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Galapagos
Pensioni, sparare nel mucchio è più facile
La verità l'ha detta ieri mattina in tv Guido Crosetto: le pensioni non sono un problema e non c'è da rattoppare squilibri finanziari. E allora, perché si toccano le pensioni? Perché lì c'è «ciccia» in abbondanza e nel mucchio è più facile, oltre che sparare, anche pescare risorse, anche se i leghisti si oppongono.
Non tanto all'innalzamento dell'età delle pensione di vecchiaia quanto per la modifica delle pensioni di anzianità. Ma non è certo un problema di giustizia sociale che spinge la Lega a tenere duro sulle pensioni di anzianità; è solo un problema di «bottega»: oltre il 65% di queste pensioni sono pagate a ex lavorati del Nord. I dati Inps sono chiari: i 2/3 delle circa 4 milioni pensioni di anzianità sono pagate al Nord. Oltre un milione di queste pensioni sono pagate in Lombardia, anche se è il Piemonte la regione nella quale il rapporto tra la popolazione e i pensionati di anzianità è più alto: 100 assegni, ogni mille abitati. In Campania e Calabria il rapporto tra pensioni di anzianità e abitanti è quattro volte inferiore a quello del Piemonte. Ovvero 25 assegni ogni 1000 abitanti.
Le pensioni di anzianità sono, quindi, un «problema» al Nord. Capire perché non è difficile: al Sud trovare lavoro per i giovani è difficilissimo è il lavoro nero la norma; al Nord trovare lavoro nelle fabbriche e fabbrichette è estremamente facile e si comincia a lavorare anche a 16 anni o, al massimo, a 19 anni appena conseguito il diploma in uno dei tanti istituti tecnici professionali. E non è un lavoro in nero: al massimo si dovrà fare la trafila di alcuni anni di apprendistato. Questo spiega perché moltissimi lavoratori al Nord maturano il diritto alla pensione di anzianità (con 35 anni di contributi) abbastanza presto, con meno di 60 anni. Nel 2004 fu varata una riforma preparata da Maroni che introduceva uno «scalone» (un aumento improvviso) per poter percepire la pensione di anzianità: almeno 35 anni di contributi e almeno 60 anni (anziché 57) di età anagrafica. Con il centro-sinistra, lo «scalone» fu trasformato in scalini: ovvero i 60 anni di età anagrafica maturavano progressivamente. A regime la quota (somma di età e contributi) matura dal primo gennaio 2013, mentre per il periodo primo gennaio 2011-31 dicembre 2012 la quota è stata fissata a 96. Il che significa che per percepire la pensione di anzianità bisogni avere non meno di 60 anni e almeno 36 anni di contributi. Nel frattempo il governo ha anche varato un sistema di «finestre» che obbligano il lavoratore a andare in pensione a scadenze precise. In generale alcuni mesi più tardi di quando matura il diritto. Con l'ipotesi di ritorno dello scalone, sarebbe anticipata di un anno la riforma che per legge andrebbe a regime nel 2013. Risultato: un lavoratore che maturava il diritto il 30 giugno 2012 (con 36 anni di contributi a 60 anni di età) ora potrà andare in pensione solo (viste le finestre) nel luglio del 2014 con 38 anni di contributi e a 62 anni.
Di più: i lavoratori nati nel 1952 rischiano di lavorare oltre tre anni e mezzo in più rispetto a quelli nati nel dicembre del 1951. Effetti ancora più devastanti per le donne. Con il paradosso che tra mamma nata nel 1946 e figlia nata nel 1966 potrebbero essere necessari fino a 21 anni e mezzo di lavoro in più e un divario di età per l'uscita che può superare i 27 anni. È evidente che modificare il regime di pensionamento anticipato produce sperequazioni enormi. Ne vale la pena? Certamente no. In alternativa il governo dovrebbe cercare risorse in altre direzioni. La strada più semplice è quella di una imposta patrimoniale o di una imposta sulle grandi ricchezze. Ma per Berlusconi sono fumo negli occhi.
- 31/10/2011 [23 commenti]
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Su questo blog http://basta-con-i-tagli-alle-pensioni.over-blog.it/: si trovano dati precisi, cifre, dichiarazioni, comparazioni cn altri stati.
