris possedeva virtualmente tutti i requisiti di cui il giovane capo degli «ufficiali liberi» si valse per la sua politica - il petrolio, lo spazio, la posizione strategica, ecc. - e in pochi anni trasformò la Libia conferendole dal nulla un ruolo e una visibilità di alto profilo, forse sproporzionati, che gli meritarono in Occidente un'ostilità a sua volta eccessiva date le possibilità reali della Libia, tanto più perché isolata.
    Sopravvissuto a una lunga sequenza di sanzioni, complotti e raids, nella sua tenda di Tripoli o nel cielo di Ustica, Gheddafi non si è mai trovato faccia a faccia con il nemico a cui era stato assegnato il compito di eliminarlo. Non ci sarà nessuna icona paragonabile al corpo del Che freddato cinicamente dai militari boliviani a nome di un potere vicino e lontano. Gheddafi non è stato colpito neppure dalle bombe riversate sul suo bunker per giorni e settimane dalle potenze della Nato.
    Potrebbe essere stato però un aereo o un drone della coalizione intervenuta, come si sa, a difendere i civili, a far partire la bomba o il missile fatale, lasciando ai libici intontiti dalla vittoria ormai prossima - in un'ultima, perversa rivalutazione della Jamahiriya, la repubblica delle masse - l'onore o l'onere di macchiarsi dell'ultima ignominia. In questo la morte di Gheddafi ricorda piuttosto la morte di Patrice Lumumba, assassinato da una squadra di sicari in cui figuravano, con tutti i mimetismi del caso, i suoi nemici interni e un ufficiale belga. Nel 2011 come nel 1961 l'Onu ha svolto la parte vile di chi c'è ma guarda da un'altra parte. Il «pazzo di Tripoli» ha resistito a quattro presidenti americani: Reagan, Clinton e i due Bush. È caduto vittima del più «terzomondiale» dei presidenti americani così come il cadavere martoriato di Lumumba fu uno dei primi assilli del neo-presidente Kennedy, liberale e anticolonialista. Dopo aver seguito con tanta passione l'assassinio in diretta di Osama Bin Laden, pare che Hillary Cliton abbia avuto un'altra scossa leggendo sul suo blackberry la notizia della morte di Gheddafi: ha qualche motivo per essere fiera essendo stata probabilmente lei a decidere a Washington la partecipazione alla guerra o a far decidere Obama.
    I capi degli stati che hanno condotto la guerra contro Gheddafi, almeno quelli europei, avevano tutti alle spalle una più o meno lunga frequentazione del leader della rivoluzione libica. Con un atto di contrizione non richiesto Gheddafi nel 2003 aveva chiesto e ottenuto di rientrare nella legalità perché non voleva essere l'Iraq del Nord Africa anche se paradossalmente non è sfuggito allo stesso destino di Saddam Hussein, massacro dei figli compreso. Il «bel giorno» vissuto dalla Libia secondo Sarkozy e i suoi complici con l'uccisione di Muammar Gheddafi contrasta con i giorni «bui» quando Gheddafi era ospite dell'Eliseo (la prima visita ufficiale della Guida in un paese occidentale) o era abbracciato da Blair arrivato fino a Tripoli e naturalmente riceveva gli omaggi di Berlusconi (così come, prima di lui, di Andreotti, Dini e D'Alema). Buon vicinato e Realpolitik in diplomazia non sono neppure disdicevoli in sé. Molto peggio la retorica dell'aiuto promesso per contribuire a costruire la nuova Libia, tutta democrazia e concessioni petrolifere con l'aggiunta di qualche base militare per tenere a bada un'area che sta conoscendo un'evoluzione tumultuosa. Il ministro Frattini vuole dedicarsi in particolare a rifare le scuole. Tutti hanno le certezze che derivano dai precedenti di Iraq e Afghanistan.