Quanto al fatto che le pensioni di anzianità sono prevalentemente al nord, difenderle non può comunque essere definito interesse di bottega. Sono comunque pensioni pagate con fior di contributi e tagliarle per ragioni di cassa (Crosetto) o per ragioni di blocco sociale sarebbe ugualmente iniquo e poco etico. 27-10-2011 16:31 - michele carugi
Il bilancio pensionistico in Italia è oggettivamente in passivo, se inteso (come è logico e banale!) come differenza tra le entrate pensionistiche / contributive e le varie e numerose uscite per pagare le varie tipologie di pensioni.
Se però si vuole cominciare x forza a fare i soliti “distinguo”, un po’ capziosi, ovvero se qualcuno vuole scorporare le spese per l’ assistenza, o si vuole far rimancare il deficit di certe categorie specifiche (esempio: dirigenti e “telefonici/telegrafici”) a fronte del surplus di altre (esempio: metalmeccanici e/o lavoratori dipendenti), allora si potrebbe facilmente sostenere tutto ed il suo esatto contrario!
Anche un’ altra cosa che ho letto recentemente, ad esempio, ovvero la distinzione tra le tasse sul carico contributivo pensionistico, più alte in Italia che altrove, che finirebbe per falsare certi confronti relativi alla percentuale di PIL dedicato alle pensioni, a svantaggio del nostro paese rispetto alla situazione Europea, a me sembrano ancora un altro modo per eludere il problema.
Io la farei molto più semplice, ed applicherei questa elementare formuletta:
ENTRATE – USCITE = ATTIVO (o PASSIVO) PENSIONISTICO.
E’ un po’ come l’ altra “favola” che periodicamente torna di moda (...talvolta anche presso molti commentatori ritenuti, a torto o a ragione, persino “autorevoli”...), secondo cui nel bilancio statale bisognerebbe distinguere tra le spese statali “normali” e depurarlo invece dei famosi “investimenti produttivi”...
A parte che già di per se non è facile definire in maniera precisa ed univoca cosa sarebbe un “investimento produttivo”, ma x semplificare vediamo la cosa dal punto di vista del “portafoglio” (ovvero del bilancio statale): quale che sia il motivo x cui la pecunia esce, una volta ch’ è uscita ... “ghe n’ è minga più”... come si dice dalle mie parti.
Senza dimenticarsi, poi, che lo stato si finanzia facendo sempre maggiori debiti ed ultimamente pure con tassi d’ interesse crescenti! Lo stato italiano, lo ricordo a tutti, è già ora gravato da un debito a dir poco GIGANTESCO!!!
Insomma, tagliare è sicuramente doloroso, ma è altrettanto necessario; e poi da qualche parte si deve pure cominciare!
Infine, mi permetto di fare una piccola “provocazione” (ma, poi, mica più di tanto!): l’ attuale Presidente della Repubblica (...visto anche il suo passato, non sospettabile di certo d’ essere un emulo dei famigerati “Chicago Boys”...), in questi ultimi giorni ha già perfettamente chiarito quale dovrà essere la strada (...tracciata da BCE, Europa, FMI, ecc...) lastricata d’ “austerity” e “lacrime e sangue” che attende il nostro prossimo Governo, da qualunque coalizione esso sarà formato ed appoggiato!
Siete ancora sicuri, allora, di voler appoggiare il PD e l’ UDC, nella prossima e ventura “macchina da guerra”, quando si tratterà poi di lottare x vincere le prossime elezoni???
Qualora le vinciate veramente, vi spetterà poi di seguire un sentiero ben stretto, già ampiamente segnato e deciso da altri e che a me pare non essere assolutamente congeniale alle vostre idee e tesi politico-economiche (...le solite e iper-tradizionali di sempre, quasi dell’ anteguerra, in realtà!!!...). 27-10-2011 15:45 - Fabio Vivian
saluti 27-10-2011 10:01 - bonadeo giampiero
Non ho rubato a nessuno e non mi hanno regalato nulla di più!
Geronimo,tu lo sai,sono anni che mi spii..!
In Italia quando noi lottavamo,si poteva andare in pensione a 50 anni,basta che ne avevi fatti 30 di lavoro!
oggi che al potere c'è Berlusconi e all'opposizione c'è D'Alema,andate in pensione a 67 anni.