I COMMENTI:
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  • Per carità, non facciamo paragoni con Benito Mussolini. In quel caso la collera popolare si sfogò su un cadavere dopo che Mussolini era stato responsabile di tre anni di guerra sanguinasa ( perduta nella maniera più ingnobile ed infame) ed un anno di orrenda occupazione nazista con la guerriglia dei partigiani, bombardamenti catastrofici e centinaia di migliaia di morti. In Libia si è tutto risolto in sei mesi con l'intervento della NATO che ha utilizzato costosissime armi iper tecnologiche. Il processore che guida i droni volanti senza pilota è lostesso che aziona le automobiline telecomandate in vendita nei negozi di giocattoli, oppure le telecamere autmatizzate che vediamo muoversi negli studios durante i talk show televisivi. Quei piccoli gioielli della tecnologia moderna costano un occhio della testa, tutti soldi che potrebbero essere utilizzati per migliorare i servizi pubblici e creare nuovi posti di lavoro. Invece sono stati utilizzati per combattere una guerra non nostra. Cos' potremo avere anche noi la nostra libbea di carne, pardòn di petrolio. Il cadavere di Gheddafi, quel pezzo di carne maltrattato dai soldati che si prosternavano verso La Mecca e poi sparavano in aria gridando "Allah è Grande" mi ha fatto solo pena. Il commento di Silvio B. gelido e cinico oltre ogni dire è stat la degna pietra tombale per un dittatore che 40 anni fa aveva cercato di modernizzare un paese popolato da tribù nomadi dedite alla pastorizia, ma poi si è incattivito diventando un mostro che però era tenuto in grande considerazione dal mondo occidentale e ricevuto con tutti gli onori nei palazzi del potere . Cioè, il Gheddafi rivoluzionario di 30 e 40 anni era considerato un pericoloso terrorista. Vi ricordate di Ustica? Il dittatore sanguinario che era poi diventato era invece amato e coccolato da tutti. Come mai ? Per questo dubito ch il popèolo libico vedrà mai il sorgere della vera democrazia. Se le cose andranno avanti come è successo nella Persia dello scià Reza Pahlevi, prevedo una strisciante guerra civile seguita da un regime para-militare con una forte componente di integralismo islamico. Nel bene e nel male Gheddafi ha rappresentato un fattore di stabilità nello scacchiere medio orientale. Adeso il futuro si presenta oscuro e minaccioso, e nessuno può veramente prevedere che cosa succederà. 22-10-2011 11:03 - gianni
  • La morte del Rais è tutta colpa del gruppo etnico dove fa capo la moglie.
    Se non avesse perduto la fiducia del gruppo,oggi Gheddafi starebbe ancora là!
    Lo hanno ammazzato per non farlo parlare.
    Una rivoluzione fatta a più mani,ma che andrà a finire in ben altro modo.
    Tutti a spingere sui tasti, ma nel mondo libico i libici del deserto sono sovrani!
    Oggi si è tolto un personaggio scomodo.
    Uno che faceva il bunga bunga e si metteva il bodulino in faccia.
    Un personaggio che non riscuoteva più il rispetto e il timore di un Rais!
    Più che un dittatore,sembrava,dopo essere diventato amico di Berlusconi,una marionetta ridicola quanto i suoi nuovi amici.
    Quando era amico dei palestinesi e li ospitava dandogli aiuti e protezione,nessuno osava ridicolizzarlo.
    quando combatteva l'imperialismo e proponeva per tutta l'Africa un socialismo islamico,nessuno osava prenderlo a schiaffi e ammazzarlo come si ammazza un cane.
    Quando sfidava le forze imperialiste e calpestava la bandiera amerikana,tutti lo consideravano come un gran capo!
    Oggi dopo essere stato a fare il pagliaccio con le sue amazzoni armate e con la sua pistoletta d'oro,in giro per il mondo,facendo della sua Libia un circo itinerante,i libici lo hanno visto con un nuovo occhio.
    Le tribù più ortodosse lo hanno schifato e si sono vergognati dei suoi capelli neri di vernice.
    Assomigliava sempre più a un capo di governo europeo.
    Non a caso Berlusconi era il suo modello nuovo di governo.
    Berlusconi è uguale a quel beduino.
    sembra che il beduino nell'accostarsi verso l'occidente capitalista,abbia preso ad esempio proprio Berlusconi.
    Anche il francese era un suo amico,ma nonostante la sua ridicola vita,non poteva mai assomigliare a Berlusconi!
    Per il beduino,questo Berlusconi gli era entrato nel sangue.
    Parlava,si comportava,diventava arrogante e amava i lussi,proprio come il suo modello.
    Ora che la copia di Berlusconi è stata massacrata cosa perserà il nostro cavaliere di tutto questo'
    Cosa penserà il popolo italiano,dopo che ha visto il popolo libico sbarazzarsi della brutta copia di Berlusconi?
    Certo che anche i Italia i pugni si stanno stringendo e anche i denti .
    Ho una strana sensazione..... 22-10-2011 10:52 - MAURIZIO MARIANI
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