La colpa è vostra che non ci avete seguito nelle lotte!
Avete voluto Berlusconi,godetevelo! 27-10-2011 09:39 - maurizio mariani
Martedì 10 Luglio 2007 01:00 amministratore
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LETTERA APERTA ALL'INPS SULLE PENSIONI ITALIANE
di Luciano Gallino
Signori Presidenti del Consiglio d´Amministrazione e del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell´Inps, abbiamo bisogno di lumi.
Siamo un gruppo di persone i cui figli e nipoti sono preoccupati perché temono che a suo tempo non avranno più una pensione, o almeno una pensione decente. Alla base delle loro preoccupazioni v´è un´idea fissa: che il bilancio dell´Inps sia un disastro, o ci sia vicino. L´hanno interiorizzata sentendo quanto affermano ogni giorno politici, economisti ed esperti di previdenza, associazioni imprenditoriali, esponenti della Commissione europea. Non tutti costoro, è vero, menzionano esplicitamente l´Inps. Ma tutti sostengono che le uscite dovute al pagamento delle pensioni risultano talmente superiori alle entrate da rappresentare una minaccia devastante per i conti dello Stato. Che tale deficit peggiorerà di sicuro nei decenni a venire, poiché pensionati sempre più vecchi riscuotono la pensione più a lungo, mentre diminuisce il numero di lavoratori attivi che pagano i contributi.
Che allo scopo di ridurre il monte delle pensioni erogate in futuro bisogna allungare al più presto l´età pensionabile e abbassare i coefficienti che trasformano il salario in pensione. Dal complesso di tali affermazioni pare evidente che chi parla ha in mente anzitutto l´istituto che eroga quasi il 75 per cento, in valore, di tutte le pensioni italiane. Cioè l´Inps. E il suo bilancio.
Pressati dai nostri giovani - quasi tutti lavoratori dipendenti o prossimi a diventarlo – che ci domandano dove stia l´insostenibile pesantezza del deficit della previdenza pubblica che minaccia il loro futuro, abbiamo passato qualche sera, in gruppo, a scorrere il bilancio preventivo 2007 dell´Inps. Tomo I, pagine 933. E ora abbiamo un problema. Perché non siamo riusciti a comprendere da dove provenga la necessità categorica di elevare subito l´età pensionabile, e di abbassare l´entità delle future pensioni, pena il crollo della solidarietà tra le generazioni e altre catastrofi.
Quel poco che noi, genitori e nonni inesperti, crediamo d´aver capito lo possiamo riassumere così:
a) Lo Stato trasferirà dal proprio bilancio a quello dell´Inps, nel 2007, 72,3 miliardi di euro. Cifra enorme. Quasi 5 punti di Pil. Vista questa cifra (a pag. 90), ci siamo detti: ecco dove sta la voragine che minaccia di ingoiare le pensioni dei nostri figli e nipoti. Poi qualcuno ha notato che il titolo della pagina riguarda non il pagamento delle ordinarie pensioni, bensì gli oneri non previdenziali. I quali ammonteranno a 74,2 miliardi in tutto, coperti dallo Stato per la cifra che s´è detto e per 1,9 miliardi da altre entrate. Gli oneri non previdenziali sono per quasi la metà uscite che, per definizione, non presuppongono nessuna entrata in forma di contributi. Si tratta di interventi per il mantenimento del salario (2,5 miliardi); oneri a sostegno della famiglia (2,7 miliardi); assegni e indennità agli invalidi civili (13,5 miliardi); sgravi dagli oneri sociali e altre agevolazioni (12,7 miliardi). Sono tutti oneri sacrosanti, che lo Stato ha il dovere di sostenere. Ha quindi chiesto all´Inps di gestirli, cosa che dal 1988 l´Istituto fa con una cassa separata, la Gestione degli interventi assistenziali (Gias). Però chi prende il totale di questi oneri per sostenere che la normale previdenza costa ai contribuenti oltre 70 miliardi l´anno, per cui è necessario tagliare qui e ora le pensioni ordinarie, forse ha esaminato un po´ troppo alla svelta i bilanci dell´Inps. O, nel caso del Bilancio preventivo 2007, si è fermato a pag. 89.
b) Poiché quasi tutti i nostri giovani sono o saranno lavoratori dipendenti, siamo andati a cercare nel Bilancio quale rapporto esista tra le entrate del Fondo pensioni lavoratori dipendenti (Fpld) in forma di contributi, e le uscite in forma di pensioni.
Anche qui, sulle prime, credevamo d´aver letto male. Il Fpld in senso stretto avrà un avanzo di esercizio, nel 2007, di quasi 3,5 miliardi (pag. 219). In altre parole i contributi che entrano superano di 3,5 miliardi le pensioni che escono. Ma poiché ad esso sono stati accollati, con gli anni, degli ex Fondi che generano rilevanti disavanzi (trasporti, elettrici, telefonici, più l´Inpdai, l´ex Fondo dirigenti di azienda che quest´anno sarà in rosso per 2,8 miliardi) il Fpld farà segnare un passivo di 2,9 miliardi di euro.
Il bilancio Inps definisce appropriatamente "singolare" il caso del Fpld (pag. 162). In effetti esso appare ancor più singolare ove si consideri che il passivo degli ex Fondi, per un totale di 6,3 miliardi, è generato da poche centinaia di migliaia di pensioni. Per contro le pensioni del Fpld sono 9 milioni e 600.000, ben il 96 per cento del totale. Tuttavia sono proprio anzitutto queste ultime di cui la riforma delle pensioni vorrebbe ridurre l´entità, in base all´assunto che i lavoratori attivi non ce la fanno più ad alimentare un monte contributi sufficiente a pagare le pensioni di oggi e di domani.
Vi sono in verità altri temi, connessi al bilancio Inps, che nel nostro gruppo inter-generazionale di discussione han fatto emergere dei dubbi.
Ad esempio: le pensioni di domani, indicano i grafici su cui siamo capitati, sarebbero a rischio perché senza interventi drastici sul monte pensioni esse arriveranno verso il 2040 a superare il 16 per cento del Pil, in tal modo generando un onere intollerabile per il bilancio dello Stato.
Però a noi risulta che il totale delle pensioni pubbliche, erogate dall´Inps e da altri enti, al netto delle gestioni o spese assistenziali in senso stretto (le citate Gias) rappresentavano nel 2005, ultimo anno per cui si hanno dati consolidati, l´11,7 per cento del Pil. Le Gias valevano da sole oltre 2 punti di Pil, pari a 30,1 miliardi. Le gestioni previdenziali dell´Inps incideranno sul Pil del 2007 per il 9,7 per cento, ma se si escludono il Fondo Ferrovie e l´ex Inpdai arriveranno appena al 7,4 per cento (pag. 61).
A noi sembra quindi che chi disegna o brandisce scenari catastrofici per il 2040 (il 2040!) lasci fuori dal disegno un po´ tanti elementi. Tra di essi: il peso economico delle gestioni assistenziali (di cui una legge del 1988, la n. 67, dava già per scontata la separazione dalla previdenza); il fatto che i contribuenti, quelli che pagano i contributi, non stanno affatto diminuendo, bensì aumentano regolarmente da diversi anni (più 121.000 nel solo 2007: pag. 45); il peso rilevante dei deficit che non riguardano il Fondo dei lavoratori dipendenti in senso stretto; il fatto, ancora, che prendere come un assioma il rapporto pensioni/Pil significa voler misurare qualcosa con un elastico, visto che il rapporto stesso può cambiare di molto a seconda che il Pil vada bene o vada male. Com´è avvenuto tra il 2001 e il 2005.
Riassumendo: delle due l´una. O noi inesperti dei bilanci Inps abbiamo capito ben poco, e i nostri figli e nipoti han ragione di temere per le loro future pensioni ove non si decida subito di tagliarne il futuro ammontare. Se questo è il caso, restiamo in trepida attesa delle Loro precisazioni.
Oppure dobbiamo concludere che quando, nelle più diverse sedi, si dipinge di nero il futuro pensionistico dei nostri giovani, si finisce per utilizzare i dati Inps, come dire, con una certa disinvoltura.
Su questo, naturalmente, non ci permettiamo di chiedere un parere all´Inps 27-10-2011 05:45 - nonnoFranco